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“Come eravamo”, Bruce Springsteen: era mio padre, un operaio

Dal romanticismo malinconico di “Come eravamo” al viaggio interiore di Bruce Springsteen in “Liberami dal nulla”: un percorso nel sentimento della Sehnsucht, tra nostalgia, ferite familiari e redenzione creativa. Un’analisi che intreccia cinema, musica e memoria

“Come eravamo”, Bruce Springsteen: era mio padre, un operaio

Senhsucht. “Come eravamo” (The Way We Were, 1973) di Sidney Pollack è un’opera compiuta nel catturare il senso della nostalgia e il ritorno del tempo perduto nella vita delle persone. Alla riuscita contribuisce la coppia Redford-Streisand, che trasmette un sentimento malinconico verso un mondo irrecuperabile: più stabile, più coerente, più integro. Al suo cospetto il presente appare disconnesso.

Non è solo memoria: è perdita, un dolore dolce che la parola tedesca Sehnsucht esprime con rara precisione. Il film non rappresenta soltanto la Sehnsucht dei protagonisti, ma la suscita anche nello spettatore.

La storia di Katie e Hubbell – lei idealista, lui disincantato – invita a riflettere su come il passato non sia mai concluso, ma rimbombi nel presente come eco persistente di rimpianto e perdita.

Un altro film, totalmente diverso, a restituire ugualmente il senso profondo della Sehnsucht, è “C’era una volta in America” (1984) di Sergio Leone, dove per Noodles il passato è redenzione e condanna.

Dieci anni prima, nel 1974, Ettore Scola aveva esplorato temi analoghi in “C’eravamo tanto amati”, con un cast d’eccezione: Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores, Stefania Sandrelli.

Ma se in “Come eravamo” il passato è ricordo dolce e struggente, in “Springsteen – Liberami dal nulla” il passato è ferita: peso, rabbia, dolore da attraversare. È sfida che atterrisce e libera.

Il film esce totalmente dai canoni del biopic tradizionale e mostra come i momenti genuinamente creativi sboccino dal confronto onesto e radicale con il proprio vissuto.

“Liberami dal nulla” coinvolge e invita a riflettere su questa necessità ineludibile per potersi aprire al nuovo, crescere e, perché no?, liberarsi. Anche dal nulla perché il passato, in effetti, non esiste più.

Il titolo

La prima cosa che mi ha colpito di “Liberami dal nulla” (“Deliver Me from Nowhere”) è stato proprio il titolo: così sfuggente da costringermi ogni volta a un giro di parole, seguito immancabilmente da un “Ahhh, quello?”.

Anche il titolo originale, con una sfumatura più salvifica, rimane difficile da ricordare, come se il regista Scott Cooper e la produzione volessero distanziarsi dalla biopic hollywoodiana e tenere saldo il legame col libro.

Il film è infatti tratto dal libro Liberami dal nulla. Bruce Springsteen e «Nebraska» di Warren Zanes, un autore che conosce molto bene l’uomo e artista Springsteen avendone condiviso il palco come chitarrista dei Del Fuegos.

Questo titolo così poco cinematografico, somigliante a quello dei film di Terrence Mallick, ricostruisce un segmento preciso della vita di Bruce Springsteen: la genesi di Nebraska, un’esperienza artistica ed esistenziale decisiva.

Il film trova la sua forza nei due interpreti principali: Jeremy Allen White (Bruce), già chef nevrotico in “The Bear”, e Stephen Graham nel ruolo del padre Doug, già in quei  panni nella miniserie “Adolescence”.

Il buco nel pavimento

Quando inizia il lavoro su Nebraska (1982), Springsteen ha già raggiunto il successo con The River e, in una continuità ideale, dovrebbe approdare a Born in the U.S.A.. Invece arriva un album di ballate cupe, raggelanti, intime, disperate.

In realtà l’artista si sente disconnesso, svuotato, separato. La fama non colma il vuoto lasciato dalle ferite mai elaborate, dalle parole taciute. Avrebbe dovuto “dir tante cose e poi tante”, ma non ha avuto voce, neppure un soffio.

“Scrivo per riempire un vuoto”, dice Bruce. Quel vuoto è l’irrisolto: il rapporto con il padre Doug, che lo schiaccia e lo rende afono, incapace di procedere e di amare. “Io so chi è lei” dice il venditore di auto, “Beato lei che lo sa” risponde Bruce.

Nel film scorrono inserti in bianco e nero, quasi fuori testo, che mostrano Springsteen bambino accanto al padre: un uomo indurito dal lavoro, inappagato, a tratti violento, incapace di esprimere affetto quanto di riceverlo.

Bruce teme di assomigliargli. Sarà proprio il lavoro su Nebraska a ricondurlo verso il padre: registrazioni improvvisate nella camera da letto, voce e chitarra, appunti su quaderni a spirale, storie di disperati e perdenti.

“Quando Bruce era piccolo c’era un buco nel pavimento della sua camera… Ciò che fa con questo album è riparare quel buco, un buco che ha dentro di sé”. Dice, nel trailer del film, Jon Landau, produttore e mentore di Springsteen.

