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Donald Trump e i problemi della gerontocrazia: da Reagan a Kennedy, quando l’età diventa un fattore favorevole o avverso per i presidenti

Le decisioni politiche incoerenti e incostanti di Trump, la sua mancanza di freni inibitori e la sua ipotetica instabilità mentale sono conseguenze della sua età?

Donald Trump e i problemi della gerontocrazia: da Reagan a Kennedy, quando l’età diventa un fattore favorevole o avverso per i presidenti

Per spiegare le decisioni politiche incoerenti e incostanti di Donald Trump, nonché la sua crescente mancanza di freni inibitori nell’esternare perfino dichiarazioni pubbliche ufficiali, accanto all’ipotetica instabilità mentale del presidente statunitense, viene generalmente addotta la sua senescenza.

Quest’ultima è una causa non necessariamente antitetica alla precedente ragione e anzi appare complementare all’eventualità che The Donald sia effettivamente uscito di senno.

In effetti, il prossimo 14 giugno, il tycoon compirà ottant’anni e diverrà così il secondo presidente in tutta la storia degli Stati Uniti a raggiungere tale traguardo nell’esercizio delle proprie funzioni.

Al momento, l’unico ottuagenario a essersi seduto nello Studio Ovale rimane Joe Biden. Se Trump arriverà a completare il secondo mandato, per cinque mesi strapperà al suo successore e predecessore il primato di presidente in carica più anziano. Il 20 gennaio 2029, infatti, The Donald avrà 82 anni e sette mesi, contro gli 82 anni e due mesi che aveva Biden il giorno della fine della sua amministrazione, il 20 gennaio 2025.

L’anzianità come dote di uno statista

In due secoli e mezzo di storia, l’età media dei presidenti americani al momento del loro insediamento è stata pari a circa 55 anni. Dopo i 46 anni e cinque mesi del democratico Bill Clinton nel 1993 e i 47 e cinque mesi del suo collega di partito Barack Obama nel 2009, però, la soglia al momento dell’ingresso alla Casa Bianca si è considerevolmente innalzata in tempi recenti.

All’inizio del suo primo mandato nel 2017, Trump aveva 70 anni e sette mesi. Biden gli subentrò nel 2021 con alle spalle 78 anni e due mesi di vita. Trump è tornato nel 2025 a essere il presidente più vecchio all’esordio di una propria amministrazione – in questo caso la seconda – con 78 anni e sette mesi.

Un tempo l’anzianità era considerata quasi un sinonimo di esperienza e quindi di affidabilità nel ruolo di quella che molti continuano a ritenere la persona più potente del mondo. Dimostrò di essere ben consapevole di questa percezione il repubblicano Ronald Reagan nella campagna elettorale del 1984.

A 73 anni Reagan era al tempo il presidente più vecchio della storia e l’età poteva diventare un vantaggio per il suo sfidante democratico, Walter Mondale, che di anni ne aveva solo 56 ed era stato il vicepresidente nell’amministrazione di Jimmy Carter (1977-1981). Così, nel corso del secondo dibattito televisivo tra i candidati, Reagan se ne uscì con un’affermazione divenuta celeberrima: “non farò dell’età una questione elettorale. Non ho intenzione di sfruttare per fini politici la giovinezza e l’inesperienza del mio avversario”.

Reagan e Biden

Oggi la battuta di Reagan non avrebbe la stessa efficacia di allora, perché il giudizio sul rapporto tra capacità di governo ed età si è quasi rovesciato. Un contributo significativo a tale ripensamento è venuto dalla presidenza di Biden.

Già prima di dimostrare il suo disorientamento nell’unico dibattito televisivo sostenuto con Trump nella campagna elettorale del 2024, il 27 giugno, quando era ancora in corsa per un secondo mandato alla Casa Bianca, la lucidità di Biden aveva destato dubbi in numerosi commentatori.

Il grigiore e i fallimenti dei suoi anni di governo (2021-2025) sono stati ricondotti con una relativa facilità all’età avanzata e alla conseguente decadenza intellettiva che avevano impedito al presidente di avere un quadro lucido dei problemi di politica interna e internazionale per poterli affrontare con prontezza, competenza ed efficacia.

