“L’intervento di Giorgia Meloni in Parlamento, pronunciato mentre il mondo è in fiamme e rischia di esplodere, è stato un nervoso comizietto di provincia, a metà tra la stucchevole elencazione delle cose mirabilmente realizzate in quattro anni di governo e il pervicace rancore polemico nei confronti delle sinistre. Ma anche Schlein e Conte hanno usato lo stesso registro. Non un minimo di analisi strategica su quanto sta accadendo, non un pizzico di autocritica a supporto del cambiar registro su temi e interlocutori, non una proposta che una”.
Quello riportato è un brano contenuto nella newsletter settimanale di Enrico Cisnetto. A queste considerazioni si potrebbe aggiungere lo spettacolo di una postura dimessa di Meloni (“sparse le trecce morbide sull’affannoso petto”) e di un atteggiamento arrogante di Schlein che si è spinta a lanciare verso i banchi del governo l’accusa rivolta da Antonio Gramsci al tribunale speciale che lo aveva condannato (toccherà a noi comunisti salvare il Paese che voi avrete portato alla rovina).
Anche la polemica politica, tuttavia, dovrebbe avere delle regole: le critiche dovrebbero attenersi ai fatti e non esprimersi attraverso accuse generiche avulse dalla situazione in cui versa il Paese. Anche ammesso che sia vero che “dopo quattro anni nessun cittadino italiano può dire di stare meglio di come stava quando il governo Meloni si è insediato”, è altrettanto vero che nessun cittadino italiano, da decenni, si è trovato a fare i conti con un contesto di guerra mondiale “a pezzi” e con le sue inevitabili conseguenze. Inoltre non corrisponde a verità l’altra accusa della segretaria del Pd, ripresa poi nel corso del dibattito dagli altri esponenti delle opposizioni. “Questo governo ha avuto una occasione storica e l’ha sprecata: avevate numeri per fare tutto e non avete fatto nulla”.
Il compito di un governo e di una maggioranza in un Paese come l’Italia gravato da un enorme debito pubblico e costretto dall’emergenza della pandemia ad infrangere le regole dell’equilibrio della finanza pubblica “fa” ovvero agisce correttamente anche quando si fa carico di riordinare i conti pubblici, un’operazione difficile ma doverosa in un ambito di regole definite a livello europeo.
È opportuno notare che il governo si è sottratto alla tentazione di sfasciare il sistema pensionistico, evitando di adottare quelle misure che le forze politiche della maggioranza avevano predicato per anni. Misure che ora vengono rivendicate dalla sinistra. Far quadrare i conti pubblici non è un lusso o un capriccio oppure un’opzione, ma una premessa della stabilità politica ed economica di un Paese. In questa materia il governo italiano ha conseguito risultati positivi come tali riconosciuti a livello internazionale, nello stesso momento in cui si doveva fare fronte ad una grave crisi energetica, delle materie prime e del commercio internazionale. Quale è la terapia che viene sostenuta dalla sinistra in questi casi?

La sospensione del patto di stabilità per dare fondo a risorse che, nella realtà, non ci sono perché prese a debito e a carico delle generazioni future. A cui si aggiunge il solito benaltrismo quando si pone la questione di una difesa armata. “La vostra Italia è basata sul lavoro povero e precario – ha aggiunto Schlein – Toccherà a noi approvare il salario minimo, combattere la precarietà e il part time forzato, il congedo paritario, occuparci della sicurezza del lavoro, fare una legge sui rider”. Anche queste accuse non tengono conto di una realtà in evoluzione riconfermata dall’Ocse proprio nelle stesse ore del dibattito in Parlamento: la performance economica dell’Italia “è migliorata nel corso dell’ultimo decennio” e “il prodotto pro capite è in crescita”. L’aumento dell’occupazione ha guidato questo miglioramento. La disoccupazione è scesa a livelli storici e più donne e adulti anziani sono entrati nel mondo del lavoro. Gli investimenti sono aumentati.
