Un conto è la teoria. Un conto è la realtà. Mentre il presidente Donald Trump ha annunciato nel weekend che gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo delle enormi riserve petrolifere del Venezuela, la realtà mostra uno stato fatiscente dell’industria petrolifera del Paese che, per generare ciò che il tycoon vorrebbe bisogno di investimenti miliardari e un decennio di lavori di ristrutturazione prima di andare a regime. E il greggio non raggiunge prezzi tali da rendere questo tipo di investimento una scelta facile, soprattutto in un Paese alle prese con una crisi politica.
Il Venezuela è in testa alla classifica mondiale con 303 miliardi di barili di riserve accertate di petrolio greggio, superando anche l’Arabia Saudita (267 miliardi di barili) erappresenta circa un quinto delle riserve globali, secondo l’Energy information administration (Eia) statunitense.
Sabato, le forze speciali statunitensi hanno condotto un’operazione su larga scala, catturando il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores, e trasportandoli a New York. I due sono stati accusati di associazione a delinquere finalizzata al narcoterrorismo, importazione di cocaina e reati legati alle armi. Trump ha affermato che gli Stati Uniti “governeranno” il Paese finché non verrà insediata una leadership sicura. Lo stesso giorno, la Corte Suprema del Venezuela ha nominato Delcy Rodriguez, che sovrintende alla compagnia petrolifera statale Petróleos de Venezuela, SA, come presidente ad interim.
La teoria della riforma in Venezuela: costi stimati in 58 miliardi di dollari
In teoria, una riforma del settore petrolifero guidata dagli Stati Uniti potrebbe effettivamente trasformare il Venezuela in un eccezionale fornitore di petrolio, creando anche opportunità per le compagnie petrolifere occidentali. Una situazione che porterebbe anche a un controllo dei prezzi del petrolio. Tuttavia, gli esperti del settore, evidenziano che, anche se l’accesso internazionale fosse completamente ripristinato domani mattina, potrebbero volerci anni e costi incredibili per riportare la produzione petrolifera venezuelana a pieno regime. La compagnia petrolifera e del gas naturale statale venezuelana Pdvsa dice che i suoi oleodotti non sono stati aggiornati da 50 anni e che il costo per ripristinare l’infrastruttura per riportarla a produrre ai massimi livelli ammonterebbe a 58 miliardi di dollari.
Le riserve petrolifere in Venezuela: patrimonio enorme, ma gestito male
Il Venezuela ospita le più grandi riserve petrolifere accertate sulla Terra, concentrate soprattutto nella Cintura dell’Orinoco. Questa fascia, lunga circa 600 chilometri da est a ovest e 70 da nord a sud, si trova a Guárico (Stato nella parte centrale del Paese) e segue la linea proprio del fiume Orinoco. Tuttavia il Venezuela produce solo circa 1 milione di barili di petrolio al giorno, pari a circa lo 0,8% della produzione mondiale di greggio. Si tratta di meno della metà di quanto veniva prodotto prima che Maduro prendesse il controllo del paese nel 2013 e meno di un terzo dei 3,5 milioni di barili che venivano pompati prima che il regime socialista prendesse il potere.
Le sanzioni internazionali contro il governo venezuelano e una profonda crisi economica hanno contribuito al declino dell’industria e alle infrastrutture petrolifere del Paese, ma anche la mancanza di investimenti e manutenzione, secondo l’Eia, cosicchè la capacità di produrre petrolio è diminuita notevolmente nel corso degli anni.
Il fatto è che, secondo gli esperti del settore, il Venezuela ha un petrolio che può essere facilmente sostituito da una combinazione di produttori globali. Si tratta ditipo di petrolio – greggio pesante e acido – che richiede attrezzature speciali e un elevato livello di competenza tecnica per essere prodotto, ma è fondamentale per alcuni prodotti ottenuti durante il processo di raffinazione, tra cui gasolio, asfalto e carburanti per fabbriche e altri macchinari pesanti. Le compagnie petrolifere internazionali hanno le capacità di estrarlo e raffinarlo, tanto più che il gasolio è scarso in tutto il mondo, ma sono state ostacolate dalle sanzioni sul petrolio venezuelano. Gli Stati Uniti, il più grande produttore mondiale di petrolio, dispongono invece di greggio leggero e dolce, ottimo per produrre benzina e poco altro.
