Condividi

Mamdani e i sindaci di New York: l’insediamento del nuovo primo cittadino e la tradizione riformista

La proposta politica del neosindaco di New York può costituire un precedente di successo, in grado fin d’ora di imprimere al partito democratico una svolta rigeneratrice a livello nazionale. La formula vincente di Mamdani è stata di fornire una risposta alle necessità economiche materiali

Mamdani e i sindaci di New York: l’insediamento del nuovo primo cittadino e la tradizione riformista

Prima che Donald Trump rioccupasse con prepotenza il centro della scena politica facendo catturare l’ormai ex presidente venezuelano Nicolás Maduro nella notte dello scorso 3 gennaio, per un paio di giorni il partito democratico è riuscito a tenere banco, grazie all’insediamento di Zohran Mamdani alla carica di sindaco di New York a Capodanno.

Musulmano (ha giurato sul Corano), immigrato dall’Uganda, figlio di una coppia di origini indiane, naturalizzato cittadino statunitense solo nel 2018, sposato con un’artista di ascendenza siriana e soprattutto membro dei Democratic Socialists of America (la principale organizzazione politica socialista degli Stati Uniti, sebbene conti appena 90.000 iscritti), Mamdani rappresenta il simbolo di tutto quello che Trump non è e che il tycoon non vorrebbe che la società americana fosse: inclusiva, multiculturale, multietnica, multirazziale, policonfessionale e progressista.

Le implicazioni della vittoria di Mamdani per il partito democratico

Il programma che ha consentito a Mamdani di vincere le elezioni – incentrato sul contenimento del carovita attraverso la promessa di trasporti locali e asili d’infanzia gratuiti, affitti calmierati e prezzi controllati dei generi alimentari in supermercati gestiti dall’amministrazione municipale – sembra l’unico capace di offrire prospettive di ripresa del consenso a beneficio del partito democratico in vista non solo delle elezioni di mid term del prossimo novembre, nelle quali saranno in ballottaggio un terzo dei seggi del Senato e tutti quelli della Camera, ma anche della corsa alla Casa Bianca del 2028, quando Trump non potrà candidarsi per un ulteriore mandato.

Infatti, se alla sconfitta di Kamala Harris contro The Donald nel 2024 ha contribuito in misura rilevante la lontananza delle rivendicazioni democratiche dai bisogni concreti della gente per concentrarsi invece su proposte moderate di difesa di principi valoriali sicuramente nobili, ma con scarsa presa su un elettorato alle prese con un aumento significativo dell’inflazione, la formula vincente di Mamdani è stata quella di fornire una risposta alle necessità economiche materiali dei newyorkesi, spostando su posizioni apertamente progressiste il partito democratico, di cui ha conquistato la candidatura sconfiggendo nelle primarie l’ex governatore Andrew Cuomo, all’inizio maggiormente quotato sulla carta ma molto più moderato (Cuomo ha poi corso come indipendente, raccogliendo il 41% dei voti rispetto al 51% di Mamdani e all’8% del repubblicano Curtis Silwa).

Del resto, il fatto che alla cerimonia di insediamento di Mamdani abbia presenziato il senatore federale del Vermont Bernie Sanders, lo sfidante radicale di Hillary Clinton nel 2016 e di Joe Biden nel 2020 nelle primarie democratiche per la Casa Bianca, attesta la consapevolezza che la proposta politica del neosindaco di New York può costituire un precedente di successo, in grado fin d’ora di imprimere al partito democratico una svolta rigeneratrice a livello nazionale in senso liberal, come si dice negli Stati Uniti, o verso sinistra, secondo l’espressione comune agli osservatori europei.

L’amministrazione di New York quale laboratorio per la politica statunitense

Con quasi 8,5 milioni di abitanti, New York è la città più popolosa degli Stati Uniti. Il suo sindaco gestisce un bilancio annuale che quest’anno è arrivato a sfiorare i 116 miliardi di dollari e un’amministrazione composta da oltre 45 enti tra agenzie e dipartimenti con complessivamente circa 325.000 dipendenti.
Governare New York – come sostenne più di mezzo secolo fa David Garth, lo stratega elettorale di molti sindaci della città, a partire dalla campagna di John Lindsay nel 1969 – è il lavoro più difficile che ci sia dopo quello di presidente degli Stati Uniti.