Sebbene la produttività del lavoro “sia migliorata” alla fine del primo decennio del 2000, “da allora si è indebolita, poiché la forte crescita dell’occupazione generata dai settori dei servizi a forte intensità di manodopera ha superato la crescita complessiva della produzione”. Poi c’è l’Istat – citata da Meloni – i cui numeri certificano che rispetto all’inizio della legislatura, vi sono quasi 1,2 milioni di occupati stabili in più e oltre 550 mila precari in meno”. Questi dati vengono smentiti dalla sinistra con argomenti da bar Sport, il più frequente dei quali è quello di attribuire l’aumento dell’occupazione al fatto che – per colpa della legge Fornero – i lavoratori non possono più andare in pensione, un ritornello che viene smentito dalle statistiche ufficiali come dimostra la tabella seguente.
Certo, rispetto ad altri Paesi – lo riconosce anche il governo – vi sono molti limiti da recuperare per quanto riguarda l’occupazione e le retribuzioni. “C’è molto da fare, ad esempio, per ciò che riguarda l’occupazione delle donne”. In questi anni – ha sottolineato la premier – il tasso di occupazione femminile è cresciuto di due punti rispetto al nostro insediamento, e abbiamo superato il tetto dei dieci milioni di donne lavoratrici. Ma l’Italia rimane ancora il fanalino di coda in Europa. Sostenere la crescita dell’occupazione femminile rimane la nostra priorità.
L’impennata inflazionistica a cavallo tra il 2022 e il 2023, unita al ritardo nel rinnovo dei contratti, ha destabilizzato livelli retributivi negozianti in un altro contesto. Ma è in atto un processo di ripresa: “I salari degli italiani – sono sempre parole di Meloni – hanno ripreso a crescere, consentendo alle famiglie italiane di recuperare, seppur lentamente, il potere d’acquisto perso negli anni precedenti. Come nel 2024, anche nel 2025, le retribuzioni contrattuali hanno avuto una crescita superiore all’andamento dell’inflazione ed è aumentato seppure non sufficientemente per noi il reddito disponibile delle famiglie. E, come ricordato pochi giorni fa dall’Istat, nel 2025, seppur di poco, è diminuita la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale”.
A dire la verità come non è corretto imputare al governo il livello basso delle retribuzioni, così è sbagliato che il governo cerchi di intestarsi i miglioramenti, che in larga misura appartengono alla dinamica delle forze produttive. Ricordiamo quando si attribuiva ai dazi voluti da Trump l’approssimarsi di una catastrofe con tanti licenziamenti. Invece le nostre esportazioni sono aumentate del 7%. Sono le parti sociali e il sistema delle relazioni industriali responsabili se i salari sono bassi, mentre hanno il merito prevalente del loro miglioramento. “È improprio assegnare – sostiene la Banca d’Italia – al bilancio pubblico il compito di recuperare il potere d’acquisto perduto dai lavoratori, soprattutto quando la redditività delle imprese può consentire che questo avvenga attraverso la contrattazione”.
I governi possono intervenire sul versante fiscale e parafiscale. Va riconosciuto un notevole impegno dei bilanci pubblici nell’affrontare questa situazione mediante misure fiscali e trasferimenti. È l’Upb a indicare che i diversi interventi sull’Irpef degli ultimi sei anni (su struttura delle aliquote, articolazione degli scaglioni di reddito, decontribuzione, detrazioni per redditi da lavoro e quelle per oneri dei contribuenti con redditi più elevati), compresa la traslazione nell’Irpef delle misure di sostegno al reddito dei lavoratori dipendenti introdotte per far fronte alla crisi inflazionistica del biennio 2022-23, hanno accresciuto la progressività del prelievo con un’azione redistributiva a favore dei redditi più bassi- da 10mila a 32mila euro – che hanno recuperato il fiscal drag per intero a scapito di quelli medio alti con evidenti differenze di trattamento tra categorie di contribuenti specie per i lavoratori dipendenti.
