Si attende a ore o a giorni un accordo di massima tra Usa e Iran per arrivare ad una “quasi” fine del conflitto. Per l’economia europea si tratta di un passaggio fondamentale necessario per la normalizzazione dei flussi di petrolio, gas e altri prodotti fondamentali come fertilizzanti e alluminio in arrivo dal Golfo. Se lo stretto di Hormuz dovesse rimanere bloccato ancora per settimane, il rischio di vedere alta inflazione e bassa crescita potrebbe ribaltarsi non solo nel secondo semestre dell’anno ma anche nel 2027. Oltre a gestire gli effetti della guerra, per il futuro economico dell’Unione Europea sarà fondamentale prendere finalmente atto che il rapporto euro-atlantico è una relazione da riscrivere totalmente. A partire dalla cooperazione militare e a seguire sugli accordi tariffari, sugli investimenti tecnologici e nella difesa, sulle infrastrutture digitali e finanziarie. Il nuovo rapporto tra Europa e Stati Uniti è la principale variabile macroeconomica che deciderà il futuro dell’integrazione europea. “Gli orientamenti “America First” dell’amministrazione Trump in materia di politica estera, difesa e commercio, e le loro ripercussioni sulle relazioni euro-atlantiche, non dovrebbero sorprendere così tanto l’Europa”, avverte Jörn Fleck, senior director presso l’Europe Center dell’Atlantic Council di Washington, uno dei più influenti think tank statunitensi.
I rapporti tra Stati Uniti ed Europa sono però ai minimi storici. La presidenza di Donald Trump sta cambiando in pochi mesi cinquant’anni di rapporti euro-atlantici.
“Tutte le amministrazioni statunitensi degli ultimi venticinque anni, sia democratiche sia repubblicane, hanno sollecitato l’Europa ad assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Troppi Paesi europei hanno ignorato a lungo questi appelli. Oggi, però, il Vecchio Continente si trova in una posizione particolarmente vulnerabile: deve affrontare una guerra di aggressione da parte della Russia, profonde minacce competitive provenienti dalla Cina e le interruzioni delle catene di approvvigionamento nel Golfo. In questo contesto, le tattiche di pressione brusche e imprevedibili dell’amministrazione Trump rischiano non soltanto di compromettere la sicurezza e la stabilità economica dell’Europa, ma anche di indebolire gli stessi risultati ottenuti dal Presidente nel convincere gli alleati europei a svolgere un ruolo più incisivo nella propria difesa”.
Anche rispetto alla chiusura di uno dei choke point strategici dei flussi energetici globali, lo stretto di Hormuz, gli Usa non si sono minimamente interessati degli effetti sull’economia europea.
“L’amministrazione Trump sembra aver gravemente sottovalutato sia la capacità dell’Iran di resistere e reagire alle azioni militari americane, sia gli shock economici più ampi derivanti dal conflitto. Ma questa incapacità di valutare e prevedere gli effetti secondari e terziari delle grandi decisioni politiche non riguarda soltanto il dossier iraniano o le sue conseguenze per l’Europa: è un modello che osserviamo sin dal primo giorno della seconda amministrazione Trump”.
Perché?
“Una parte importante della spiegazione risiede nell’accentramento del processo decisionale nello Studio Ovale e nello smantellamento di un efficace coordinamento inter-agenzia tra i diversi apparati del governo statunitense”.
Le relazioni tra Stati Uniti ed Europa sono dunque destinate a cambiare per sempre? A prescindere dal colore della prossima amministrazione…
“Un ritorno lineare allo status quo ante appare estremamente improbabile. Le tendenze politiche di lungo periodo e le nuove priorità emerse in entrambi i grandi partiti americani rendono molto difficile immaginare che gli Stati Uniti tornino a svolgere il ruolo assunto nel post-Guerra Fredda: quello di potenza egemone benevola per l’Europa, garante unico della sicurezza Nato e pilastro dell’ordine multilaterale. Questo modificherà inevitabilmente gli equilibri della relazione transatlantica, man mano che un’Europa più forte svilupperà maggiori capacità e un nuovo ruolo strategico. Ma Europa e Stati Uniti dovrebbero accogliere positivamente questo cambiamento e comprendere che, nel lungo periodo, solo una relazione riequilibrata potrà preservarne l’eccezionale valore strategico per entrambe le parti”.
Donald Trump usa con regolarità l’arma dei dazi per potenziare la sua diplomazia muscolare. Davvero anche agli Usa conviene archiviare la “speciale relazione” con il mercato unico europeo?
