Condividi

Banner FIRSTonline

“Le città di pianura”: il film di Sossai è un viaggio (alcolico) tra le provincie venete

La selezione a Cannes (Un certain regard) e una lunga tenitura in sala per l’opera seconda del bellunese Francesco Sossai: tanti buoni spunti, ma il road movie è un po’ sgangherato.

“Le città di pianura”: il film di Sossai è un viaggio (alcolico) tra le provincie venete

Le città di pianura sono quelle che nel paesaggio veneto interrompono la linea immaginaria che potrebbe far spaziare lo sguardo dalle montagne alla laguna. Proprio come nell’affresco della scuola del Veronese inquadrato a metà di questo film: un “capriccio”, che ritrae una veduta ideale, priva dell’ingombro dei centri urbani intorno ai quali, in epoca moderna, sono sorti capannoni e fabbriche, bar e autogrill, che hanno finito per mutare il paesaggio e la vita delle persone che lo abitano.

I due maturi protagonisti della storia – il musicista Capovilla al suo esordio è Doriano e il caratterista Sergio Romano è Carlobianchi (sì, tutto attaccato) sono buoni compagni di bevute, e da giovani di qualche scorribanda. La crisi ha picchiato duro, la fine del miracolo del nord-est pure, e i due girano un po’ a vuoto. Si incontrano in un bar e attraversano la notte su una vecchia Jaguar, ultimo vessillo dei tempi migliori che furono.

Accumulano vari bicchieri della staffa, fino ad arrivare a Venezia dove, i locali ormai chiusi, si uniscono a un gruppo di ragazzi che sta festeggiando la laurea di una di loro. Tra questi anche Giulio, giovane studente di architettura innamorato della festeggiata ma impacciato, e che Dori e Carlobianchi trascineranno in una notte di (sana) iniziazione: loro sono “troppo vecchi per crescere” ma lui no.

È un film “sulla strada” e intriso di territorio. Pecca forse di troppo amore: tanti riferimenti personali e culturali del regista come puntini che, uniti, formano un disegno troppo schematico. Va bene l’alcol – ché sì, in Veneto si beve – e le inquadrature di vecchie scatole di biscotti veneziani (Angelo Colussi, e i baicoli), ma poi c’è anche la battuta sul televisore Brionvega e finanche il non attore Pennacchi che però fa un cameo buono e giusto.

Tutte eccellenze del territorio, come i Tiziano, Giorgione e Tintoretto cui il regista ha dichiarato di essersi ispirato insieme al suo DOP per la fotografia. E come la tomba Brion, progettata da Carlo Scarpa, dove finiscono i tre in un casuale pellegrinaggio: un capolavoro d’acqua e cemento, in equilibrio tra cielo e terra, su cui posare lo sguardo per cercare ristoro dalla marginalità cui è ridotta l’esistenza.

Un carico eccessivo per una trama esile? Troppi simboli al fuoco? Dalla sua, il film ha la forza di un racconto tutto al maschile di una generazione di provincia disillusa che però sa, letteralmente, berci su e svezzare il giovane del terzetto che alla fine salirà sul treno per Verona per prendersi Giuli(ett)a.
Una selezione in grandi Festival internazionali, una buona critica e la sempre ottima prova di Filippo Scotti (Sorrentino, È stata la mano di dio) che interpreta il giovane studente (un “vero gentiluomo del meridione”, come lo apostrofano a un certo punto nel film) non migliorano del tutto l’impresa del regista che poteva, forse, nascondere meglio le sue tracce.

Ancora al cinema
Produzione: Italia/Germania 2025, Regia: Francesco Sossai, Sceneggiatura: Francesco Sossai, Adriano Candiago, Montaggio: Paolo Cottignola, Fotografia: Massimiliano Kuveiller, Interpreti principali: Pierpaolo Capovilla, Sergio Romano, Filippo Scotti, Roberto Citran, Andrea Pennacchi, Durata: 98’.

Commenta