A ognuno il suo reattore nucleare SMR. Da piazzare vicino ai nuovi poli affamati di energia, quelli dell’intelligenza artificiale. Sono i nuovi e potentissimi data center. Che però non rimarranno soli. Nei nuovi tecno-territori faranno da aggregatori per ricollocare i poli dell’industria classica, dall’ automotive al siderurgico. Dovranno lavorare in sinergia con le centrali elettriche tradizionali, si combineranno con l’augurabile nuovo sviluppo delle energie rinnovabili, che però – avvertono gli strateghi della Ue – non basteranno certo a soddisfare la fame. Anche perché bisognerà mettere al sicuro l’Europa dalla temutissima instabilità energetica innescata dagli scenari geopolitici del nuovo millennio.
La Commissione Europea ha dunque avviato una consultazione pubblica di quattro settimane – si concluderà formalmente il 4 dicembre prossimo ma non sono escluse proroghe – per definire una strategia comune tre paesi membri sulla tecnologia che dovrebbe segnare un concreto ritorno dell’Europa all’energia nucleare, quella appunto degli Small Modular Reactors (SMR) che vede fortunatamente l’Italia in buona posizione, grazie all’Enea, sia nella ricerca che nella realizzazione dei prototipi industriali.
Ci crede nostro Governo in carica, che ha varato la nuova strategia nucleare italiana. Ci credono, seppure tra mille timidezze, perfino alcune frange dei partiti di opposizione, malgrado la sfida si presenti impervia, sul fronte della tecnologia ma anche (e forse soprattutto) del consenso di una popolazione abituata a guardare con diffidenza e sospetto qualunque grande opera, a maggior ragione si tratta di infrastrutture critiche.
Il percorso tracciato dagli strateghi UE
Tra gli stati membri della Ue prende forma l’impegno a studiare un piano organico per l’installazione di nuovi reattori SMR, anche combinati tra loro per costruire nuove centrali di grandi dimensioni. Tant’è che gli stessi I piani nazionali per l’energia e il clima (PNEC) si stanno aggiornando in questa direzione. Con un importante orientamento strategico e tecnologico comune: la nascita del nuovo nucleare dovrà servire anche per sviluppare la produzione e lo stoccaggio dell’idrogeno come soluzione per un accumulo di energia efficiente e economicamente competitivo. Solo così – rimarcano a Bruxelles – si potrà costruire un sistema energetico realmente votato al “verde” che massimizzi anche ricorso alle rinnovabili, risolvendo il loro limite strutturale, ovvero la scarsa programmabilità.
La fame è tanta. Prevede l’ultimo studio Agici sugli scenari di settore che entro la fine di questo decennio la crescita dei data center nel nostro paese moltiplicherà almeno per tre la loro richiesta di capacità elettrica installata, passando dai circa 600 megawatt (MW) di oggi ad almeno 2 gigawatt (GW) grazie a investimenti cumulati tra i 17 e i 28 miliardi di euro con un impatto positivo proporzionale sul Pil anche grazie alla creazione di almeno 70mila posti di lavoro specializzati diretti e indiretti al 2030.
Una fame energetica avara di alternative
La pressione sulla domanda elettrica nazionale sembra gestibile, considerano il complesso dei consumi. La crescita del settore determinerà un aumento della domanda di elettricità stimata dai 7 terawattora (TWh) dello scorso anno ad almeno 20 TWh nel 2030, con un incremento di circa il 6% dei consumi elettrici nazionali. Ma si tratta di una richiesta qualitativamente delicata, sofisticata. I data center chiedono una fornitura costante e immancabile di energia, difficilmente conciliabile con le caratteristiche dell’elettricità generata dalle fonti rinnovabili a meno di non ricorrere ad un poderoso sistema di accumuli a batteria che ne garantisca affidabilità e costanza.