“Il presidente Trump utilizza i dazi come leva negoziale per esercitare pressioni sui partner durante i negoziati, come strumento punitivo, anche in materia di sanzioni, su questioni non strettamente commerciali, e come mezzo per proteggere l’industria nazionale e aumentare le entrate federali. Sono tutti approcci già applicati all’Unione Europea in diversi momenti. Non credo che questa amministrazione attribuisca particolare valore a una “relazione speciale” con Bruxelles, nonostante l’economia transatlantica valga 9.800 miliardi di dollari, ma piuttosto consideri il deficit commerciale, soprattutto nel comparto manifatturiero, nei confronti del mercato unico europeo come un problema strutturale da correggere attraverso i dazi e altri strumenti coercitivi. Inoltre, l’amministrazione non sembra cogliere pienamente l’elevato livello di integrazione tra economie e imprese delle due sponde dell’Atlantico in termini di catene di fornitura, investimenti e innovazione”.
Il rischio in Europa, il primo e più importante partner strategico degli Usa, sarà quello di non distinguere più tra l’anti-trumpismo e l’anti-americanismo.
“Donald Trump ha già inciso profondamente sulla politica estera americana in un ampio spettro di questioni. Per quanto riguarda le relazioni transatlantiche, vedremo effetti di lungo periodo. La spinta affinché gli alleati europei investano con urgenza nelle proprie capacità di difesa e si preparino a un decisivo “burden-shifting” all’interno dell’Alleanza avrà conseguenze durature. Qualsiasi futura amministrazione potrebbe essere riluttante a tornare ai livelli di dispiegamento militare statunitense in Europa visti durante la presidenza Biden. In Medio Oriente e nel Golfo, l’intervento militare prolungato contro l’Iran sta già ridefinendo l’architettura di sicurezza regionale. Anche sul fronte cinese, le mosse di Trump e gli eventuali accordi con Pechino potrebbero risultare difficili da ribaltare per il prossimo presidente”.
Oltre all’Europa, il presidente Donald Trump sta facendo terra bruciata anche attorno alle tradizionali relazioni internazionali degli Usa.
“Washington ha drasticamente ridotto i propri impegni e la propria presenza nelle organizzazioni internazionali, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità agli Accordi di Parigi sul clima, così come negli aiuti allo sviluppo internazionale, con lo smantellamento di Usaid. Ripristinare rapidamente tutto questo sarà molto difficile per qualsiasi futura amministrazione. Allo stesso tempo, però, gli europei non dovrebbero chiudere completamente la porta a un ritorno degli Stati Uniti nelle istituzioni multilaterali o in altri contesti cooperativi, laddove vi sia una chiara convergenza di interessi”.
L’ultimo presidio dell’euro-atlantismo, quello davvero intoccabile, è la Nato. Che significa: difesa balistica dell’Europa, basi militari nel Continente, scambio di informazioni tra alleati. È davvero a rischio il Trattato Nord-atlantico?
“La risposta breve è sì. Le dichiarazioni di Trump e quelle della sua amministrazione stanno erodendo la fiducia nell’impegno degli Stati Uniti verso la Nato, fiducia sulla quale si fondano la deterrenza e la stessa tenuta dell’Alleanza. Tuttavia, esiste ancora la possibilità di rafforzare la Nato. L’Alleanza deve affrontare una trasformazione profonda se vuole resistere alle pulsioni isolazioniste dell’attuale amministrazione Trump. Gli alleati europei e il Canada devono, come in larga misura stanno già facendo, aumentare la spesa per la difesa fino all’obiettivo concordato del 5% del Pil, raggiungere i target di prontezza operativa e sviluppare la maggior parte delle capacità strategiche precedentemente garantite da Washington: comando e controllo, difesa aerea e missilistica integrata, sistemi di intelligence e sorveglianza aerea e spaziale, oltre agli strumenti logistici di supporto. Investimenti di questo tipo garantiranno che la Nato rimanga il pilastro fondamentale dell’euro-atlantismo”.
Oltre alle percentuali nazionali da aumentare in termini di bilancio, cosa che recriminavano anche le passate amministrazioni Usa, mi riferisco all’essenza politica di un accordo che governa la parte fondamentale delle attuali relazioni internazionali.