Al tempo stesso il sindaco di New York è considerato anche l’amministratore locale più potente al mondo e il politico americano più influente subito dopo l’inquilino della Casa Bianca. Del resto, le istituzioni municipali newyorkesi, pur essendo incentrate su un binomio costituito dal sindaco e dal consiglio comunale, con il passare del tempo hanno visto i poteri del primo accrescersi a scapito delle prerogative del secondo, fino al punto che la funzione di quest’ultimo ha di fatto finito per essere limitata all’approvazione del bilancio.

Oltre alle dimensioni demografiche della città, sono proprio le istituzioni civiche, che permettono al sindaco un marcato attivismo di governo, a rendere il modo in cui New York è amministrata un significativo laboratorio nel panorama politico statunitense. In questa prospettiva, hanno da tempo suscitato particolare interesse quegli orientamenti riformisti che l’elezione di Mamdani sembra avere rilanciato.

La corruzione della politica newyorkese

Nella storia pluricentenaria della città (sviluppo di un insediamento olandese sorto nel 1624 sull’isola di Manhattan col nome di Nieuw Amsterdam, Nuova Amsterdam), il riformismo rappresenta un’acquisizione dell’ultimo secolo. Negli anni Settanta dell’Ottocento, l’amministrazione di New York era nota per la famigerata Tammany Hall, l’apparato organizzativo locale del partito democratico, capeggiato dal senatore statale William M. Tweed. Costui mise in piedi un complesso e lucroso sistema di tangenti che, prima di portarlo a finire i suoi giorni in carcere nel 1878, gli consentì di intascarsi circa 200 milioni di dollari dell’epoca, pari approssimativamente a 5 miliardi odierni. La condanna di Tweet non pose fine alla corruttela nell’amministrazione di New York, sebbene un’ordinanza del 1883 avesse stabilito che una buona parte delle assunzioni per gli impieghi municipali dovesse avvenire attraverso valutazioni comparative delle qualifiche e delle capacità dei candidati anziché in seguito a raccomandazioni politiche. L’inizio del Novecento rese proverbiale la figura di un altro esponente di Tammany Hall, George Washington Plunkitt, passato alla storia per l’esilarante distinzione tra le “tangenti disoneste”, quelle intascate per l’arricchimento personale, e le “tangenti oneste”, quelle percepite per finanziare le attività politiche del proprio partito.

Ancora nel 1932, James “Jimmy” Walker, che era stato eletto sindaco nel 1925 e confermato nella carica nel 1929, fu costretto a rassegnare le dimissioni dopo che emerse il fatto che aveva assegnato lucrosi contratti e ingenti commesse municipali a imprenditori che gli avevano versato in cambio cospicue quantità di denaro. A differenza di Tweet, Walker non fece un giorno di prigione, ma col tempo, secondo un’autorevole indagine di Melvin G. Holli (The American Mayor: The Best and the Worst Big-City Leaders, Penn State University Press, 1999), ha conseguito il poco invidiabile risultato di essere considerato il terzo peggior sindaco nella storia degli Stati Uniti dell’Ottocento e del Novecento, dopo William H.“Big Bill” Thompson, a capo dell’amministrazione di Chicago dal 1915 al 1923 e poi dal 1927 al 1931 con il sostegno del gangter Al Capone, e Frank Hague, alla testa del governo di Jersey City nel New Jersey dal 1917 al 1947 grazie a metodi intimidatori di stampo mafioso.

Fiorello H. La Guardia, considerato il miglior sindaco di NY

La palma di miglior sindaco americano spetta, invece, a uno degli immediati successori di Walker, Fiorello H. La Guardia. Figlio di una coppia di immigrati italiani, La Guardia era un repubblicano che venne eletto nel 1933, sull’onda della reazione contro il regime di corruzione che i newyorkesi associavano ormai con i democratici di Tammany Hall.