Ecco perché i più quotati analisti affidano proprio al nucleare il compito di costituire in prospettiva un irrinunciabile “base load” per soddisfare questa nuova fame energetica, naturalmente in sinergia con il crescente ricorso alle rinnovabili da immettere nel sistema elettrico nazionale. E sono proprio le caratteristiche dei nuovi mini-reattori SMR a costituire la soluzione ideale, secondo gli strateghi di Bruxelles, per accompagnare nella maniera più efficiente anche dal punto di vista economico la crescita delle strutture al servizio dell’intelligenza artificiale, e più in generale decrescente universo delle reti telematiche.
I nuovi mini-reattori possono essere progressivamente installati proprio a ridosso dei nuovi poli, per sfamarli direttamente evitando le incognite i costi delle reti nazionali complesse. Ma saranno naturalmente connessi alle reti nazionali alimentando parte delle esigenze generali del paese. Ed è proprio qui uno degli elementi critici della sfida: la pianificazione armonica delle nuove infrastrutture IT e la pianificazione territoriale delle nuove centrali nucleari. Con tutte le incognite legate ai piani per il ritorno italiano all’energia nucleare che il governo in carica sembra sostenere con grande decisione.
I caldi consigli operativi che vengono dall’estero
Prendiamo un gigante tecnologico, Google. Prendiamo il colosso della fame di scienza e delle sue applicazioni, l’America. In attesa dei nuovi reattori la fame è testimoniata da una strategia apparentemente pericolosa, comunque ardita: riaprire intanto le vecchie centrali nucleari chiuse o ”sospese”.
Google ha appena annunciato un accordo con il gruppo americano NexEra Energy per riaccendere entro il primo semestre del 2029, dopo i necessari lavori di verifica e ammodernamento, la centrale nucleare di Duane Arnold, nello Iowa, battezzata nel 1974 e chiusa nel 2000 al termine del suo ciclo di vita teorico. Un’operazione di resurrezione industriale che servirà – rassicurano in un comunicato congiunto – a “rispondere alla crescente domanda di energia dell’IA grazie ad un’energia nucleare e affidabile.
Si tratta della terza operazione di questo genere dopo la pianificazione nel 2023 della riapertura della centrale di Palisades, in Michigan, e perfino (nel 2024) della centrale di Three Mile Island in Pennsylvania, tristamente nota per aver afflitto nel 1979 l’America con il più grave incidente nucleare della storia del più tecnologico ed energivoro paese del globo. Il reattore 1, l’ultimo a venire spento nel 2019, verrà riattivato – annunciano Google e i suoi partner – entro il 2027, dopo una serie di opere che costeranno 1,6 miliardi di dollari. La fame energetica costa. Ma evidentemente conviene assecondarla.
Una spinta che viene da tutto il Pianeta
L’attenzione per il nuovo nucleare anche da parte dei paesi tradizionalmente legati agli idrocarburi, come l’Arabia Saudita, non è un mistero. Si guarda avanti. Partendo comunque da una base solida. La capacità di produzione di energia nucleare nel mondo si attesta quest’anno sui 369 GW, coprendo circa il 10% del fabbisogno elettrico globale. Tornerà a crescere prepotentemente e presto, grazie alle centrali in corso di riapertura (non solo in America ma anche, ad esempio in Giappone) e grazie ai nuovi progetti che in oltre 40 paesi proprio sui nuovi piccoli reattori modulari. Nel complesso sono in costruzione o riattivazione centrali nucleari per ben 70 GW di nuova capacità, raggiungendo uno dei picchi storici degli ultimi 30 anni.
L’Europa in tutto ciò rimane protagonista, malgrado le vere o presunte smobilitazioni dello scorso ventennio. I paesi membri hanno una capacità nucleare installata per circa 36,5 GW con 100 reattori, poco più di un quarto della capacità mondiale, che sale a circa il 32% considerando anche l’Inghilterra, la Svizzera e l’Ucraina. Protagonista assoluta rimane la Francia che tuttora genera con il nucleare oltre il 70% della propria energia elettrica. E anche la Germania, che ha smesso di produrre energia nucleare nell’aprile del 2023 dopo molti tentennamenti, ora potrebbe seriamente ripensarci.