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Contratti a termine: Gabanelli cade nell’illusione spagnola ma dimentica le norme sui licenziamenti

Il Dataroom di Milena Gabanelli sul Corriere della sera e su La7 esalta il modello spagnolo contro “la trappola della precarietà” ma non tiene conto delle norme restrittive della Spagna sui licenziamenti individuali che non prevedono la reintegra – Secondo l’inps nel 2022 le assunzioni a tempo indeterminato in Italia sono cresciute del 24% mentre quelle a tempo determinato sono state inferiori a 30 mila

Contratti a termine: Gabanelli cade nell’illusione spagnola ma dimentica le norme sui licenziamenti

Riassumendo per il Tg de La7 il Dataroom (la consueta rubrica del lunedì sul Corriere della sera) Milena Gabanelli ha  tracciato un quadro fosco del mercato del lavoro, a suo avviso dominato dalla ‘’trappola della precarietà’’. In verità la fotografia, secondo il mio parere, non tiene conto di alcune novità che sono emerse negli ultimi anni e che sono in generale riconosciute da tutti gli osservatori. 

Sul mercato del lavoro un’inversione di tendenza

Non è vero che l’aumento dell’occupazione a livelli mai registrati prima d’ora dipenda soltanto dai contratti a termine. È in atto un’inversione di tendenza, magari determinata dall’ampliamento del mismatch tra domanda e offerta del lavoro che induce le aziende a contendersi – anche sul terreno delle garanzie contrattuali – la manodopera di difficile reperibilità. 

Secondo l’Osservatorio sul precariato dell’Inps nei primi dieci mesi del 2022, vi sono state 6.935.000 assunzioni, con un aumento del 14% rispetto allo stesso periodo del 2021. La crescita ha interessato tutte le tipologie contrattuali: vi sono state 1.196.000 assunzioni per i contratti a tempo indeterminato, che hanno registrato la crescita più accentuata (+24%). Dopo il 2015 – ha confermato l’Osservatorio –  non si era mai registrato, nei primi 10 mesi dell’anno, un numero così elevato di assunzioni a tempo indeterminato. 

Le trasformazioni da tempo determinato nei primi dieci mesi del 2022 sono risultate 628.000, evidenziando un fortissimo incremento rispetto allo stesso periodo del 2021 (+56%). Nello stesso periodo le conferme (98.000) di rapporti di apprendistato giunti alla conclusione del periodo formativo segnano un incremento del 6% rispetto all’anno precedente (e sono contratti a tempo indeterminato). La crescita dei dipendenti permanenti e degli autonomi determina – secondo l’Istat –  anche l’aumento dell’occupazione rispetto a dicembre 2021 (+334mila), a fronte di un numero di dipendenti a termine che risulta inferiore di 30mila unità. 

La riforma spagnola dei contratti a termine 

Ma nella versione televisiva (certamente per la necessità di maggiore sintesi) mi è parsa più discutibile una sottolineatura più accentuata (rispetto all’articolo scritto sul Corriere della sera con Francesco Tortora) di alcuni aspetti per i quali un’informazione incompleta finisce per non fornire un quadro correttamente rappresentativo della situazione. Anche una grande giornalista d’inchiesta come Milena Gabanelli ha contratto la ‘’spagnola’’ e – come fanno in tanti da un po’ di tempo a questa parte nella sinistra politica e sindacale –  ci ha invitati a ‘’copiare’’ (lasciando perplesso anche Enrico Mentana) la riforma dei contratti a termine varata dal governo di Pedro Sanchez ed entrata in vigore all’inizio dell’anno. Una riforma imposta dalla Ue – subordinandola ai finanziamenti dell’ex Recovery Fund perché il mercato del lavoro spagnolo aveva un tasso di precarietà ritenuto inaccettabile. 

Quello che nessuno dice – quando si sbandiera la riforma spagnola – riguarda la disciplina del licenziamento individuale che in Spagna costituisce un costo noto in anticipo perchè ragguagliato all’anzianità di servizio (come doveva essere da noi col contratto a tutele crescenti, smantellato dalla Consulta e ripudiato da chi lo votò) e soprattutto non prevede la reintegra. Sono elementi che vanno valutati. 

