Metto subito le carte in tavola: considero la vicenda della “Flotilla” una provocazione che poteva trasformarsi in un’inutile tragedia e che è finita in una clamorosa pagliacciata. Durante la navigazione – coperta da un apparato mediatico-propagandistico come se si trattasse di un nuovo sbarco in Normandia – sono venuti a mancare uno dopo l’altro gli obiettivi che erano stati annunciati alla partenza. Le ragioni umanitarie si sono rivelate ben presto un pretesto, in quanto alle disponibilità di usare da subito in sicurezza i canali ufficiali si sono aggiunte, strada facendo, altre opportunità rifiutate con arroganza dalla combriccola dei navigatori che – messi alle strette dagli appelli autorevoli ricevuti – sono stati costretti ad ammettere che il vero obiettivo era e rimaneva quello di “forzare il blocco”.
Obiettivi mancati e pretesti umanitari
Che il tema degli aiuti umanitari fosse un pretesto lo si poteva evincere da un particolare che è stato omesso dalle narrazioni pro-Pal: a Gaza e nella Striscia non vi sarebbe stata nessuna possibilità di attracco; i battelli sarebbero stati costretti a fermarsi a centinaia di metri dal bagnasciuga e i palestinesi avrebbero potuto raggiungerli solo con i pedalò. Figurarsi i tempi necessari a completare lo scarico delle merci, peraltro senza l’aiuto dei portuali di Genova e Livorno che non avevano preso parte alla missione perché impegnati a casa loro nell’embargo delle navi dirette a Israele.
Quanto ai preziosi carichi, mettiamo pure che sia un provocatore il ministro israeliano dell’estrema destra che ha mostrato in diretta le stive vuote, ma come la mettiamo col Cardinale Pizzaballa? Non si può certo dire che l’autorevole prelato Patriarca di Gerusalemme sia un amico del governo israeliano, ma, essendo una persona onesta, non ha potuto che prendere le distanze dalla Flottiglia con parole molto chiare: “Avrei evitato un confronto così diretto, soprattutto pensando alla gente di Gaza, perché non porta nulla alla gente di Gaza, ecco, non cambia decisamente la situazione”.
Sciopero generale e alleanze contro natura
Ovviamente queste considerazioni – come tante altre nelle stesse ore – non hanno indotto la Cgil a riflettere sull’utilità di uno sciopero generale proclamato, il 3 ottobre, da un’alleanza contro natura con i sindacati di base. Tutto ciò dopo che i reparti speciali israeliani avevano agito con grande professionalità nell’arrembaggio del naviglio che era indirizzato, col proposito di forzare il blocco, a mettere in difficoltà Israele. Inoltre, dopo l’estesa condivisione del piano Trump per la tregua, lo sciopero finiva per qualificare la Cgil e i nuovi partner a livello degli “ultimi giapponesi” di Hamas.
Arrivati a questo punto è bene tirare i remi in barca sullo sciopero e sulla sua opportunità. C’è anche un problema di legalità e di rispetto delle regole dell’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali. È indubbio che vi sia stata una violazione della legge perché nella notte dello Yom Kippur in Italia non era in corso un colpo di Stato a cui reagire con l’astensione dal lavoro senza preavviso; anzi qualche pericolo è venuto semmai proprio dagli scioperanti. Ma a fronte di quanto è avvenuto in quella “Notte dei cristalli”, la questione del mancato preavviso non mi sembra la più importante.
Manifestazioni o lavoro? Il nodo della rappresentanza
Merita di essere approfondito un altro aspetto: vi è un rapporto, e quale, tra lo sciopero e le manifestazioni? Basterebbe scorrere i titoli di prima pagina dei quotidiani o seguire i Tg: le protagoniste non sono le aziende vuote, ma le piazze piene. La riuscita dello sciopero da tempo si misura dalla dimensione delle manifestazioni, quando invece il rapporto naturale del sindacato dovrebbe essere con i lavoratori. Ha un senso che uno sciopero proclamato da un sindacato raccolga nelle piazze studenti, centri sociali, estremisti d’ogni tipo, contestatori professionisti, nemici del governo in carica, pensionati, casalinghe inquiete e quant’altro, ma lasci pressoché indifferenti larghi settori del mondo del lavoro?
