Un nuovo fronte di tensioni geopolitiche covava da mesi, per lo meno dalla scorsa estate, e nel primo weekend del 2026 è finalmente esploso a tutti gli effetti, con il bombardamento dell’esercito statunitense su Caracas, la capitale del Venezuela, nella notte tra venerdì 2 e sabato 3 gennaio, e soprattutto la cattura del presidente Nicolas Maduro, che è stato trasferito nel carcere di Brooklyn ed è ora imputato per narcotraffico e terrorismo. I mercati finanziari, che già avevano iniziato il nuovo anno col piede giusto, non aspettavano altro per infiammarsi e infatti nella prima seduta utile dopo il blitz venezuelano sono arrivate le conseguenze tangibili su Borse e materie prime. Ad incominciare, ça va sans dire, da sua maestà il petrolio, citato esplicitamente dal presidente Donald Trump all’indomani dell’operazione come il motivo effettivo, di fatto, del rovesciamento del regime: “Ora a Caracas comandiamo noi e le nostre compagnie avranno accesso totale al petrolio”, ha detto chiaro e tondo il tycoon.
La situazione in Venezuela favorisce il prezzo del petrolio
Il Venezuela è infatti il Paese con le più grandi riserve di greggio al mondo davanti all’Arabia Saudita, ma le infrastrutture sono danneggiate e ci vorranno miliardi di investimenti e tanto tempo prima di fare profitti. Il prezzo del petrolio, in attesa che la produzione mondiale aumenti (domenica i Paesi dell’Opep+ hanno deciso di mantenerla stabile), è intanto salito oggi sul mercato: il Wti crude sale di quasi il 2% riavvicinando i 59 dollari al barile e anche il Brent non è da meno, sfiorando i 62 dollari per barile. Non a caso sono in rally i titoli delle major americane a Wall Street: ExxonMobil e ConocoPhillips nel primo pomeriggio statunitense guadagnano rispettivamente il +4,5% e quasi il +8%, sostenute dalle attese degli investitori su un possibile recupero dei risarcimenti petroliferi in Venezuela.
Chevron, che ad oggi è l’unica che opera nei giacimenti venezuelani, sale di oltre il 6%. Al contrario il colosso brasiliano Petrobras cede il 3%: a parità di business, la situazione venezuelana incide negativamente sulle compagnie sudamericane, perché “aumenta la percezione del rischio in America Latina”, sostengono gli analisti di Guardian Capital. A Piazza Affari Eni +1,5% e Saipem +3,2%. Ma da questa parte dell’Oceano a brindare ancora di più sono i titoli dell’industria e della Difesa, rinvigoriti da un nuovo possibile scenario di guerra dopo che in Ucraina, seppur a fatica, si va verso la pace. E infatti Leonardo è il miglior titolo con un aumento monstre del 6,25% e Fincantieri mette a segno un +4,5%.
A Piazza Affari svetta Leonardo, bene anche le banche
Già che ci siamo spostati su Piazza Affari: la Borsa di Milano inizia bene la settimana con l’indice Ftse Mib che avanza dell’1% abbondante, ad avvicinare i 46.000 punti base, sostenuto dai titoli sopracitati ma anche dal +4,6% di Tenaris, dal +4% di Lottomatica e dalle banche, Bper in primis col suo 3,7%. Intesa +1,4%, Unicredit +0,5%, in controtendenza Banco Bpm -1,6%. La Difesa e i chip spingono anche le altre Borse europee, anche se – a parte Francoforte che sale dell’1,3% – con meno vigore rispetto a Piazza Affari: Parigi +0,2%, Londra +0,5%, Madrid +0,7%. In rialzo ovviamente pure Wall Street con il Nasdaq che poco prima della chiusura europea guadagnava quasi l’1% e il Dow Jones che fa ancora meglio con il +1,4%. L’effetto Venezuela si nota anche sul dollaro, che si è leggermente indebolito: il cambio con l’euro oggi si conferma in zona 1,17.
Oro, rame e argento in rally. Scende ancora lo spread
E poi ci sono le altre materie prime, soprattutto quelle rifugio come oro ma pure rame, che anch’esse risentono della svolta caraibica: il gold spot si apprezza di oltre il 2,5% a 4.445 dollari l’oncia, e il rame, che viene da un 2025 da record, viaggia spedito in zona 13.000 dollari a tonnellata, un valore inaudito. Attenzione anche all’argento che in termini percentuali è il protagonista di giornata: +6% oltre i 77.000 dollari l’oncia. Tornando a questioni più nostrane, va infine registrato lo spread Btp Bund: l’Italia ha trovato da qualche tempo il modo di convincere i mercati, nonostante una crescita deprimente e la quasi totale assenza di riforme. Però i conti sembrano a posto e ai cinici investitori basta così: spread in calo sotto i 70 punti in questo lunedì, con il rendimento del Btp 10 anni al 3,53%.
