La filiera Legno-Arredo ha chiuso l’anno appena trascorso in leggera crescita (+1,3% a 52,2 miliardi), solo grazie al mercato interno. Nonostante l’export (37%) si sia fermato a un modestissimo +0,4%, il Made in Italy resiste meglio di altri comparti grazie a una solida struttura manifatturiera italiana, e al fatto che da due anni la domanda interna cresce. La debolezza estrema di altri settori è legata, infatti, alla perdita di gran parte delle capacità e delle abilità di “fare fabbrica”. La caduta delle vendite sui tre mercati più importanti continua però a preoccupare.
I dazi colpiscono ancora l’export in Usa
La prima perdita di vendite riguarda Germania e Francia, a causa di una difficile crisi economica, mentre quella – ben più grave – delle vendite negli Usa è dipesa esclusivamente dall’avvio dei dazi ad aprile e continua anche nei primi mesi dell’anno. Non è vero che i dazi rappresentino un’opportunità o che, secondo il governo, le nostre esportazioni verso gli Usa siano state positive: fino a marzo si era verificata una corsa degli importatori americani a ordinare mobili e prodotti in legno per “fare magazzino”, anticipando i pesanti aumenti tariffari annunciati da Trump. Poi, da agosto, con l’introduzione dei dazi, è iniziato il crollo a due cifre, che ha riguardato tutte le esportazioni italiane negli Usa.
Come andranno le esportazioni della filiera nel 2026, visto che i dazi, nonostante la pronuncia della Corte Suprema sulla loro illegittimità, restano, e che non ci sarà più nessuna corsa a riempire i magazzini?
Tutti aspettano il Salone
I primi mesi dell’anno sono flat, anzi, peggio. Mentre riprendono altre aree come la Germania e l’Inghilterra, difficilmente si arriverà a un segno positivo per gli Usa. Anzi – come Claudio Feltrin, presidente di Fla, ha anticipato a FIRSTonline – il segno negativo potrebbe essere addirittura a due cifre. È però in arrivo il Salone del Mobile di Milano e l’attrazione dei nostri mobili è sempre molto forte. Lo scenario, dunque, è molto complesso; ne parliamo con Claudio Feltrin.
Chiuso il 2025, quali sono le reazioni tra le nostre aziende della filiera alla nuova campagna-dazi di Trump?
“Stiamo aspettando, vedremo con quale appiglio giuridico il presidente Trump riuscirà ad applicare il 15% minacciato entro i previsti 150 giorni. Come per il 2025, l’elemento negativo di fondo è ancora oggi questa costante incertezza”.
Cosa avete chiesto o cosa vi è stato detto all’ultimo incontro che avete avuto con l’unità di crisi del governo?
“Abbiamo espresso tutta la nostra preoccupazione, ma ci è stato raccomandato di continuare a seguire l’evoluzione del business”.
Il timore sollevato in America dall’imponente ondata di rimborsi potrebbe cambiare qualcosa?
“Ci vorranno anni e anni per i rimborsi. A intentare le cause sono stati gli importatori che però poi riversano sui listini finali i rialzi, perché non sono le aziende che esportano in Usa a caricarsi di questi incrementi come in un primo momento ritenevano i consumatori. Ma a fermarsi sono soprattutto i contratti di contract, ed è questo che più ci preoccupa poiché costituisce la parte più importante e di maggior valore”.
Guardi, a chi non è del settore, però preoccupa il fatto che non si capisce se il nuovo balzello sarà o resterà al 10 o al 15%, se i prossimi dazi andranno a sommarsi a quelli esistenti.
“Ma non credo, penso che si tratti di un’ipotesi molto remota.”
Con un personaggio come Trump tutto sembra possibile, o no?
“Non è detto, perché ora l’ostacolo è che le nuove tariffe dovranno essere autorizzate dal Congresso, come ha richiesto la Corte Suprema. A meno che non venga trovata una nuova scappatoia legislativa per evitare il passaggio obbligato.”
In definitiva, a quanto ammontano e se resteranno tali, le gabelle di Trump sui mobili?
“All’attuale 10% si aggiungono le tariffe preesistenti di circa il 4-5%. E comunque rassicuriamo gli operatori: l’amministrazione americana ci ha assicurato che non si supererà la soglia del 15%”.
Anche dopo che sono trascorsi i 150 giorni previsti per l’applicazione dei nuovi balzelli?
“Anche dopo i 150 giorni”.
L’associazione dei produttori americani di arredamento si è fortemente dichiarata contro i dazi in generale, ma non è servito a niente. Solo i produttori di mobili per bagno e cucina erano molto soddisfatti poiché pare si aspettassero un gran reshoring.