Sempre l’Upb sottolinea che, nello stesso arco temporale, le famiglie con redditi inferiori a 35mila hanno ottenuto benefici netti per 18,6 miliardi nel triennio esclusi gli interventi Irpef. Per quanto riguarda, poi, il salario di produttività, sono almeno 15 anni che viene applicato un regime fiscale favorevole, destinato persino a ridursi all’1% dalla manovra di bilancio 2026. Possiamo dire che il fisco – pur con tutti i limiti denunciati – ha fatto la sua parte nella difesa dei redditi. Restano questioni di esclusiva competenza delle parti sociali attraverso la contrattazione nazionale e decentrata: quanto meno la revisione dei meccanismi del rapporto tra retribuzione e costo della vita (almeno per capire il differenziale dell’inflazione che incide sul carrello della spesa, rispetto agli indici di carattere generale) e le procedure per i rinnovi contrattuali alla loro scadenza, rivisitando modalità già negoziate ma venute meno a seguito del logoramento delle relazioni industriali. La legge di delega per la giusta retribuzione (l’alternativa del governo al salario minimo legale) approvata a settembre 2025, affrontava il complesso dei problemi della contrattazione e del salario.
In proposito vi è una carenza del governo nella predisposizione dei decreti legislativi. Sembra però che nel decreto del 1° maggio il governo abbia intenzione di risolvere la questione dei contratti da valere per tutti gli appartenenti ad una determinata categoria e che il criterio sia quello dei contratti maggiormente applicati. Sull’assunzione di questo criterio le opposizioni accusano il governo di voler favorire i contratti pirata e chiedono che si faccia riferimento ai contratti stipulati dalle organizzazioni sindacali “comparativamente più rappresentative”. In realtà, come accade spesso, si tratta di un falso problema perché l’insieme dei contratti maggiormente applicati e quello dei contratti sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil coincidono per il 96% dei lavoratori dei settori privati.
Ma, in conclusione, è necessario impostare un altro ragionamento. In una situazione internazionale come quella in cui stiamo vivendo per esserne all’altezza una leadership politica dovrebbe avere la capacità dei salmoni di nuotare contro corrente. La premier viene accusata di essere troppo subordinata a Trump. Sinceramente non si comprende quale vantaggio ci sarebbe per l’Italia nel dissociarsi, con parole più dure, dagli Usa e da Israele. Siamo in guerra, ma fingiamo di non essercene accorti. Ma se è questa la realtà non è molto saggio rinchiudere l’ombrello degli Usa.
Non vogliamo prendere parte alla guerra contro il regime teocratico, ma siamo sottoposti alle iniziative dell’Iran (la chiusura dello Stretto di Hormuz e la distruzione di importanti impianti negli Stati arabi, per nulla coinvolti nel conflitto, la mobilitazione di Hezbollah e degli Houti) dalle quali è emerso chiaramente che il regime considera nemici tutto l’Occidente e i suoi alleati di diritto o di fatto, a prescindere dalla loro partecipazione armata. E punta a creare una crisi di carattere mondiale che finirà per ripercuotersi anche sul Grande e sul Piccolo Satana. Potremmo chiamare la nostra una crisi per procura. Il governo ha adottato alcune misure sul prezzo dei carburanti che sono ritenute insufficienti dalle opposizioni.
In realtà sono inutili e controproducenti perché il prezzo dipende da un’offerta che è divenuta insufficiente rispetto alla domanda. E andrà sempre peggio se lo Stretto di Hormuz dovesse restare sostanzialmente bloccato e fosse confermato il rifiuto dei paesi europei di partecipare ad azioni di sgombero, anche se apparissero l’unica soluzione per evitare la crisi. Se così accadesse, si porrebbe non un problema di calmierare i prezzi, ma di ridurre i consumi, sempre che non prevalga l’opportunismo di rimetterci a disposizione dei prodotti russi e del loro commercio. Intanto i francesi, gli svizzeri e gli sloveni attraversano il confine e vengono a fare il pieno da noi perché spendono meno.