La Guardia, però, si dimostrò un repubblicano sui generis, poiché attuò politiche progressiste che lo distanziarono fin da subito dal conservatorismo del proprio partito. In particolare, collaborò intensamente con l’amministrazione federale del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt allo scopo di ottenere fondi consistenti (oltre un miliardo di dollari dell’epoca, tra il 1934 e il 1939) per intraprendere vasti lavori pubblici attraverso i quali riuscì a ridurre l’alto tasso di disoccupazione dei newyorkesi colpiti dalla grande depressione economica degli anni Trenta. Fu così in grado anche di modernizzare le infrastrutture, con la cotruzione di ponti, raccordi autostradali, tunnel e dell’aeroporto inauguato nel 1939 che oggi porta il suo nome.

La Guardia si impegnò anche a combattere le infiltrazioni della criminalità organizzata nella città.
Mise al bando le slot machines e i flipper, la cui istallazione era controllata dalla malavita e, nel 1935, si spinse addirittura a vietare temporaneamente la vendita dei carciofi, perché il loro prezzo era stato fatto salire artificosamente da un clan mafioso che ne gestiva la distribuzione.

Robert F. Wagner Jr.

Un altro sindaco a distinguersi per le politiche riformiste fu Robert F. Wagner Jr., in carica dal 1954 al 1965. Le sue tre amministrazioni potenziarono la costruzione di case popolari, i cui criteri di assegnazione cercarono di spezzare la concentrazione di afroamericani e ispanici in determinate zone della città per mettere fine a quella che era una segregazione razziale di fatto dei quartieri residenziali; vietarono la discriminazione negli alloggi per ragioni di razza, colore della pelle e credo religioso; isitituirono un consorzio universitario pubblico, la City University of New York, con tasse di frequenza contenute e l’esenzione dal loro pagamento per gli studenti meno abbienti, anche per incoraggiare l’iscrizione di membri delle minoranze etno-razziali.

Inoltre, per contribuire a ridurre la povertà, Wagner creò un programma per la formazione professionale dei giovani disoccupati, con particolare attenzione per le madri single. Rese possibile l’ampliamento delle garanzie sindacali dei dipendenti municipali, concedendo loro il diritto alla contrattazione collettiva.
Istituì una commissione per indagare sugli episodi di discriminazione razziale ed etnica, la prima agenzia municipale di questo genere in tutti gli Stati Uniti, e promosse un maggior numero di assunzioni tra afroamericani, ispanici e portoricani negli organici dell’amministrazione municipale.

Il sindaco volle dare segnali di inclusività pure attraverso il comportamento privato. Per esempio, nel 1961, non rinnovò l’iscrizione al New York Athletic Club, l’associazione polisportiva più esclusiva della città, perché non accettava come membri né gli afroamericani, né gli ebrei. Fu un segnale di ampia portata in un Paese dove, negli Stati del Sud, vigeva ancora la segregazione razziale nei luoghi pubblici.

Altre iniziative progressiste

L’impegno in difesa dei diritti delle minoranze e contro la povertà fu proseguito da alcuni dei successori di Wagner. Lindsay, sindaco dal 1966 al 1973, escluse dagli appalti municipali le aziende che discriminavano nelle assunzioni gli afroamericani, gli ispanici, i disabili, le donne e gli anziani.

Il democratico David Dinkins (1990-1993), il primo sindaco afroamericano di New York, assunse iniziative per frenare gli abusi della polizia, di cui erano con maggiore frequenza vittime neri e ispanici. Un altro democratico, Bill de Blasio, in carica dal 2014 al 2021, candidatosi con un programma incentrato sulla riduzione delle diseguaglianze economiche in città, in una sorta di anticipazione di quello che sarebbe stato il programma di Mamdani, ipotizzò di rendere gratuite le scuole materne, finanziandole con una sovrattassa a carico dei newyorkesi con un reddito superiore al mezzo milione di dollari, e promosse la costruzione di 200.000 unità abitative per ridurre la scarsità di alloggi sul mercato e conseguentemente il prezzo degli affitti. De Blasio rese anche possibile l’accesso ai servizi sociali della città per gli immigrati irregolari, assicurando ai clandestini i ricoveri ospedalieri e la possibilità di frequentare le scuole pubbliche, e dette disposizioni alla polizia newyorkese affinché non procedesse ad arrestare chi era scoperto a fumare marijuana in luoghi pubblici e interrompesse la prassi di fermare e perquisire sospettati per strada alla ricerca di armi e stupefacenti, una pratica che spesso portava a forme di profilazione razziale ai danni di afroamericani e ispanici. Inoltre, de Blasio sciolse un’unità speciale della polizia che, dagli attentati terroristici di al-Qaeda dell’11 settembre 2001, monitorava segretamente le attività delle organizzazioni musulmane in città e aveva finito per provocare tensioni tra la comunità islamica e le forze dell’ordine. De Blasio mantenne pure in vigore le disposizioni che, dagli anni Ottanta del Novecento, avevano reso New York una “sanctuary city”, cioè un’amministrazione ai cui dipendenti era vietato collaborare con le autorità federali nell’identificazione e nell’arresto degli immigrati irregolari.