“Occorrono anni per ricostruire un tessuto industriale e poi, con il divieto all’entrata della manodopera necessaria, questo è ancora più problematico”.
Torniamo all’export. A parte gli Stati Uniti, c’è stata in questi ultimi mesi una ripresa delle vendite?
“Segni positivi provengono dalla Germania che, non va dimenticato, è la locomotiva dell’Europa e quindi anche della nostra economia, e comunque sono in crescita dal 2025 le esportazioni in Inghilterra e Spagna, negli Emirati Arabi. Inoltre, all’interno della filiera ci sono settori come, per esempio, il bagno che hanno registrato buone crescite. Quanto alle prospettive per il 2026, forse ci sarà un leggero incremento totale della leva dell’export. Ma se guardiamo a come stanno andando l’economia e la Borsa in particolare, si può dire che è come essere sull’ottovolante. Quanto agli Ysa, purtroppo, il calo potrebbe essere anche a doppia cifra. E del resto, in agosto abbiamo registrato un -16,5, a ottobre un -9,2%, dati riguardanti mese su mese. Anche il dato cumulato fornisce un trend ugualmente negativo”.
Si dice spesso, anche dai ministri, che a peggiorare la situazione ci sono i dazi europei e le differenze tra regimi fiscali e legislativi. Federlegno Arredo aveva più volte sottolineato che i nuovi regolamenti contro la deforestazione previsti per il 2025 sarebbero stati insostenibili. Cosa è accaduto?
“Da Bruxelles sono comunque arrivati segni che queste e altre nostre richieste vengono ascoltate e, in effetti, l’entrata in vigore del regolamento è stata di nuovo rimandata di un anno, giusto in tempo. Quello che abbiamo richiesto è la semplificazione delle procedure. Tutte le filiere, e non solo la nostra, sono costituite in gran parte da piccole e medie imprese che non sono assolutamente in grado di realizzare le tante e complesse procedure da accompagnare a ogni prodotto. Si tratta di un tracciamento anti-forestazione selvaggia estremamente farraginoso, con software molto complicati che richiedevano e richiedono personale addetto a farlo funzionare”.
Oltre alla complessità sarebbe stato anche un problema di costi?
“Decisamente insostenibili per le dimensioni delle nostre aziende”.
Ma in nome della tutela del patrimonio forestale europeo, occorre comunque un regolamento: o no?
“Condividiamo da sempre le finalità della politica europea di protezione dell’ambiente e anti-forestazione selvaggia. Ma il 97% del legno che viene usato in Europa proviene già da foreste certificate. Rimane dunque solo un 3% e solo per questo le aziende dovrebbero caricarsi di obblighi molto pesanti che andrebbero a gravare sui costi delle esportazioni, cioè su un terzo dei 52 miliardi di fatturato della filiera, compromettendo la competitività e non soltanto questa”.
In Europa preoccupa non solo l’arrivo massiccio di prodotti cinesi a basso costo, ma anche la difficoltà di verificarne la conformità. Come FIRSTonline ha rivelato, controlli regolari non ci sono dal 2004, da quando Peter Mendelson, deposto ambasciatore inglese in Usa e all’epoca a capo della Commissione Europea del Commercio, li eliminò. Con l’aumento del Made in China per la casa a prezzi e qualità molto bassi, cosa si può fare?
“Per difendere il nostro mercato e le aziende non serve mettere dazi, ma mettere in atto dei controlli che ora sono quasi inesistenti. In caso di danni o difettosità, i consumatori europei a chi possono rivolgersi? Spesso è impossibile ricevere risposte”.
Ci sono dati recenti su questo delicato tema?
“Una ricerca della Lighting Europe, che riunisce le aziende europee dell’illuminazione, stima che il 71% dei prodotti di illuminazione venduti online in Europa non sia conforme e che il 95% dei prodotti verificati non abbia le certificazioni Raee e Ce e non rispetti i requisiti informativi di Ecodesign, etichettatura energetica e sicurezza elettrica”.
Oltre a pesare sui consumatori in termini di sicurezza e portafoglio, la competitività delle aziende europee è influenzata dai costi di produzione più elevati e dalle procedure amministrative necessarie per rispettare le normative. Per quanto riguarda i controlli sui prodotti provenienti da piattaforme cinesi, molti articoli come lampade e materiali a basso costo non sempre rispettano le certificazioni e spesso mancano informazioni di contatto per eventuali reclami. Libertà totale senza controlli.
