Avanzano le trattative per la vendita delle attività internazionali di Lukoil, il colosso petrolifero russo. Il gruppo ha formalizzato un accordo preliminare con il fondo di private equity statunitense Carlyle Group per la cessione della maggioranza degli asset esteri. L’intesa, non esclusiva e subordinata al rispetto di specifiche condizioni sospensive, segna il passo più avanzato nel percorso di disimpegno avviato dopo le sanzioni imposte da Washington lo scorso ottobre. Il perimetro dell’operazione include un portafoglio globale di giacimenti di petrolio e gas, reti di distribuzione e due raffinerie nell’Europa orientale, mentre il valore della transazione non è stato reso pubblico.
Cosa entra e cosa resta fuori dal perimetro
Nel pacchetto destinato a Carlyle rientrano asset che vanno dall’Iraq al Messico, oltre a infrastrutture downstream in Romania e Bulgaria e alla catena di stazioni di servizio Teboil. Restano invece esclusi gli asset in Kazakistan, compresi i giacimenti di Karachaganak e Tengiz e la partecipazione nel Caspian Pipeline Consortium, snodo chiave per l’export del greggio kazako verso il porto russo di Novorossiysk.
Proprio su questo perimetro Astana ha deciso di muoversi in prima persona. Il ministro dell’Energia Yerlan Akkenzhenov ha confermato che il governo ha presentato una richiesta formale alle autorità statunitensi per acquisire le quote detenute da Lukoil nei progetti energetici del Paese, facendo valere i diritti di prelazione previsti. La procedura passa inevitabilmente per il via libera dell’Office of Foreign Assets Control, chiamato ad autorizzare qualsiasi transazione alla luce delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti lo scorso ottobre.
Le sanzioni e il precedente fallito con Gunvor
La mossa di Lukoil è la diretta conseguenza delle misure restrittive adottate da Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea, che hanno colpito il gruppo e le sue controllate. Un primo tentativo di vendita, avviato nei mesi scorsi con il trader di materie prime Gunvor, era naufragato proprio per il mancato via libera delle autorità americane.
In quel periodo, secondo indiscrezioni di mercato, la divisione internazionale del gruppo russo veniva valutata intorno ai 20 miliardi di dollari, ma nessuna cifra è mai stata confermata ufficialmente.
Il nodo Ofac e i tempi stretti
Qualsiasi intesa dovrà ora superare il vaglio dell’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro Usa. Lukoil ha tempo fino al 28 febbraio per completare la cessione degli asset esteri, secondo quanto previsto dal regime sanzionatorio.
Carlyle, dal canto suo, ha indicato come obiettivi la continuità operativa, la salvaguardia dei posti di lavoro e la stabilizzazione patrimoniale delle attività acquisite.
L’accordo con Carlyle non chiude la porta ad altri potenziali acquirenti. Lukoil ha confermato che le discussioni proseguono anche con Chevron e Quantum Capital. Sullo sfondo resta la strategia della Casa Bianca, guidata da Donald Trump, che punta a comprimere le entrate energetiche di Mosca senza bloccare del tutto i flussi di greggio, per evitare scosse eccessive ai prezzi globali. In questo equilibrio delicato, la partita Lukoil-Carlyle diventa un test chiave per misurare l’efficacia delle sanzioni.