Sbloccare il petrolio venezuelano potrebbe essere particolarmente vantaggioso per gli Stati Uniti: la maggior parte delle raffinerie statunitensi è stata costruita per processare il petrolio pesante venezuelano e sono significativamente più efficienti quando utilizzano petrolio venezuelano rispetto a quello americano.
Trump ha definito il business petrolifero del Venezuela “un fallimento totale”. “Non stavano pompando quasi nulla rispetto a quello che avrebbero potuto pompare e a quello che avrebbe potuto accadere”, ha detto Trump. “Faremo intervenire le nostre grandissime compagnie petrolifere degli Stati Uniti, le più grandi al mondo, che spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture gravemente danneggiate, le infrastrutture petrolifere, e inizieranno a fare soldi per il Paese”, ha aggiunto.
Cosa succederà ai prezzi del petrolio?
Non è chiaro in che modo l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela influenzerà i prezzi dell’energia. Se l’obiettivo di controllare le riserve e la produzione di greggio dell’amministrazione Trump dovesse concretizzarsi, nel medio-lungo periodo è molto probabile che il Venezuela ritorni a livelli di estrazione di un tempo, facendo aumentare la produzione mondiale di petrolio, esercitando quindi pressione al ribasso sul prezzo del barile.
I prezzi del petrolio negli ultimi mesi sono rimasti sotto controllo a causa dei timori di eccesso di offerta, con l’Opec che ha aumentato la produzione, mentre la domanda è leggermente diminuita, poiché l’economia globale continua a mostrare inflazione dopo lo shock dei prezzi post-pandemia. Il petrolio statunitense, si aggira oggi attorno ai 60 dollari.
Bob McNally, presidente della società di consulenza Rapidan Energy Group con sede a Washington, DC, ha dichiarato alla Cnn di ritenere che l’impatto sui prezzi sarà “modesto” e non si aspetta grandi conseguenze “a meno che non si vedano segnali di disordini sociali diffusi e la situazione non diventi caotica. Più probabile se la situazione sembra ‘stabile’. La prospettiva è quindi la stessa: quanto velocemente un Venezuela filo-americano potrebbe aumentare la sua produzione? Questo sarà il gioco. La percezione potrebbe superare la realtà. La gente darà per scontato che il Venezuela possa aggiungere petrolio più velocemente di quanto non possa effettivamente. Il Venezuela può essere un grosso business, ma non prima di 5 o 10 anni” dice McNally.
Le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, per quanto allettanti possano sembrare, potrebbero comportare più rischi che benefici per i giganti petroliferi statunitensi, hanno dichiarato alla Cnn gli osservatori del settore energetico.
Chevron è l’ultima compagnia petrolifera americana rimasta nel Paese
Le compagnie petrolifere straniere operano in Venezuela da oltre un secolo. La sua vicinanza agli Stati Uniti ha reso il Venezuela un partner strategico chiave per gli interessi statunitensi. E il suo petrolio economico e viscoso si è rivelato la miscela perfetta per le compagnie petrolifere americane, che csoì hanno costruito l’intera infrastruttura di raffinazione proprio per il greggio venezuelano. Ma quando il socialista Hugo Chávez entrò in carica nel 1999, assunse anche il controllo diretto della Pdvsa e da lì iniziò il crollo delle infrastrutture petrolifere e la produzione nazionale diminuì di oltre un terzo nell’ultimo quarto di secolo.
Chevron, l’ultima compagnia petrolifera americana rimasta nel Paese, nell’ultimo decennio ha potuto operare a intermittenza, per via delle sanzioni statunitensi e di una serie di deroghe. Circa un quarto del petrolio venezuelano prodotto da Chevron viene esportato negli Stati Uniti. Chevron opera lì da 100 anni. In seguito agli eventi di sabato, un portavoce della Chevron ha detto che la società “continuerà a operare nel pieno rispetto di tutte le leggi e i regolamenti pertinenti”.