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Governo, sopravvivere non basta

Prolungare il governo Letta vuol dire perdere un altro anno in sterili discussioni e in piccoli provvedimenti marginali, senza affrontare nessun problema vero: dalla riforma del mercato del lavoro alla vendita delle aziende pubbliche, dalla riforma delle istituzioni al risanamento delle banche.

Governo, sopravvivere non basta

E’ giusto concedere una nuova apertura di credito al governo Letta (magari dopo un profondo rimpasto), oppure sarebbe più opportuno, nell’interesse della ripresa dell’economia italiana, approvare rapidamente una riforma della legge elettorale e magari impostare (anche senza completarle) qualche altra riforma istituzionale, per andare subito alle urne?

Al di là delle pur legittime ambizioni personali e delle differenze caratteriali tra le due prime donne del Pd, non sembra che l’arrocco di Letta dentro il fortino di Palazzo Chigi e la sua consolidata propensione per la tattica dello smorzare le impazienze e del logorare lentamente gli avversari avvolgendoli in una spirale di incontri e di studi sia produttiva per il Paese e per il suo personale futuro ruolo in politica. In altri termini, più dura questo Governo e più l’immagine di Letta rischia di logorarsi.

Il presidente del Consiglio dovrebbe avere ben chiaro, specie dopo questi primi otto mesi di governo, che il problema del Paese non si può risolvere con qualche piccolo aggiustamento nelle politiche di sostegno ai giovani disoccupati o ai nuovi poveri, ma che la nostra crisi dipende in larga misura dal collasso delle nostre istituzioni a qualsiasi livello, dalla loro inconcludente litigiosità, dalla diffusione di poteri di veto che hanno la capacità di bloccare qualsiasi tentativo di riforma. 

Nessuno riesce in questa situazione a portare avanti un vero e profondo rinnovamento in tanti settori della società italiana, perché la sfiducia verso i politici, o forse sarebbe meglio dire verso l’intera classe dirigente, riduce al minimo la disponibilità al cambiamento, all’abbandono del vecchio sistema che pure mostra crepe sempre più profonde, per tentare strade nuove e , come dimostrano i Paesi dove questo è stato fatto, assai più promettenti.

Questo Renzi sembra averlo ben compreso, tanto che non vuole mischiarsi con il tran tran della politica attuale, ma punta tutte le sue carte sulla riforma elettorale e su altri cambiamenti istituzionali a cominciare dalla eliminazione del bicameralismo perfetto, fino alla revisione del titolo V della Costituzione per chiarire meglio i poteri tra centro e periferia.

D’altra parte, senza avere uno strumento di governo ben funzionante sarà ben difficile affrontare i tanti nodi della società e dell’economia del nostro Paese. Anche sotto l’aspetto puramente tattico, voler dare a Letta ancora un anno di tempo e puntare alle elezioni nel 2015, significherebbe prolungare la campagna elettorale di altri 12-14 mesi, e questo senza considerare che comunque a maggio prossimo ci saranno le elezioni europee e una tornata abbastanza importante di elezioni amministrative. 

In questo clima è sicuro che tutti i partiti, e quel che è peggio i vari gruppi all’interno dei partiti, agiranno in base alle convenienze politiche più immediate e boicotteranno qualsiasi riforma strutturale, temendo di scontentare questo o quel gruppo dei propri elettori.

L’unico spiraglio aperto in questo muro di gomma che produce solo immobilismo è la riforma della legge elettorale, resa necessaria dalla sentenza della Corte Costituzionale, e che la voglia di Berlusconi di andare alle elezioni rende forse possibile approvare con una larga maggioranza parlamentare. Tutto il resto, a cominciare dal jobs act, sarà quasi impossibile da approvare per questo Parlamento, con questi regolamenti parlamentari.

Prolungare il governo Letta, contrariamente a questo scritto dal direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli, vuol quindi dire perdere un altro anno in sterili discussioni e in piccoli provvedimenti marginali, senza affrontare nessun problema vero: dalla riforma del mercato del lavoro alla vendita delle aziende pubbliche, dalla riforma delle istituzioni al risanamento delle banche. 

Nessuno lo dice, ma tornare a un normale flusso di credito dovrebbe essere la prima preoccupazione dei nostri politici. Di questo però nemmeno Renzi può parlare nell’imminenza elettorale, dato che le banche sono invise un po’ a tutti i cittadini e nessun politico si arrischia a spiegare la loro funzione vitale per il rilancio dell’economia.

Sarebbe razionale quindi se lo stesso Letta, invece di sentirsi offeso per l’irruenza di Renzi, decidesse di collaborare con il sindaco di Firenze e, prendendo atto che il suo Governo di servizio ha esaurito il compito per il quale era nato, puntasse a chiudere nel miglior modo possibile questa esperienza. Solo così Letta, le cui capacità politiche sono in certi campi molto apprezzate, potrebbe continuare a giocare un ruolo fondamentale, dopo le elezioni, nel processo di cambiamento di cui l’Italia ha urgente bisogno.

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