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Giustizia e mondo del lavoro: quando la magistratura inquirente tende ad assumere un potere anomalo di contrattazione

Il dibattito sulla separazione delle carriere riaccende i riflettori sul potere delle procure, dalle gogne mediatiche al nuovo “modello Milano”: indagini sul caporalato, sequestri milionari e accordi senza giudice che ridisegnano il rapporto tra magistratura, imprese e diritto del lavoro

Giustizia e mondo del lavoro: quando la magistratura inquirente tende ad assumere un potere anomalo di contrattazione

Appena archiviata la sessione di bilancio e trascorsa la pausa festiva, nei primi mesi dell’anno nuovo il Circo Barnum della politica si sposterà sul referendum per la separazione delle carriere, un confronto che, prima di avere degli aspetti attinenti alla giustizia e al processo, vedrà in campo una questione di potere. Come ha scritto Sabino Cassese, i pm non si limitano a costruire l’accusa, ma giudicano prima del processo. “Basti pensare alle conferenze stampa in cui si vedono procuratori circondati da forze dell’ordine, che annunciano, con titoli altisonanti, le accuse. Le procure non rispettano il principio fissato dalla Costituzione nell’articolo 111, per il quale la persona accusata è informata “riservatamente” della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico. I mezzi di formazione dell’opinione pubblica, poi, danno risalto alle accuse che divengono giudizio. Anche quando – come accade sovente specie nei casi più gravi – i magistrati giudicanti assolvono gli imputati, finiscono, con i loro ritardi – prosegue Cassese – per consolidare l’accusa divenuta il guardiano della virtù.

In sostanza, il clamore suscitato al momento delle indagini, fin dall’invio dell’avviso di garanzia, il meccanismo della gogna e magari anche il ricorso alla custodia cautelare finiscono per essere una fase compiuta di una condanna autonoma dalla sentenza di un giudice terzo, destinata comunque a lasciare un segno nella onorabilità della persona coinvolta. Di questa operazione sono protagonisti aspetti metagiuridici che attengono a comportamenti scorretti se non a vere e proprie violazioni di norme.

Negli ultimi tempi, invece, sono emerse fattispecie in cui le procure esauriscono nel loro ambito il “fare giustizia” senza neppure coinvolgere il giudice terzo nel giudicare la liceità o meno di un comportamento e nel procedere alla sanzione. In pratica, si è realizzato in questo modo l’aspirazione delle procure a dire la prima e l’ultima parola in un caso di presunta violazione di legge.

Si distingue in questa nuova frontiera del processo la procure per antonomasia: quella di Milano In un articolo di Ermes Santonucci su Il Foglio del 28 novembre scorso (Confessioni di un pm) il sostituto procuratore Paolo Storari ammette: “Supplisco, confesso. Però supplisco oggettivamente forse a fin di bene”. E della sua supplenza Storari vanta anche i successi: 50mila lavoratori internalizzati in aziende e 60 milioni di euro corrisposti ai lavoratori.

L’espansione del reato di caporalato: un perimetro sempre più largo

La procura di Milano ha scoperto un nuovo filone nel campo del diritto penale e ha avviato indagini che hanno coinvolto diversi giganti dei settori della logistica, della grande distribuzione, della sicurezza e della moda (nell’articolo è pubblicato un lungo elenco) che vengono accusate di violazione della legge sul caporalato, ovvero la legge 199/2016, approvata per combattere il lavoro nero e lo sfruttamento dei lavoratori, introducendo il reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” e sanzionando sia il caporale (chi recluta) sia il datore di lavoro (chi impiega).

La legge definisce lo sfruttamento come un approfittarsi dello stato di bisogno dei lavoratori e prevede pene severe fino all’arresto obbligatorio in caso di violenza. Questa condizione ha un senso se riferita – come prevede la legge – ad uno straniero clandestino, trasportato all’alba dal caporale su di un campo di pomodori. Nel perseguimento di questo obiettivo la legge purtroppo ha fallito. Ma non sembra il caso di parlare di “stato di bisogno” per un “vigilante” o per altre figure professionali occupate nelle aziende indagate perché con siffatta logica, chiunque lavori si trova in una condizione di bisogno.

Queste discutibili iniziative aprono un nuovo capitolo per quanto riguarda il ruolo della magistratura inquirente nel campo del lavoro.

