Dopo Armani, Valentino e Tod’s, la Procura di Milano estende il perimetro delle indagini sul caporalato nella moda. Questa volta tocca a tredici marchi del lusso, da Prada a Gucci, da Versace a Dolce&Gabbana, raggiunti dagli ordini di consegna documentale firmati dal pm Paolo Storari ed eseguiti dai carabinieri del Nucleo per la tutela del lavoro. Perquisizioni e acquisizioni di atti hanno riguardato Missoni, Off-White Operating, Adidas Italy, Yves Saint Laurent Manifatture, Givenchy Italia, Ferragamo, Versace, Gucci, Pinko, Prada, Coccinelle, Dolce&Gabbana e Alexander McQueen.
Le case di moda compaiono nei fascicoli come committenti di opifici clandestini gestiti da imprenditori cinesi, dove – scrive Il Sole 24 Ore – è stato documentato “l’utilizzo di manodopera di etnia cinese in condizioni di pesante sfruttamento”.
Gli inquirenti puntano a ricostruire la catena degli appalti e subappalti, verificare le procedure interne di vigilanza e valutare la possibilità di misure come l’amministrazione giudiziaria previste dal Codice antimafia o l’eventuale contestazione del reato di caporalato secondo la legge 231. Nell’elenco dei documenti richiesti figurano modelli organizzativi, audit interni ed esterni, visure camerali, organigrammi, verbali dei Cda e dei collegi sindacali, oltre ai bilanci 2023-2024 e alle liste di fornitori.
Le filiere sommerse: turni massacranti e capannoni-dormitorio
Il cuore dell’inchiesta è nelle condizioni di lavoro rilevate negli opifici in Lombardia, Toscana e Marche: mansioni svolte per molte ore al giorno senza dispositivi di sicurezza, salari minimi o inesistenti, contributi non versati, dormitori abusivi, manodopera clandestina. Una compressione estrema dei costi che permette di produrre articoli di alta gamma a poche decine di euro e rivenderli in boutique a migliaia, con ricarichi fino al 10.000%.
Le testimonianze raccolte in un anno e mezzo di indagine confermano la trasversalità del fenomeno. Un operaio ha raccontato che la sua azienda assemblava cinture per Zara, Diesel, Hugo Boss, Trussardi, Versace, Tommy Hilfiger, Gucci, Gianfranco Ferré, Dolce&Gabbana, Marlboro, Replay, Levis e altre ancora. È già dal 2015 che il Nucleo ispettorato del lavoro segnalava la presenza di prodotti dei grandi marchi nei laboratori-dormitorio a gestione cinese, ma solo con le inchieste più recenti la magistratura ha iniziato a risalire sistematicamente fino alla committenza finale. È l’impostazione che Storari definisce una scelta di “politica giudiziaria”: riportare al centro della responsabilità la filiera intera, dalle periferie produttive fino alle maison.
La strategia della Procura
Dal marzo 2024 la magistratura ha già disposto l’amministrazione giudiziaria per Alviero Martini, Armani Operation, Manufacture Dior, Valentino Bags Lab e Loro Piana, società non indagate ma considerate corresponsabili per negligenza. Il caso Crocolux, il laboratorio di Trezzano sul Naviglio dove nel 2023 è morto un giovane del Bangladesh al primo giorno di lavoro, ha aperto uno squarcio su un sistema radicato: secondo le testimonianze, era appaltatrice di “numerosi marchi del lusso mondiale”.
Le ispezioni di novembre 2025 in tre opifici toscani collegati anche alla produzione di Tod’s hanno fatto emergere fino a sette livelli di subappalto e hanno portato al sequestro di borse Madbag, Zegna, Saint Laurent, Cuoieria Fiorentina e Prada. Tod’s, coinvolta in un’inchiesta autonoma, respinge l’accusa di aver agito con piena consapevolezza del sistema e ha definito il procedimento “un grave danno al Paese”, pur dichiarandosi disponibile a collaborare “per la dignità di tutti i lavoratori”.
Proprio le tensioni esplose sul caso Tod’s hanno spinto la Procura ad adottare, per gli altri marchi, una linea più morbida: una formula volontaria di consegna documentale che concede qualche settimana per ripulire la filiera dai caporali e riorganizzare la catena degli appalti. Ma il messaggio che arriva è diretto: se le maison non interverranno, arriveranno commissariamenti e interdittive.
