Nel giro di poche ore, il conflitto tra Stati Uniti e Iran è tornato a muoversi sul filo sottile che separa la diplomazia dall’escalation militare. Dopo aver lasciato intendere che un accordo fosse ormai vicino e che i negoziati stessero procedendo nella direzione di una tregua duratura, il presidente americano Donald Trump ha cambiato tono, annunciando che Washington avrebbe risposto all’abbattimento di un elicottero militare statunitense nello Stretto di Hormuz. Nella notte tre raid Usa si sono abbattuti sull’Iran, colpendo basi navali, sistemi radar e artiglieria. Nella mattina del 10 aprile, le forze del Comando Centrale unificato degli Stati Uniti (Centcom) hanno affermato in un post su X di aver “completato gli attacchi di autodifesa contro l’Iran, su ordine del Comandante in Capo, in risposta all’abbattimento, avvenuto il giorno precedente, di un elicottero Apache dell’Esercito statunitense”
Teheran ha a sua volta risposto bersagliando le basi americane nei paesi mediorientali e accusato gli stati della regione di “responsabilità legale e morale” per gli attacchi di Usa e Israele. L’esercito iraniano “ha preso di mira e distrutto quattro obiettivi principali, tra cui gruppi di caccia F-35 in una base aerea e il centro di comando militare statunitense” ad Azraq in Giordania, si legge in una dichiarazione pubblicata dai media statali. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato inoltre di aver condotto un attacco con droni contro il quartier generale della Quinta Flotta della Marina degli Stato Uniti in Bahrein, in risposta a quelle che hanno definito “recenti azioni ostili” da parte degli Stati Uniti.
Il dietrofront del presidente americano
Gli attacchi incrociati avvenuti nella notte rischiano di compromettere settimane di trattative e di alimentare ulteriormente l’instabilità in una regione già segnata da mesi di tensioni tra Teheran, Israele e gli Stati Uniti. Secondo Trump, l’Iran avrebbe abbattuto un elicottero d’attacco Apache dell’esercito americano impegnato in una missione di pattugliamento. I due piloti sono stati recuperati sani e salvi, ma la Casa Bianca considera l’accaduto un attacco diretto alle proprie forze.
Fino a pochi giorni fa il presidente statunitense si mostrava ottimista. Trump aveva parlato di progressi nei colloqui con Teheran e aveva lasciato intendere che una proposta di accordo potesse arrivare nel giro di pochi giorni. In più occasioni aveva sostenuto che la situazione stesse evolvendo positivamente e che la prospettiva di una de-escalation fosse concreta. L’abbattimento dell’Apache ha però cambiato improvvisamente la narrativa. In un messaggio diffuso sui social, Trump ha affermato di essere stato informato dai vertici militari che l’elicottero sarebbe stato colpito dalle forze iraniane durante una missione nello Stretto di Hormuz. Da qui la conclusione: gli Stati Uniti, ha dichiarato, “devono necessariamente rispondere” all’attacco. Parole che segnano una netta inversione rispetto ai toni concilianti adottati nelle ultime settimane e che alimentano il timore di una nuova fase di confronto diretto.
Il nodo dell’elicottero abbattuto
Resta tuttavia qualche elemento di incertezza sulla dinamica dell’incidente. Nelle ore immediatamente successive allo schianto, diverse fonti avevano riferito che le cause della caduta dell’Apache non erano ancora state chiarite. Le autorità militari americane avevano parlato di un’inchiesta in corso senza attribuire pubblicamente responsabilità all’Iran. Successivamente Trump ha invece sostenuto che i briefing ricevuti dai vertici delle forze armate confermerebbero il coinvolgimento diretto di Teheran. Al momento non sono stati resi pubblici ulteriori dettagli tecnici sull’accaduto, ma l’affermazione del presidente americano è bastata a riaccendere le tensioni diplomatiche e militari.
Una tregua sempre più fragile
I nuovi bombardamenti arrivano in un momento particolarmente delicato. Negli ultimi giorni il fragile cessate il fuoco tra Iran e Israele era già stato messo sotto pressione da nuovi scambi di attacchi e da operazioni militari in Libano. Trump stesso era intervenuto pubblicamente invitando tutte le parti a fermare le ostilità per evitare una nuova spirale di violenza. I nuovi attacchi rischiano ora di far deragliare definitivamente il processo negoziale.
Lo scenario
La vicenda evidenzia ancora una volta la contraddizione che caratterizza l’attuale strategia americana: mantenere aperto il canale diplomatico con l’Iran senza rinunciare alla pressione militare. Trump continua infatti a sostenere che un accordo resti possibile, ma allo stesso reagisce militarmente all’azione attribuita a Teheran. Quel che appare evidente è che il percorso verso una pace stabile resta estremamente fragile. E mentre la diplomazia prova a tenere aperto uno spiraglio di dialogo, un singolo incidente militare è bastato a riportare il Medio Oriente in una guerra “guerreggiata”.
(Ultimo aggiornamento: ore 8.08 del 10 giugno).
