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Lukoil, il colosso petrolifero russo venderà i suoi asset esteri: è la risposta alle sanzioni di Trump. Cosa significa e quali effetti sui prezzi

L’assedio energetico alla Russia per costringerla a interrompere la guerra in Ucraina si fa più serrato: Usa, Gran Bretagna, Ue, Cina e India stanno tutti cercando di rendere più difficile la vita energetica del Cremlino. Ma Orban si dissocia

Lukoil, il colosso petrolifero russo venderà i suoi asset esteri: è la risposta alle sanzioni di Trump. Cosa significa e quali effetti sui prezzi

Qualche primo effetto delle sanzioni alla Russia annunciate la scorsa settimana dagli Stati Uniti, volte a cercare di soffocare le entrate del Cremlino, si inizia a vedere. Lukoil, il secondo produttore di petrolio russo e una delle due società colpite dalle sanzioni, ha deciso di vendere i suoi asset esteri. Si tratta dell’azione più importante finora intrapresa da un’azienda russa in seguito alle sanzioni occidentali a causa dell’invasione dell’Ucraina iniziata nel febbraio 2022.

“A causa dell’introduzione di misure restrittive nei confronti dell’azienda e delle sue controllate da parte di alcuni Stati, l’azienda annuncia la sua intenzione di vendere i suoi asset internazionali ha scritto il gruppo in una nota aggiungendo che è iniziata la valutazione delle offerte dei potenziali acquirenti.

Si stringe il cerchio delle sanzioni intorno al Cremlino. Ma Orban si smarca

In un nuovo tentativo di inasprire le sanzioni energetiche e soffocare le entrate del Cremlino come strumento di pressione per spingere Vladimir Putin a mettere fine alla guerra in Ucraina, lo scorso 22 ottobre, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto sanzioni alle due maggiori compagnie petrolifere controllate dal governo russo, Lukoil e Rosneft, che insieme producono quasi la metà delle esportazioni di oro nero di Mosca, per un totale di circa 3,1 milioni di barili di petrolio al giorno. Inoltre il 15 ottobre, la Gran Bretagna non solo ha inserito le due società nella lista nera, ma ha anche preso di mira 44 cosiddette petroliere della flotta ombra, composte principalmente da vecchie petroliere dalla proprietà poco chiara. Anche l’Unione europea si sta muovendo in una direzione simile con il diciannovesimo pacchetto di sanzioni commerciali contro la Russia, in via di approvazione. La Cina ha sospeso le importazioni di petrolio da Mosca e la stessa mossa si attende dall’India. Invece il premier ungherese Viktor Orban si è smarcato durante la sua visita in Italia dicendo ai media l’Ue è fuori dai giochi e che a suo parere Trump sbaglia: “L’Unione europea non conta nulla. E presto sarò da Trump per risolvere il problema delle sanzioni al petrolio”: il presidente Usa “sbaglia su Putin, vado da lui per fargli togliere le sanzioni”.

L’industria petrolifera e del gas è una fonte fondamentale di entrate fiscali per il bilancio nazionale russo e i due produttori rappresentano poco meno della metà delle esportazioni di greggio del Paese. L’obiettivo della Casa Bianca è rendere il commercio di petrolio russo più difficile, costoso e rischioso, senza bloccare del tutto i flussi, con il rischio di far impennare i prezzi globali del greggio.

Infatti la conseguenza di queste restrizioni potrebbe essere un rialzo del prezzo del petrolio, il quale invece sta scendendo in queste ore dopo che Reuters ha riportato che otto nazioni Opec+ sono propense a un altro modesto aumento della produzione di petrolio per dicembre, quando si incontreranno domenica, mentre l’Arabia Saudita spinge per riconquistare quote di mercato.

Le attività estere di Lukoil si estendono dall’Africa all’Asia centrale

Non è ancora stato reso noto quali asset Lukoil ha intenzione di mettere sul mercato. La società, con sede a Mosca, è il colosso petrolifero russo con la maggiore diversificazione internazionale, con attività upstream in ex paesi sovietici come Kazakistan, Uzbekistan e Azerbaigian, oltre che in Egitto, Emirati Arabi Uniti e in nazioni dell’Africa occidentale come Ghana, Nigeria, Camerun e Congo. In tutti questi progetti, il produttore russo detiene quote di minoranza e, secondo il rapporto annuale dell’azienda, la sua quota nella produzione totale di greggio lo scorso anno è stata solo del 5%.

Un’eccezione degna di nota è l’Iraq, dove Lukoil detiene il 75% del gigantesco progetto petrolifero West Qurna 2. Ad aprile, il progetto ha pompato oltre 480.000 barili al giorno, secondo Interfax. Lukoil detiene anche l’80% del Blocco 10 iracheno nella stessa area, dove si prevede che la produzione raggiungerà i 30.000 barili al giorno quest’anno. Il produttore russo dispone inoltre di una rete di oltre 5.300 stazioni di rifornimento al dettaglio in 20 paesi in tutto il mondo, oltre a raffinerie in Europa.

Il processo di disinvestimento degli asset di Lukoil è condotto nell’ambito di una licenza di liquidazione rilasciata dall’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro statunitense, che Lukoil ha chiesto di prorogare “per garantire la continuità operativa delle sue attività internazionali”.

Putin si mostra indifferente

Washington ha concesso un mese alle aziende che lavorano con i gruppi russi per interrompere i loro rapporti, pena sanzioni secondarie che impedirebbero loro l’accesso alle banche, ai commercianti, agli spedizionieri e agli assicuratori americani, che costituiscono la spina dorsale del mercato delle materie prime. Putin ha definito queste “gravi misure contro il settore petrolifero russo”, rimarcando però che avranno “un impatto non significativo” sull’economia del suo Paese, pur invocando la prosecuzione del dialogo. Trump è convinto del contrario: “Mi fa piacere che la pensi così. Ne riparliamo tra sei mesi”.

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