Una conclusione analoga avrebbe potuto essere tratta da un’analisi dell’amministrazione Reagan (1981-1989). L’oramai ex presidente annunciò al Paese di essere affetto dall’Alzheimer il 5 novembre 1994, quasi sei anni dopo la fine del mandato. Sua moglie Nancy ne attribuì la causa, o comunque un fattore accelerante, ai postumi di un colpo alla testa per una caduta da cavallo occorsa a Reagan nel luglio del 1989 e dunque successiva alla sua uscita dalla Casa Bianca. Tuttavia, non pochi osservatori e collaboratori dell’epoca avevano colto la manifestazione di alcuni segnali di demenza senile già nel corso del secondo mandato di Reagan.

Di sicuro, i numerosi “non ricordo” nella testimonianza davanti a una commissione di inchiesta del Congresso, servirono a Reagan a evitare di venire posto in stato di accusa per lo scandalo Iran-Contras, esploso nell’autunno del 1986, la vendita segreta di armi al regime di Teheran, già da tempo nemico di Washington, per ricavarne fondi neri con cui finanziare illegalmente i guerriglieri Contras in Nicaragua nel tentativo di rovesciare con la forza militare il governo sandinista di orientamento filosovietico di Managua.

In ogni caso, sorvolando sui tagli ai fondi per finanziare lo stato sociale e sui fallimenti della politica economica, culminati col crollo della borsa di Wall Street il 19 ottobre 1987 e con il deficit del bilancio federale che triplicò anziché venire azzerato (come, invece, promesso nella campagna elettorale del 1980), la storia – almeno quella manualistica per il grande pubblico – associa Reagan alla vittoria degli Stati Uniti nella guerra fredda, “senza sparare un colpo”, come sottolineò l’ex premier britannica Margaret Thatcher nel suo elogio funebre.

Pertanto, a differenza di Biden, la cui amministrazione è stata funestata dall’arretramento internazionale degli Stati Uniti (a partire dall’inglorioso e dilettantesco ritiro dall’Afghanistan nell’agosto del 2021), dalla crescita dell’inflazione e dall’incapacità di contrastare l’immigrazione irregolare, Reagan continua ancora a essere giudicato un inquilino della Casa Bianca di successo e prosegue a piazzarsi ai primi posti del ranking dei migliori presidenti.

Il periodo che trascorse nello Studio Ovale, quindi, non è stato in grado di contribuire ad alimentare l’ipotesi per cui essere in là negli anni aiuta a diventare cattivi presidenti.

La trasformazione dell’anzianità in un fattore critico

Dopo il quadriennio di Biden e con quanto di disastroso sta mostrando Trump nella guerra contro l’Iran quasi con una frequenza quotidiana, è divenuto molto più facile sostenere la tesi che la vecchiaia interferisce con la capacità di governare.

Questo giudizio è stato anche proiettato retrospettivamente nel passato. Su tale linea, per esempio, in un recente articolo sul New York Times (Contemplating Trump at 80, 10 aprile 2026), tra il serio e il faceto, Gail Collins ha tracciato una gustosa galleria di anziani presidenti che, per l’incedere degli anni, dimostrarono scarsa attitudine alla gestione degli affari di Stato come William Henry Harrison del partito Whig e il democratico James Buchanan.

Harrison, deceduto in carica nel 1841 a 68 anni e un mese, si distinse solo per l’ostinazione nel voler smentire chi sosteneva che fosse troppo anziano per governare e per essere morto di polmonite appena trentuno giorni dopo essersi insediato alla Casa Bianca. Buchanan terminò il suo unico mandato il 4 marzo 1861 a 69 anni e 10 mesi, senza essere stato in grado di affrontare né la questione dello schiavismo, che stava portando il Paese verso lo scoppio della guerra civile, né la secessione dall’Unione dei primi sette Stati del Sud, in risposta alla vittoria del repubblicano Abraham Lincoln nelle elezioni presidenziali del 1860.