La fluidità partitica di alcuni sindaci newyorkesi

La Guardia inaugurò anche una tradizione di sindaci non particolarmente legati al partito con il quale erano stati eletti o addirittura schierati su posizioni indipendenti. In questa seconda categoria è collocabile Vincent R. Impellitteri, un italiano originario di Isnello, in provincia di Palermo. Presidente del consiglio comunale per il partito democratico, nel 1950 divenne ex officio il sindaco pro tempore dopo le dimissioni di William O’Dweyer, che era stato nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Messico. Poiché il partito democratico non volle appoggiarlo nelle elezioni per completare il mandato di O’Dweyer, Impellitteri fondò una propria formazione, chiamata Experience Party (il partito dell’esperienza), con il quale conseguì la conferma alla guida dell’amministrazione municipale nello stesso 1950. Wagner, pur avendo sempre corso per i democratici, nel 1961 ruppe i rapporti con Tammany Hall, di cui aveva contrastato da tempo le corrotte pratiche clientelari, e venne rieletto senza l’appoggio dell’organizzazione del proprio partito. Lindsay, eletto nel 1965 nelle fila dei repubblicani, nel 1969 creò l’Independent Party of New York City, con il quale ottenne un secondo mandato.

Il finanziere miliardario Michael Bloomberg conquistò la carica di sindaco nel 2001 e nel 2005 come candidato repubblicano, ma vinse le elezioni del 2009 come indipendente. Mamdani è il più recente epigono di questa fluidità politica perché, pur avendo ricevuto la nomination del partito democratico, è un socialista dichiarato.

Il fiato politicamente corto degli ex sindaci newyorkesi

Nonostante l’influenza e il prestigio della carica, i sindaci di New York non sono mai riusciti a proiettarsi sulla scena politica nazionale da oltre un secolo a questa parte. Lindsay nel 1972 nonché Bloomberg e de Blasio nel 2020 cercarono di ottenere la nomination democratica per la presidenza, ma non ebbero successo. Rudolph Giuliani, in carica dal 1994 al 2001, si candidò nelle primarie repubblicane per la Casa Bianca del 2008 con il medesimo esito fallimentare. La Guardia sperò di venire candidato alla vicepresidenza dal partito democratico nel 1944, ma le sue aspettative andarono deluse, e non ottenne neppure la guida di un dicastero del governo federale, che era un altro suo obiettivo in seguito al completamento dei tre mandati a capo dell’amministrazione municipale.

Per trovare gli unici due ex sindaci con una significativa carriera politica bisogna risalire addirittura all’Ottocento. DeWitt Clinton, dopo aver amministrato New York tra il 1803 e il 1815, venne eletto governatore dello Stato nel 1816 e conseguì un secondo mandato non consecutivo nel 1824. In precedenza, era stato candidato dal partito federalista contro il presidente James Madison nel 1812, ma non era riuscito a sconfiggerlo. Il democratico Fernando Wood, sindaco dal 1855 al 1857 e poi dal 1860 al 1851, fu successivamente membro della Camera dei Rappresentanti di Washington negli anni Sessanta.

L’alba dell’amministrazione Mamdani

Nonostante sia diventato una fonte di ispirazione per i democratici progressisti e rappresenti per il momento una sorta di anti Trump molto più carismatico e determinato del governatore della California Gavin Newsom, Mamdani non può aspirare a succedere a The Donald alla Casa Bianca perché non ottempera a un imprescindibile requisito costituzionale per candidarsi alla presidenza: essere cittadino statunitense dalla nascita.