Attraverso Nebraska Bruce riallaccia la propria storia familiare e riscopre un affetto che non aveva mai potuto né dare né ricevere. La musica diventa il ponte verso un padre distante, finalmente riconosciuto nella sua vulnerabilità.

Difende l’album dai discografici con determinazione e persino ferocia: il suono deve rimanere quello delle cassette da lui registrate, senza interventi, senza promozioni, senza tour, senza stampa. Sarà solo la sua musica ad avere voce.

A questo punto può nascere davvero Born in the U.S.A. Il buco si è riempito di un contenuto nuovo: progressivo, propulsivo, costruttivo. È possibile andare avanti, nella vita e nella musica.

Nostalgie o rimpianti?

C’è oggi nell’aria una malcelata nostalgia per come eravamo: una comunità coesa e riconoscibile, famiglie dai ruoli definiti, un mondo del lavoro stabile. Mobilità sociale, certo, ma anche posto fisso, fabbriche, identità nette.

La famiglia di Bruce rispecchiava in buona parte questo modello: viveva a Freehold Borough, piccola comunità working class bianca nel New Jersey, operai, impiegati e famiglie cattoliche di origine europea.

Anche gli Springsteen erano cattolici, di radici italo-irlandesi. Bruce frequentò scuole religiose, il padre aveva lavori da blue-collar, la madre era impiegata in un’assicurazione e con lui crescevano due sorelle.

Una famiglia tradizionale, per molti versi — e forse qui il termine “patriarcale” non è fuori luogo. La figura imponente che dominava la casa era infatti il padre, presenza troneggiante e incombente.

Eppure, come qualcuno ha acutamente osservato, tutta questa apparente solidità non impedì al giovane Bruce di scivolare nella nevrosi, nella rabbia, nella disperazione silenziosa che Nebraska avrebbe poi denunciato.

Il ritorno a “come eravamo” non è una panacea. Forse è solo una dolce illusione che rassicura, ammorbidisce, anestetizza. Ma è anche comprensibile che questa narrazione trovi spazio nel nostro tempo bisognoso di orientamento.

Doug, mio padre

La figura di Doug Springsteen complica questo scenario narrativo e diventa quasi il precursore della crisi identitaria del blue-collar bianco: lavoro instabile o inesistente, dipendenze, alienazione sociale, senso di sradicamento.

Dalla fine degli anni Quaranta alla fine dei Sessanta, durante tutta l’infanzia di Bruce, Doug svolse una varietà di impieghi: autista di camion, operaio in una fabbrica di tappeti a Freehold e lavoratore nel vicino stabilimento della Ford.

Erano quei lavori nostalgicamente celebrati come nobili ed emancipanti, lavori che producevano valore tangibile e che, quando riusciva a mantenerli, gli permettevano di garantire alla famiglia una sicurezza modesta ma reale.

Non era prosperità, ma qualcosa di dignitoso. Eppure Doug si sentiva inappagato: diventava rabbioso, chiuso, sconfitto, proprio come tanti uomini della stessa classe sociale oggi.

Alcolizzato e incline a violenti scoppi d’ira, conduceva una vita isolata, senza amici; in una scena particolarmente dura lo si vede crollare in lacrime davanti al figlio, confessando di non avere nessuno con cui parlare.

A casa passava le serate al tavolo della cucina con una confezione da sei birre, rimuginando fino a notte fonda. Altre volte esplodeva in attacchi d’ira che si abbattevano sulla moglie.

Una volta Bruce, ancora bambino, lo colpì sulla schiena con una mazza da baseball per impedirgli di farle del male: un gesto disperato che avrebbe segnato entrambi e li avrebbe tenuti lontani per anni.

Via da qui

Nella canzone Adam Raised a Cain, Bruce ricorda quei momenti:

Papà ha lavorato tutta la vita e non ne ha ricavato che dolore.
Ora cammina per queste stanze vuote cercando qualcosa da incolpare.

Padre e figlio rimasero distanti per anni. Solo quando Doug accettò di curare la sua malattia mentale riuscirono a riconciliarsi e il film rappresenta il momento come un anelito e poi, nel finale, con una scena toccante.

Riportare le famiglie a come erano, riportare le fabbriche a casa, fermare la deindustrializzazione: ci salverà davvero dalla nevrosi nazionale ridando dignità a chi l’ha perduta? Chi sa? Lasciamolo dire a Bruce:

Factory (Fabbrica)

All’alba la sirena squarcia il sonno;
Un uomo si alza e si veste nell’oscurità.
Attraverso le stanze della paura, attraverso i corridoi del dolore,
Vedo mio padre camminare sotto la pioggia verso i cancelli della fabbrica.

La fabbrica gli divora l’udito, la fabbrica gli dà da respirare.
A fine turno gli uomini escono da quei cancelli con la morte negli occhi.
E credimi, ragazzo:
Qualcuno stanotte non reggerà il peso.

È sempre la stessa storia:
Il lavoro che serra, il lavoro che salva.
Scappa via da qui [ragazzo].
È il lavoro, il lavoro: soltanto una vita di lavoro.

Buona visione! Ancora in sala, tra qualche settimana probabilmente su Sky/NowTV

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