Le parole di Malorgio e la riflessione di Seghezzi
Mi ha indotto ad approfondire questi aspetti la lettura di un’intervista a un sindacalista che si pone dei problemi e di un post di un giovane giuslavorista. Vediamo con ordine. Stefano Malorgio, in un’intervista a Il Diario del Lavoro, con molta onestà intellettuale ha spiegato che cosa è avvenuto nelle recenti azioni di lotta per Gaza: “Attenzione però. I dati di adesione agli scioperi del 19 e del 22 rimangono molto differenti da luogo a luogo (nei porti, il 19 era molto alta) e comunque mediamente bassi, e questo ci dice un’altra cosa: che esiste una forbice tra la reazione della società civile e quella del mondo del lavoro”.
Pare che questa discrepanza non sia stata ridotta o colmata in occasione dello sciopero generale del 3 ottobre, promosso dalla “strana alleanza” tra la Cgil e i sindacati di base. Dello stesso tono il post su X di Francesco Seghezzi, il quale si chiede come mai su tematiche più “prossime” come i salari, lo sfruttamento dei tirocini, la discontinuità lavorativa, il sottofinanziamento di tanti servizi (educazione, sanità, ecc.) si muovano in pochi, pur riguardando la cosa molti, soprattutto nel loro quotidiano e le persone che incontrano per strada tutti i giorni. Invece, la dimensione umanitaria e politica muove molto di più di quella economico-sociale. È quindi necessario – secondo Seghezzi – comprendere le cause, perché sono l’espressione di una trasformazione più vasta.
Il distacco del sindacato dal mondo del lavoro
Si tratta di riflessioni stimolanti in un’epoca in cui l’opinione pubblica porta il cervello all’ammasso. A me sembra però che in queste considerazioni, soprattutto in quelle del sindacalista, si osservino i processi da un angolo visuale sbagliato. Non è un segnale negativo se le classi lavoratrici sono restie a farsi coinvolgere nella ventata di follia che sconvolge l’opinione pubblica in una solidarietà acritica, alla fine dei conti con Hamas, e in odio viscerale per Israele, alla fine dei conti per gli ebrei in tutti i punti della diaspora. Seghezzi farebbe bene ad appuntarsi le annotazioni di Malorgio che per ragioni professionali sta sul campo.
Potrebbero esservi altre spiegazioni: la prima è che non si tratta delle stesse platee, quelle che si battono con realismo e moderazione per i contratti e le politiche sociali e quelle che danno l’assalto alle stazioni col pretesto di una solidarietà acritica verso i palestinesi, che è solo l’altra faccia della medaglia dell’odio per gli ebrei e dei valori dell’Occidente. Che la pietas per i bambini morti sia vera e credibile è una vile menzogna, poiché di quelli ucraini uccisi o rapiti dai russi non gliene può fregare di meno. Come delle donne e dei vecchi. Ma ognuno risponde alla sua coscienza.
Ma se è vero che non si tratta delle stesse platee, si ha a che fare con un sindacato, la Cgil, che per quanto importante sia, è divenuta una componente di un movimento “movimentista” tra i tanti la cui spontaneità è organizzata dai social. E che, in questa sua nuova mission, non si porta appresso significativi settori del mondo del lavoro. E quindi smette di rappresentarli come sindacato. In sostanza non è che i lavoratori non abbiano compreso un sistema di valori della società civile; è la Cgil che ha deviato dal suo percorso genetico. È diventata una “cosa” che tanti lavoratori faticano a riconoscere.