Alla sua lista Collins avrebbe potuto aggiungere senza eccessive forzature il repubblicano Dwight D. Eisenhower, che completò il suo secondo mandato nel 1961 a 70 anni e tre mesi. Desideroso di trascorrere il proprio tempo più sui campi da golf che nello Studio Ovale e cagionevole di salute (ebbe un infarto nel 1955 e dovette sottoporsi a un intervento chirurgico per un’occlusione intestinale l’anno successivo, ma volle ricandidarsi egualmente alla Casa Bianca nel 1956, ottenendo comunque la conferma), l’ex comandante in capo delle forze alleate in Europa durante la seconda guerra mondiale trascurò il governo, lasciandolo soprattutto nelle mani del suo vice, Richard M. Nixon.

Quando si occupò di politica, fece rimpiangere quando giocava a golf: fraintese le implicazioni nazionalistiche della rivoluzione castrista, spingendo Cuba tra le braccia di Mosca; i suoi interventi in Medio Oriente indussero i Paesi arabi a concludere che volesse sostituire il colonialismo europeo con forme di neocolonialismo statunitense; arrivò al punto di rammaricarsi di avere nominato Earl Warren alla presidenza della Corte Suprema perché i giudici avevano stabilito l’incostituzionalità della segregazione degli studenti afroamericani nelle scuole pubbliche

Giovani presidenti di scarso successo

Occorre anche non cadere nell’eccesso opposto, cioè bisogna evitare di concludere che la giovinezza sia un sinonimo di dinamismo e di efficacia di governo.

Un esempio in proposito fu fornito da Ulysses S. Grant, il generale che aveva guidato alla vittoria le forze nordiste nella guerra civile (1861-1865). Insediatosi alla Casa Bianca nel 1869 all’età di 46 anni e dieci mesi, Grant è in assoluto il quarto più giovane presidente al momento dell’entrata in carica (piazzandosi dopo il repubblicano Theodore Roosevelt, il democratico John Fitzgerald Kennedy e Clinton nonché subito prima di Obama).

Tuttavia, incline più a degustare alcolici che a occuparsi degli affari di Stato, tese a delegare le proprie responsabilità ai suoi collaboratori, che ne approfittarono per tradire la fiducia del presidente per tornaconto personale.

Per esempio, in cambio di cospicue tangenti, il suo segretario personale, Orville Babcock, mise in piedi una complessa organizzazione per consentire a distillatori e distributori all’ingrosso di whiskey di non pagare le imposte.

Non spiccarono per le doti da statista neppure il sesto, il settimo e l’ottavo più giovane presidente, rispettivamente i democratici Grover Cleveland (1885-1889, prima di un secondo mandato dal 1893 al 1897) e Franklin Pierce (1853-1857) e il repubblicano James A. Garfield (1881).

Cleveland ebbe un primo mandato incolore, contrassegnato dal fallimento di un suo progetto per ridurre le tariffe doganali protezionistiche, mentre nella seconda presidenza fu incapace di far uscire gli Stati Uniti da una recessione economica che abbracciò quasi tutta l’amministrazione. Pierce stentò a contenere i sanguinosi scontri tra schiavisti e abolizionisti nel Kansas e non riuscì a concludere le trattative per acquistare Cuba, al tempo una colonia di Madrid, dalla Spagna. Garfield morì per mano di un assassino a quattro mesi dall’ingresso nella Casa Bianca mentre tentava, senza molto successo, di contrastare il fenomeno delle assunzioni clientelari nell’amministrazione federale sulla base della fedeltà di partito dei candidati all’impiego.

La leggenda di Kennedy

Del resto, l’immagine del dinamismo giovanile al potere negli Stati Uniti è stata costruita soprattutto attraverso il mito di John F. Kennedy, a partire dall’immagine proiettata nel primo dibattito televisivo della campagna elettorale del 1960, che lo aveva contrapposto a Nixon. Tanto quest’ultimo, reduce da un ricovero ospedaliero, era parso stanco e provato, quanto Kennedy era risultato brillante ed energico.

