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OpenAI diventa for-profit: accordo con Microsoft che entra al 27%. Inizia una nuova era per la società di ChatGPT

Dopo un anno di negoziati, OpenAI chiude l’era no-profit e diventa una Public Benefit Corporation. Microsoft ottiene il 27% per 135 miliardi di dollari, estendendo i diritti fino al 2032. Nasce la OpenAI Foundation. Ecco cosa succede

OpenAI diventa for-profit: accordo con Microsoft che entra al 27%. Inizia una nuova era per la società di ChatGPT

C’è voluto più di un anno, un negoziato estenuante e persino una guerra fredda a colpi di veto e ricorsi legali, ma alla fine l’intesa è arrivata. OpenAI chiude l’era del non-profit e diventa a tutti gli effetti una società a scopo di lucro. Microsoft, partner storico e primo grande finanziatore, si assicura una quota del 27% per un valore di circa 135 miliardi di dollari. È l’atto finale di una ristrutturazione che cambia per sempre gli equilibri dell’intelligenza artificiale globale.

Nasce la OpenAI Group PBC

La nuova creatura giuridica si chiama OpenAI Group PBC – Public Benefit Corporation – e rappresenta il compromesso tra la visione etica originaria di Sam Altman e la necessità di accedere a capitali illimitati. A controllarla resta la OpenAI Foundation, organizzazione no-profit che manterrà il 26% della società, ma che di fatto cede il baricentro decisionale alla struttura for-profit.

Il capitale in gestione della Fondazione, circa 130 miliardi di dollari, verrà destinato a progetti di ricerca biomedica, resilienza AI e sviluppo di infrastrutture di sicurezza. Il primo fondo operativo, da 25 miliardi, finanzierà programmi di intelligenza artificiale applicata alla medicina e alla tutela ambientale.

Il compromesso non è stato semplice. La transizione da no-profit a società benefit ha richiesto il via libera delle procure generali di California e Delaware, oltre al placet dei partner finanziari. Sullo sfondo, lo scontro con Elon Musk, che aveva cercato di bloccare la conversione in tribunale accusando Altman di “tradire” la missione originaria di OpenAI.

Microsoft: meno vincoli, più potere

Con il nuovo accordo, Microsoft non solo consolida la propria posizione nell’azionariato, ma ridisegna i confini della partnership. Il colosso di Redmond resta il principale fornitore cloud e partner per la distribuzione dei modelli AI tramite Azure, ma perde il diritto di prelazione sui futuri contratti di calcolo. OpenAI, infatti, potrà acquistare capacità di elaborazione anche da altri provider (come già sta facendo con grossi investimenti), pur avendo già firmato un contratto da 250 miliardi di dollari per servizi Azure.

La clausola più delicata riguarda l’Agi, la “Artificial General Intelligence”, il punto in cui una macchina potrà eguagliare o superare le capacità cognitive umane. Finora, il raggiungimento dell’Agi avrebbe segnato la fine automatica dei diritti di Microsoft sulle tecnologie OpenAI. Ora non più. I diritti di proprietà intellettuale vengono estesi fino al 2032, includendo i modelli post-Agi, ma con limiti precisi e la supervisione di un comitato indipendente di esperti chiamato a certificare ufficialmente l’eventuale traguardo.

L’accordo chiarisce anche un nuovo confine. Microsoft non avrà accesso ai progetti di consumer hardware di OpenAI, quelli guidati dall’ex designer di Apple Jony Ive. In compenso, potrà sviluppare in autonomia, o con altri partner, soluzioni per l’Agi, un passaggio che di fatto segna la fine dell’esclusiva tecnologica assoluta.

OpenAi-Microsoft: dalla quasi rottura all’accordo

Non è stato un percorso lineare. Solo pochi mesi fa, l’alleanza sembrava sul punto di crollare. OpenAI accusava Microsoft di esercitare un controllo eccessivo, mentre Redmond minacciava di bloccare la conversione societaria senza un aumento della propria partecipazione. Sul tavolo c’erano 20 miliardi di dollari di nuovi finanziamenti e la sopravvivenza stessa della ristrutturazione.

La tensione aveva raggiunto livelli tali che, secondo il Wall Street Journal, Altman valutava addirittura un ricorso all’Antitrust per denunciare comportamenti anticoncorrenziali da parte di Microsoft. E intanto, OpenAI trattava con SoftBank, Oracle e perfino Google Cloud per affrancarsi dal monopolio di Azure.

Il memorandum firmato a settembre aveva riaperto il dialogo, ma è solo ora, con il nuovo accordo definitivo, che le due aziende tornano a muoversi nella stessa direzione. Una tregua armata, certo, ma che sancisce il ritorno a una collaborazione strategica.

Un nuovo equilibrio nell’AI globale

L’intesa, annunciata ufficialmente ieri sera, rappresenta la fine della fase più turbolenta nella storia di OpenAI. Microsoft, che dal 2019 ha investito oltre 13 miliardi di dollari nell’azienda di Altman, ottiene una posizione di forza mai raggiunta prima: il 27% della società, diritti IP prolungati e un ruolo centrale nell’infrastruttura cloud dell’intelligenza artificiale più avanzata del pianeta. Per OpenAI, invece, la conversione a società for-profit apre la porta a una nuova stagione di raccolta fondi e, forse, a una futura quotazione in Borsa. Le valutazioni interne parlano già di 500 miliardi di dollari, una cifra che la proietta tra le cinque tech company più capitalizzate al mondo.

Altman, intanto, resta al timone ma senza partecipazioni dirette, scelta che punta a evitare conflitti d’interesse e a mantenere la coerenza con la missione originaria. “Il nostro obiettivo resta quello di garantire che l’IA porti benefici a tutta l’umanità”, ha ribadito in una nota interna.

Dopo la tempesta, Microsoft e OpenAI tornano a camminare insieme. Ma questa volta, come nelle grandi storie d’amore del tech, ognuna tiene in tasca le chiavi della propria libertà.

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