“Un pilastro europeo più forte all’interno della Nato, capace di assumersi la maggior parte della responsabilità militari sul fianco orientale per affrontare la minaccia russa, sostenendo al tempo stesso la difesa dell’Ucraina, dovrebbe garantire un funzionamento più chiaro ed efficace della realpolitik che regola gli equilibri internazionali contemporanei. È nell’interesse di lungo periodo degli Stati Uniti avere un attore geopolitico europeo più forte”.
Che idea si è fatto della fortissima polemica tra Donald Trump e Papa Leone XIV? Dopo le bordate all’Europa, alla Nato, è arrivato il momento della Chiesa Cattolica. Ma i cattolici sono una forza elettorale non trascurabile negli Usa.
“Le critiche nei confronti di Papa Leone XIV hanno rappresentato una delle fratture più gravi, se non la più grave, nelle relazioni diplomatiche tra Washington e il Vaticano. Proprio perché l’elettorato cattolico rappresenta un bacino elettorale molto importante, particolarmente rilevante per la base repubblicana e Maga, Trump ha inviato il Segretario di Stato Marco Rubio a Roma all’inizio di maggio per ricucire i rapporti e attenuare le tensioni con la Santa Sede”.
Un importante ambasciatore italiano, qualche tempo fa, diceva in questo giornale che i rapporti Usa-Ue cambiano anche perché sono cambiate, anagraficamente e demograficamente, le élite statunitensi al potere, ormai culturalmente indifferenti ai vecchi patti nati con la fine della Seconda guerra mondiale. Ritiene convincente questa interpretazione?
“In parte sì: il cambiamento demografico gioca un ruolo importante. L’elettorato americano e i suoi rappresentanti eletti stanno vivendo una trasformazione generazionale, con giovani generazioni meno legate all’asse transatlantico rispetto ai nostri genitori e nonni, cresciuti nell’ordine post-Seconda guerra mondiale e nella Guerra Fredda e spesso segnati da esperienze dirette, come il servizio militare in Europa. Questo ha fatto sì che le relazioni Usa-Ue non siano sempre al centro dell’agenda politica di Washington”.
È una spinta notevole per separare i destini di europei e statunitensi…
“Tuttavia, i sondaggi continuano a mostrare che la maggioranza degli americani considera ancora l’Europa un alleato e desidera preservare il rapporto transatlantico. Questo mutamento strutturale, però, non basta da solo a spiegare la trasformazione più profonda che l’alleanza transatlantica sta attraversando: gli Stati Uniti devono confrontarsi con la competizione tra grandi potenze, con le rivoluzioni tecnologiche e con dinamiche interne sempre più complesse, e non sono più in grado di garantire unilateralmente la sicurezza convenzionale dell’Europa”.
Dopo la visita di Trump a Pechino, che idea si sta facendo di questo nuovo ordine mondiale in via di configurazione?
“Ci stiamo lasciando alle spalle un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti. Non è ancora chiaro se stiamo entrando in un ordine multipolare caratterizzato da una competizione tra grandi potenze organizzata per sfere di influenza, come auspicano Cina e Russia e, in parte, anche l’amministrazione Trump. Osservo una crescente frammentazione globale: gli Stati Uniti, il resto dell’Occidente comprendente Europa e altre democrazie come Canada, Giappone e Corea del Sud, la Cina e il cosiddetto “asse dei revisionisti” (“Axis of upheaval”) composto da Russia, Corea del Nord e Iran, tra gli altri. Allo stesso tempo, e in modo apparentemente paradossale, assistiamo anche a una crescente rete di interconnessioni tra tutte queste potenze e blocchi”.
L’ex premier italiano Mario Draghi da Aquisgrana, ricevendo il Premio Carlo Magno, ha parlato di un’Europa ormai sola nel mondo.
“Condivido in larga misura la valutazione di Mario Draghi. Continuo a ripetere ai miei interlocutori europei di concentrarsi e investire su ciò che l’Europa può realmente controllare: l’integrazione del mercato unico, un’unione comune del risparmio e degli investimenti, la diversificazione commerciale, iniziative e capacità comuni per rafforzare il peso geopolitico europeo e un pilastro europeo più solido all’interno della Nato. Come diceva Jean Monnet: “l’Europa sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per affrontarle”. Sono convinto che il progetto europeo saprà affrontare le sfide che ci attendono. Allo stesso tempo non intendo scrivere il necrologio della relazione transatlantica”.
Perché?
“Stati Uniti ed Europa continuano a costituire il partenariato di maggior successo della storia, utile a entrambe le parti. Credo che questo rapporto possa resistere e persino rafforzarsi, a condizione che sappia accettare il cambiamento e costruire una trasformazione condivisa”.