Inoltre, gli esordi dell’amministrazione di Mamdani hanno suscitato polemiche che rischiano di riproporre quella spaccatura interna al partito democratico, tra la componente apertamente filopalestinese e quella più ricettiva delle istanze israeliane, che ha concorso a provocare la sconfitta di Kamala Harris nelle elezioni presidenziali del 2024. Infatti, anziché concentrarsi sull’attuazione dei punti socio-economici del proprio programma, nella città al di fuori di Israele che ha il maggior numero di residenti ebrei al mondo (quasi un milione di persone, concentrate soprattutto nel distretto di Brooklyn), Mamdani ha iniziato il suo mandato revocando alcuni ordini esecutivi promulgati dal suo predecessore, il democratico Eric Adams, che definivano l’antisemitismo nei termini estesi indicati dall’International Holocaust Remembrance Alliance (per cui viene ritenuto tale anche “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”), consentivano al dipartimento di polizia di regolamentare le manifestazioni di protesta in prossimità di luoghi di culto sensibili quali le sinagoghe e vietavano ai funzionari municipali, soprattutto a quelli che gestiscono i fondi pensionistici dei dipendenti della città, di dare corso a boicottaggi di Israele e all’applicazione di sanzioni e forme di disinvestimento finanziario contro questo Stato.

A dimostrazione delle ripercussioni negative che le prime iniziative di Mamdani possono avere sulla compattezza del partito democratico, Hakeem Jeffries, il leader della minoranza democratica alla Camera dei Rappresentanti nonché uno dei più tenaci sostenitori dello Stato di Israele e del suo diritto all’esistenza, non ha partecipato all’insediamento di Mamdani, nonostante il suo collegio elettorale (l’VIII circoscrizione) sia parte della città di New York.

L’approccio di Mamdani e il futuro del partito democratico

È evidente che il rilancio del partito democratico debba percorrere la strada, molto meno controversa al proprio interno, del tornare a conferire priorità alle questioni socio-economiche, estendendo su scala nazionale quanto proposto da Mamdani per i newyorkesi. Basti pensare che, con i prezzi al consumo saliti il mese scorso del 2,7% rispetto al dicembre del 2024 e con il carovita che continua a gravare sul bilancio degli americani, tra gli elettori potenziali di età inferiore ai 40 anni (la coorte che è tradizionalmente più fluida nella scelta di voto tra un’elezione e la successiva), il 58% è favorevole all’apertura di supermercati gestiti dal governo per contenere il costo dei generi alimentari e il 62% sostiene l’idea di un calmiere sugli affitti delle abitazioni. Il 51% vedrebbe di buon occhio nel 2028 l’elezione alla Casa Bianca di un socialista democratico con un programma alla Mamdani. In particolare, il 41% di chi ha votato per Trump due anni fa ha un’opinione positiva del neosindaco newyorkese, proprio per le questioni riguardanti la necessità di contrastare l’aumento del costo della vita.

Questo genere di orientamento non è sfuggito a Kathy Hochul, la governatrice democratica dello Stato di New York. In questo Stato, ad esempio, la spesa annuale media dei servizi per l’infanzia per una famiglia oscilla tra i 26.000 e i 40.000 dollari circa, arrivando spesso a impegnare quasi la metà del reddito. Così, una settimana dopo l’entrata in carica di Mamdani, in una conferenza stampa congiunta con il sindaco, Hichul ha annunciato il varo di un piano per rendere interamente a carico dello Stato di New York gli asili nido per i bambini newyorkesi di età da due anni in su. Al di là delle buone intenzioni, però, rimane il problema dei tempi di realizzazione dell’impegno, a fronte del rifiuto della stessa governatrice di aumentare le tasse a carico dei più abbienti per finanziare il welfare e del congelamento di dieci miliardi di dollari per l’assistenza all’infanzia stabilito dall’amministrazione Trump a scapito di cinque Stati a guida democratica, tra cui quello di New York. Proprio il reperimento dei fondi è la maggiore criticità su cui si giocano sia la fattibilità di un significativo ritorno delle politiche di stato sociale, non solo a livello nazionale ma anche nella stessa città di New York, sia la loro efficacia in termini elettorali a vantaggio dei candidati democratici il prossimo novembre e nel 2028.
. . .
Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono “La nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).

Commenta