Ma, appunto, quello di JFK è principalmente un mito. Prima di essere assassinato a Dallas il 22 novembre 1963, il più giovane presidente eletto (Theodore Roosevelt aveva nove mesi meno di lui quando si era insediato nel 1901, ma era subentrato a William McKinley, ucciso da un anarchico) non aveva conseguito grandi risultati, a parte un provvedimento per vietare discriminazioni salariali di genere e una disposizione per l’ampliamento dei sussidi federali per le coppie indigenti con figli minori a carico: la legge sui diritti civili per gli afroamericani restava insabbiata al Congresso; i progetti di estensione del welfare stentavano a prendere una forma legislativa; l’appoggio allo sbarco di anticastristi nella Baia dei Porci per rovesciare Fidel Castro si era trasformato in una débâcle di dimensioni colossali; l’Unione Sovietica era riuscita quasi indisturbata a far innalzare un muro per separare il settore orientale di Berlino da quello occidentale; la gestione della crisi dei missili a Cuba nell’ottobre del 1962 era arrivata a un passo da far scoppiare una terza guerra mondiale; la spinta all’ingresso del Regno Unito nella Comunità economica europea era stata vanificata dalla Francia di Charles De Gaulle.

L’età non è un parametro assoluto

Il concetto di anzianità andrebbe rapportato all’aspettativa media di vita. Ad esempio, il democratico-repubblicano James Monroe aveva 58 anni e dieci mesi quando entrò alla Casa Bianca nel 1817. Oggi, quando un uomo statunitense vive circa 76 anni e mezzo non sarebbe certo considerato un presidente vecchio. 

Lo era, però, per gli standard dell’inizio dell’Ottocento, quando l’aspettativa media di vita era stimata tra i 38 e i 42 anni. In base a questa nozione relativa di età, Monroe andrebbe collocato tra i presidenti anziani di successo, in contrapposizione ai casi di Biden e Trump: oltre a riuscire a stemperare le contrapposizioni politiche all’interno degli Stati Uniti, nel 1819 acquistò la Florida dalla Spagna e nel 1823 enunciò la strategia di politica internazionale che ingiunse alle potenze europee di non ingerirsi nelle Americhe.

Un gerontocrate a Washington

Al tempo della guerra fredda, gli Stati Uniti presero gusto a stigmatizzare la gerontocrazia dell’Unione Sovietica. Con un’altra delle sue proverbiali battute, Reagan arrivò a ironizzare sul fatto di non riuscire a raggiungere un accordo sul controllo degli armamenti nucleari con Mosca nella prima metà degli anni Ottanta del Novecento, perché gli anziani leader del Cremlino (Leoníd Bréžnev, Jurij Andropov e Konstantin Černenko) “continuano a morirmi davanti”. Adesso le parti sembrano essersi invertite o quasi.

Il presidente russo, Vladimir Putin, ha 73 anni, circa sette in meno di Trump; quello della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ne ha 72; il dittatore nordcoreano Kim Jong Un ne avrebbe tra i 42 e i 44 (a seconda delle diverse fonti su quando sarebbe nato).

Alla vigilia delle primarie repubblicane del 2024, Nikki Haley, che aspirava a strappare a Trump la nomination per la presidenza, lanciò la proposta che i candidati a cariche elettive, soprattutto quelli in corsa per la Casa Bianca, venissero sottoposti a un esame per accertarne la lucidità mentale e le capacità cognitive.

Sul momento l’iniziativa di Haley sembrò l’esito di un conflitto di interessi. Haley aveva infatti appena 51 anni e, se avesse sconfitto Trump, era probabile che dovesse affrontare Biden. Il suo suggerimento non ebbe, quindi, alcun seguito.

Ma, alla luce di quanto sta avvenendo nello Studio Ovale dal secondo insediamento di Trump, quello che poteva sembrare un mero espediente elettorale meno di tre anni fa appare oggi un’indicazione di grande buon senso.

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Stefano Luconi 

Insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump (2026), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).

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