La linea di condotta scelta dalla procura tende ad esaurire la questione a livello della indagine, senza arrivare alla sentenza di un giudice. È lo stesso Storari a spiegarlo intervenendo in un convegno di MD: “Facciamo processi alle imprese di carattere non sanzionatorio, nel momento in cui assume, versa al fisco e modifica la sua organizzazione, ci fermiamo”. In sostanza, il pm esercita un potere anomalo di contrattazione nel senso di avvalersi degli strumenti della legge n.199 (commissariamento e sequestro dei beni) per ottenere, a sua discrezione, dalle aziende vantaggi per i lavoratori.

Vediamo alcuni casi specifici nelle aziende di vigilanza.

Il “modello Milano”

La procura di Milano ha indagato Mondialpol, la maggiore società di vigilanza privata per caporalato e sfruttamento dei lavoratori, sottoponendola al controllo giudiziario. La sociètà, dal conto suo, è corsa ai ripari decidendo un sostanzioso aumento scaglionato per il personale che presta servizio senza l’uso delle armi, ovvero coloro che svolgono il ruolo di uscieri e di portinai, nelle istituzioni pubbliche e private. Preso atto del “ravvedimento operoso” la procura ha revocato il controllo giudiziario.

Dopo il caso della società Mondialpol (il medesimo trattamento è stato usato anche per Sicuritalia) la solerte procura meneghina ha preso di mira un’altra azienda del settore, la Cosmopol, seguendo la procedura già svolta in precedenza: la nomina di un’amministrazione giudiziaria mentre sono in corso le indagini per il reato di caporalato e di sfruttamento dei lavoratori. La Cosmopol è una società campana che ha quali 4mila dipendenti e un fatturato di 132 milioni di euro ed un utile di 6,5 milioni. Anche il suo personale è impiegato con funzioni di vigilanza in molte aziende pubbliche e private di primaria importanza come le Poste, Enel, Leonardo, Fiera di Milano e istituto San Paolo. Ciò significa che l’azienda – come del resto le altre – è stata selezionata nel rispetto delle procedure di legge, magari secondo il criterio del massimo ribasso.

La Cosmpol è indotta, nei fatti, a seguire l’esempio della Mondialpol: in pratica a pagare una sorta di riscatto per liberarsi – tramite la revoca – del controllo giudiziario o del sequestro dei beni. Così si completerà ciò a cui le procure aspirano: risolvere il contenzioso in fase di indagini, magari con l’aiuto della gogna mediatico-giudiziaria.

Del resto, sappiamo come funzionano questi eventi: basta gonfiare un po’ la storia, con l’aiuto dei “velinari” delle procure, per indurre le aziende che si avvalgono di questi servizi a dare disdetta dei contratti, per sottrarsi all’accusa di caporalato e di sfruttamento dei lavoratori.

In altri casi – citati nell’articolo de Il Foglio – la procura usa l’arma del sequestro per decine di milioni: 146 milioni a Brt; 121 ad Amazon; 86 a Ups; 84 a Gxo; 48 ad Esselunga e via andare con sequestri di queste dimensioni nei confronti di una serie di altre imprese, note al grande pubblico, come la Tod’s.

Un contenzioso che non arriva mai al giudice

Il management non incontrano mai un giudice, ma sono indotte a chiudere la partita negoziando col pm o erogazioni salariali unilaterali oppure assunzioni dirette di lavoratori alle dipendenze di aziende appaltatrici. È comprensibile che le imprese abbiano interesse a stare al gioco, piuttosto che trovarsi per anni in attesa di un giudizio ed impossibilitate a gestire la loro attività. Raggiunto l’accordo, la procura archivia la pratica.

Va detto che queste aziende non esprimono un livello particolarmente elevato nel campo delle relazioni industriali, ma applicano i contratti collettivi stipulati con le controparti sindacali. Che diritto ha un magistrato di ritenere un caso di sfruttamento l’esito di un negoziato condotto da controparti in un ordinamento di libertà e di autonomia? Se l’applicazione delle norme previste prefigura il reato di sfruttamento dei lavoratori anche i sindacati dovrebbero rispondere di favoreggiamento.

Sarà fatta a fin di bene, ma chi indossa la toga dovrebbe limitarsi ad applicare le leggi, non a raddrizzare i torti attraverso veri e propri abusi di potere che rasentano persino l’estorsione. Verrà il giorno in cui la legge – come nel caso dei rapimenti a scopo di riscatto- congelerà i beni delle vittime. In Italia, infatti, piuttosto che intervenire sugli abusi delle procure e dei singoli magistrati, si ricorre all’intervento legislativo riparatore come nel caso dell’abolizione dell’abuso di ufficio.

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