In Italia quando esisteva il licenziamento ad nutum (ai sensi dell’articolo 2118 del c.c.) il ricorso al contratto a termine era limitato a pochissimi casi tipizzati in una legge del 1962. 

La stessa considerazione può essere fatta adesso passando in rassegna la percentuale di lavoro a termine nei diversi Paesi Ocse; si riscontrerà un rapporto inversamente proporzionale tra assunzioni a tempo determinato o precarie e norme sul licenziamento.  

Per questi motivi non trovo opportuno mettere a confronto il tasso di occupazione a termine dell’Italia  – allineato con gli standard europei – con quello medio dell’Ocse, dove sono inclusi Paesi nei quali è prevista un’ampia facoltà di interruzione del mercato del lavoro. 

Infine – sempre su questo argomento – non bisogna confondere i flussi (dove sono prevalenti le assunzioni a termine anche se in diminuzione) con gli stock (dove non c’è confronto tra lavoro stabile ed altre tipologie), tenendo comunque presente che – anche se il governo intende ampliare i termini previsti nel decreto dignità, (mai applicato perché creava più problemi di quanti ne risolveva) il ricorso al lavoro a termine avrà sempre dei limiti temporanei. 

Voucher e lavoro a tempo parziale

Un’ulteriore considerazione è opportuna per quanto riguarda la reintroduzione dei voucher, in tutti i settori produttivi. Se il problema sono le truffe – ovvero la denuncia di meno ore di quelle effettivamente svolte – occorre tener conto che le procedure sono cambiate grazie alla digitalizzazione delle richieste, che consente un maggior controllo (anche rispetto ai tetti previsti di utilizzo del lavoro occasionale) sulla regolarità. 

Del resto l’abuso dei contratti a termine di breve durata non è estraneo all’abolizione dei voucher nel 2017. Si osserva peraltro – è scritto nella Relazione Tecnica alla legge di bilancio – che un più ampio ricorso al lavoro occasionale dovrebbe comportare un minor utilizzo di contratti di altra natura (es: lavoro a tempo determinato, lavoro stagionale), che, alla luce delle maggiori agevolazioni concesse dai nuovi voucher (CPO) , porterebbe a un minor gettito contributivo. 

Infine, sono consapevole che la voce part-time involontario è prevista nelle statistiche ufficiali, ma io non riesco a trovare una giustificazione di una classificazione siffatta, salvo far notare che laddove esiste un’elevata occupazione femminile, nei Paesi del Nord Europa, è molto alta anche la quota di lavoro a tempo parziale. Il 4% delle donne in Ue svolge un lavoro part-time (2021). Una quota che nel caso degli uomini è pari invece ad appena l’1,8%. Il lavoro a tempo parziale ha quindi un’incidenza più che doppia tra le donne. Un dato che però varia ampiamente da paese a paese. 

In tutti gli stati membri dell’Unione Europea nella media annuale del 2018, 181.4 milioni di persone di età compresa tra 15 e 64 anni avevano un lavoro a tempo pieno (110.2 milioni di uomini e 71.2 milioni di donne), altri 43 milioni erano impiegati a tempo parziale (10.5 milioni di uomini e 32.5 milioni di donne). Nel 2018, la percentuale più alta di lavoro a tempo parziale è stata registrata nei Paesi Bassi al 50.1%, in Austria al 27.3% e in Germania al 26.8%; questi paesi avevano anche i più alti tassi di occupazione a tempo parziale delle donne. Nei Paesi Bassi questo tasso era al 75.6%, in Austria al 46.9% e in Germania al 46.3%. Nella media europea la percentuale di uomini a tempo parziale occupati era dell’8.7% e le donne del 31.3%. 

L’occupazione a tempo pieno ha mostrato solo una crescita moderata di una media dello 0.5% nel decennio 2008-2018, ed è stata principalmente attribuibile all’aumento dell’occupazione a tempo pieno delle donne (+4.0%) poiché quella degli uomini è diminuita dell’1.7%. Il numero di impieghi a tempo parziale negli Stati membri dell’UE nel 2018 è stato superiore rispetto al 2008 del 12.6%, per cui è stato registrato un chiaro aumento relativo degli uomini del 24.5% rispetto alle donne (+ 9.2%). Sono dati questi che precedono lo tsunami della pandemia. Ma sono ugualmente significativi di un trend consolidato e simile in tutti i Paesi Ue. 

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