La domanda è quella che si stanno facendo in larga parte del mondo, a cominciare dalla stampa americana: “Donald Trump può vincere una guerra se non riesce nemmeno a spiegare perché l’ha iniziata?». Secondo il titolo scelto dal New Yorker per un articolo di alcuni giorni fa la cui sostanza era: gli Stati Uniti sono entrati in guerra con l’Iran senza un obiettivo preciso e senza un piano per raggiungerlo.
È così? Se si passa in rassegna la prima settimana di questa ennesima guerra innescata dall’uomo che più di tutto ambisce al premio Nobel per la pace, non possiamo che essere d’accordo.
Nelle prime ore l’obiettivo dei bombardamenti era stato quello di “cambiare il regime” diabolico di Teheran per liberare il popolo iraniano. Poi Trump ha però spiegato che in realtà la cosa migliore sarebbe stata qualcosa una soluzione alla venezuelana perché quello “era uno scenario perfetto” con sole “due persone che non hanno mantenuto il lavoro, Maduro e la moglie”.
Mentre nelle ultime ore ha fatto sapere che vuole semplicemente fare piazza pulita dell’intero Iran. Insomma, il solito Trump, con l’ aggravante che stavolta non si tratta di dazi ma di vite umane e della rottura (definitiva?) della trama del diritto internazionale.
Chiediamo sull’argomento un’opinione al prof Stefano Silvestri già presidente dell’Istituto Affari Internazionali, consulente di governi ed esperto in strategie militari.
Professore, anche lei crede che il presidente americano non sappia dove stia andando e dove voglia arrivare?
“Sì, la penso così. Ed è la preoccupazione maggiore. Che cosa intende ottenere Trump da questa guerra? Il suo alleato israeliano ha le idee chiare, vuole che il vecchio e acerrimo nemico resti in ginocchio, se proprio non si riuscirà a cancellarlo dal Medio Oriente. E i suoi comportamenti sono coerenti con questa strategia: picchiare molto, ovunque e il più forte possibile. Ma gli Usa che vogliono ottenere? Certo, volendo speculare, c’è sempre quel filo nero, nero come il petrolio, che lascia le sue tracce. E che collega il Venezuela all’Iran ma anche alla Nigeria (dove recentemente gli americani hanno condotto una operazione anti terrorismo) e alla rinnovata attenzione alle rotte artiche rese più agibili dallo sciogliersi dei ghiacci. E dove porta questa traccia? All’unico vero nemico degli Usa, la Cina. Perché, si sa, Pechino ha un forte bisogno di importare energia e questi paesi sono grandi esportatori di gas e petrolio verso la Cina. Washington vuole forse stabilire la sua egemonia sulle grandi rotte di approvvigionamento energetico del dragone asiatico per accrescere il suo peso negoziale nei confronti del rivale? Se così fosse dovrebbe però allontanare dalla Cina il suo principale fornitore, la Russia. Obiettivo non facile né evidente e che però potrebbe spiegare l’apparente disponibilità di Trump verso Putin. Ma non vorrei che immaginando questa trama stiamo generosamente concedendo a Trump più di quanto meriti. Forse stiamo solo di fronte a un caotico scenario e basta”.
A proposito della Cina, perché appare così appartata e silenziosa in questo conflitto?
“La politica cinese normalmente non è rumorosa, ma forse c’è qualche altro motivo che potrebbe spiegare questa modestia di comportamento. Sappiamo che è in corso nel Paese una importante epurazione nei ranghi militari, almeno 100 generali sono stati costretti a lasciare il loro ruolo per essere sostituiti probabilmente da uomini più accomodanti. Un gran repulisti con annessi e connessi che rende i cinesi in questo momento più concentrati al loro interno che protagonisti sul piano internazionale. Intendiamoci, non so se sia una buona notizia per i cittadini cinesi, ma che un protagonista internazionale non appaia aggressivo come alcuni suoi colleghi (Trump e Putin, per fare i nomi) possiamo considerarla senz’altro un’ottima notizia per il resto del mondo”.
Veniamo a casa nostra: Macron ha fatto un gesto importante, annunciando di voler condividere i suoi missili nucleari Rafale con i vicini, a cominciare dai polacchi e i baltici, più esposti di altri alle ambizioni di Mosca. Insomma ha annunciato di voler aprire l’ombrello nucleare francese sull’Europa visto che l’alleato in capo, gli Usa, si mostra ormai sempre più restio a tenere aperto il suo. Cosa ne pensa?
“Ne penso bene ovviamente. Macron ha fatto un passo importante lanciando soprattutto il disegno di un’architettura europea di “dissuasione avanzata”, come l’ha definita, che ha molta suggestione, ma che è ancora tutta da costruire. Si tratta di un processo lungo che fra l’altro ha bisogno anche di avere più materiali bellici, tipo il sottomarino lanciatore di missili di terza generazione, L’Invincibile, la cui realizzazione la Francia ha lanciato per quest’anno; o altre unità della stessa classe, parallelamente alla costruzione di una nuova portaerei e altre spese di difesa particolarmente pesanti che il Paese non può affrontare da solo. Non sarà facile convincere tutti gli altri a dividere le spese. E poi comunque le regole di ingaggio restano quelle della Nato, che rimane la trama dell’Alleanza dell’Occidente, perché i Trump passano e gli americani restano. Senza voler sottovalutare con questo che in futuro nulla sarà più come prima, Trump o non Trump”.
Prof, che pensa della decisione del premier Sanchez di non fornire assistenza agli americani?
“Che è facile per la Spagna fare il grillo parlante stando lontano dal teatro della guerra, gli spagnoli rischiano meno di tutti gli altri”.
Quanto tempo può resistere l’Iran?
“È difficile dirlo. Intanto ha reagito optando per una sorprendente azione, attaccando tutti i Paesi che gli stanno attorno, a cominciare certo da Israele, ma anche quelli del Golfo, arrivando fino all’Azerbaigian, e Cipro. Una strategia che nessuno si aspettava e che mira non solo a punire chi ha sul proprio territorio basi americane, ma a provocare il caos, economico e politico. Vedi il blocco dello stretto di Hormuz, con mille navi ferme per un valore di 25 miliardi di dollari. Una strategia militare di difesa che ha senso e che più passa il tempo più rischia di mettere in imbarazzo gli Usa visto che saranno ritenuti responsabili dell’allungarsi dell’ombra di una crisi energetica ed economica sempre più probabile. Il fatto è che per orribile che sia il regime degli ayatollah, stiamo parlando di un Paese che non è certamente paragonabile al Venezuela, con 92 milioni di abitanti, grande oltre cinque volte l’Italia, con una enorme storia alle spalle. E soprattutto con un sistema di governo molto articolato e complesso. Temo che Trump e Netanyahu abbiano sottovalutato il nemico”.
Come finirà? Quando finirà?
“Il come sarà stabilito da chi prenderà veramente il comando dell’Iran: i pasdaran, che sembrano essere la forza più organizzata, saranno a fianco di Khamenei jr? O vorranno fare da loro? Perché escludo che possa esserci un capo religioso o no, filo americano, Trump se ne dovrà fare una ragione. Il quando invece è facile: quando il presidente Usa ne avrà avuto abbastanza e deciderà che ha vinto”.