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Transizione energetica sostenibile: ritorno al nucleare indispensabile ma vanno convinti gli italiani scettici e disinformati

La strada del ritorno al nucleare in Italia è stata avviata con la legge delega ma il cammino è ancora lungo, non solo sul piano normativo, ma soprattutto nell’opera di chiarificazione e persuasione dell’opinione pubblica: l’importanza del convegno alla Camera del World Energy Council

Transizione energetica sostenibile: ritorno al nucleare indispensabile ma vanno convinti gli italiani scettici e disinformati

La strada per il ritorno al nucleare in Italia è stata avviata con un recente disegno di legge. Ma ora bisognerà discutere ed approvare una apposita legge per regolamentare come questo dovrà avvenire. Nel frattempo bisognerà da subito attivarsi per coinvolgere attivamente i cittadini e i territori sulle scelte da compiere, e soprattutto per inquadrare correttamente i rischi che si corrono e le conseguenze sull’ambiente e sulla vivibilità dei territori su cui dovranno essere istallati i nuovi impianti. Un convegno tenutosi lunedì 13 ottobre alla Camera dei deputati ed organizzato dal World Energy Council Italia, ha posto proprio al centro della discussione come fare per costruire la fiducia sociale intorno ad una piattaforma nucleare sostenibile.

Il presidente di Wec Italia, Marco Margheri, ha sottolineato come nel nostro Paese esistano le competenze tecniche ed industriali (nonostante l’improvvida uscita dal nucleare di tanti anni fa), competenze che possono sostenere l’attuazione di una piattaforma nazionale del nucleare sostenibile sia sulle nuove tecnologie della già sperimentata fissione nucleare sia sulle nuove e futuribili tecnologie della fusione. Però è fondamentale da un lato che le istituzioni siano pronte il prima possibile, a sviluppare quadri regolatori che diano certezze agli investitori e che nel contempo aiutino a costruire la fiducia da parte della gente comune in questa tecnologia.

In apertura dei lavori del convegno è stata presentata una vasta ricerca condotta in tutta Europa da un istituto indipendente che si chiama Project Tempo, che evidenzia come i cittadini italiani siano lievemente più scettici della media europea sul nucleare. Infatti i 40% si dischiara favorevole mentre la medesima percentuale si dichiara contrario. Meglio gli elettori del centro-destra rispetto a quelli di sinistra, ma nel complesso non si può dire che per il momento esista una base sufficiente per far partire un significativo programma nucleare. Permangono notevoli timori sulla sicurezza delle centrali, e sui rischi di inquinamento che correrebbero i territori vicini agli impianti. In realtà si sa che la rischiosità delle centrali nucleari è inferiore a quella di molti altri impianti energetici. Quelli che hanno provocato negli ultimi decenni il maggiori numero di morti per incidenti sono, ironia della sorte, proprio quelli apparentemente più sicuri e cioè gli idroelettrici.

Ma i cittadini italiani si mostrano più disponibili se si enfatizzano due questioni: i potenziali benefici territoriali portati dalle centrali in termini di lavoro, energia a basso prezzo e via dicendo, e soprattutto mostrano interesse verso i reattori modulari di piccola taglia ritenuti più sicuri e comunque meno ingombranti. Bisogna dire che ancora questi piccoli reattori non sono in produzione e comunque bisognerà capire bene dove verranno collocati e a chi sarà affidata la gestione e quindi la responsabilità della sicurezza.

Nel complesso , anche se gli italiani non attribuiscono più grande rilievo ai problemi della transizione energetica in quanto in cima alle loro preoccupazioni ci sono i temi del lavoro e del salario oltre ai servizi essenziali come la sanità, tuttavia si registra una notevole attenzione alla costruzione di un mix di energie pulite e cioè sulla possibilità di continuare a sviluppare solare ed eolico e poi affiancare ad essi il nucleare che a differenza delle rinnovabili che non sono sicure in quanto dipendono dalle condizioni atmosferiche, offre energia continuativamente e ad un prezzo stabile. Ed in effetti è proprio quello di cui ci sarebbe bisogno nel nostro Paese per tentare di avere energia elettrica in quantità sufficiente, sottraendosi alla dipendenza da Paesi esteri di dubbia stabilità, e a prezzi compatibili con la competitività delle imprese e con il portafoglio dei cittadini, specie quelli meno abbienti.

Insomma c’è ancora molto da fare. Come al solito l’impressione è che l’Italia si muova con passo troppo lento. Dobbiamo risolvere il nostro problema energetico in tempi relativamente brevi. E questo non si può fare solo spostando gli oneri sul bilancio dello Stato. Magari queste sono politiche che possono valere per brevi periodi durante fasi di grande emergenza, ma non sono scelte di lungo periodo che servirebbero al Paese.

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