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Lavoro e pensioni: la crisi demografica sconvolgerà tutto

INTERVISTA A ALESSANDRO ROSINA, demografo della Cattolica e autore del libro “Crisi demografica. Politiche per un Paese che ha smesso di crescere”. “Il trend è segnato: crescono gli anziani, diminuiscono i giovani. In Italia gli over 65 sono già più degli under 25” – Anzichè anticipare il pensionamento bisognerà allungare la vita lavorativa

Lavoro e pensioni: la crisi demografica sconvolgerà tutto

La crisi demografica rischia di mettere una pietra quasi tombale sulle velleità di sviluppo del nostro Paese. Tra qualche anno gli spietati numeri della scienza demografica ci metteranno davanti al naso i limiti pratici di quello che può permettersi una nazione che lentamente sta morendo. È la brutale, ma ben supportata dall’evidenza scientifica, previsione che Alessandro Rosina, demografo della Cattolica, delinea nel suo ultimo lavoro “Crisi demografica. Politiche per un paese che ha smesso di crescere”. La brutalità della demografia appare ancora più sconsolante in relazione alle linee di convergenza dell’inverno demografico italiano con il dibattito in corso sulla miniriforma delle pensioni (quota 102, quota 104, opzione donna a 58 anni).

Professor Rosina, per rimodulare il sistema pensionistico si guarda evidentemente anche alla statistica demografica. Come sarà l’Italia nel prossimo futuro?



«Avremo una popolazione sempre più anziana, la longevità sarà il tratto fondamentale della nostra società. Rimarremo uno dei Paesi con il maggior numero di anziani al mondo. Siamo stati il primo Paese al mondo ad avere più over 65 rispetto agli under 15. Già adesso gli over 65 superano gli under 25».

E tra 20 anni?

«Nel 2035 avremo più over 65 rispetto addirittura agli under 35. Non so se è ben chiaro l’impatto di quello che succederà».

Il Covid ha cambiato in qualche aspetto la fisionomia della demografia?

«Stiamo studiando i numeri sulla natalità. Nel 2020 avevamo 1.24 figli per donna, il numero più basso d’Europa. Giova ricordare che il numero per mantenere in tendenziale equilibrio la popolazione è 2. Se persistono questi dati è logico che i giovani si ridurranno ancora di più. Viviamo un processo che io chiamo di “degiovanimento”».

Un’Italia destinata a morire numericamente che cosa si può permettere dal punto di vista pensionistico?

«Glielo dico in termini demografici: alla fine del secolo l’Italia potrebbe arrivare a dimezzarsi. Nel 2015 per la prima volta abbiamo assistito alla decrescita demografica. Il trend è segnato: crescono gli anziani, diminuiscono i giovani».

Il dibattito economico in queste settimane è ritornato sulle asticelle dell’età pensionabile, da quota 100 a quota 102 o 104. Che effetto le fanno le prese di posizione dei partiti e dei sindacati?

«Nessuno parla di equità generazionale. Non possiamo scaricare tutto sui pochi giovani che ci saranno. La politica oggi deve tenere conto anche dei diritti di chi verrà dopo. Ammetto che non sia semplice con un elettorato prevalentemente anziano che è soprattutto interessato ai diritti di oggi. I giovani non contano quasi nulla e sono caricati di mille tensioni sul presente, le pensioni per loro passano in secondo piano».

L’aspettativa di vita come impatterà sulla durata dei percorsi lavorativi?

«Questo è uno dei grandi temi. Oggi si arriva a 60 anni, a 70 anni, e anche oltre in buone condizioni fisiche, con un capitale umano maggiore, con competenze molto più elevate di un tempo. Diventerà obbligatorio per le società occidentali pensare ad una valorizzazione diversa, anche dal punto di vista lavorativo, delle fasce di età fino ai 70 anni. Il Covid ha colpito molto gli ultra-anziani ma non ha certo frenato il processo di invecchiamento. Dal punto di vista sociale ha aumentato invece le fragilità e innescato per esempio una grande domanda di sanità pubblica».

Chi prova a fare questi ragionamenti viene brutalizzato e ridicolizzato nel dibattito pubblico.

«Saranno inevitabili forme parziali di permanenza nel mercato del lavoro, di partecipazione diversa alla vita sociale e produttiva, di inserimento in percorsi di formazione, anche fino a 70 anni e oltre. Certo, rimodulando carichi di lavoro, mansioni, orari, ma la strada è questa».

Magari non per tutti i lavori. Si farebbe fatica a pensarlo per i lavori davvero usuranti.

«Certamente non vale per tutti. Ma l’Age Management consente ai lavoratori con competenze ed esperienze professionali importanti di partecipare anche in età matura ai processi decisionali e produttivi del Paese. Le persone vivranno sempre di più, in buona salute fino ad età avanzate, con buoni titoli di studio. Bisogna ribaltare la questione: si devono favorire opportunità più che porre vincoli, ovvero migliorare le condizioni che consentono alle persone di essere attive a lungo, prima ancora di imporre per legge di rimanere al lavoro».

Le battaglie ideologiche sull’età pensionabile sono “massa di manovra” solo per sindacati e partiti?

«I numeri sono implacabili. I giovani non sono nemmeno rappresentati nei loro interessi, sono molto meno tutelati di lavoratori dipendenti e pensionati. Il rischio concreto è che non si vogliano affrontare davvero i grandi cambiamenti che la demografia ci impone in tutti i campi. È molto più semplice fare battaglie di retroguardia».

Alessandro Rosina
FIRSTonline

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