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Bolletta elettrica, perché in Italia è così cara e perché da noi l’energia costa molto di più che negli altri Paesi europei

In Spagna il prezzo medio dell’energia elettrica è di 35 euro/mwh, in Italia di 105 euro, nonostante le fonti rinnovabili coprano oltre il 40% dell’offerta. Lo Stato dovrebbe ricordarsi che l’energia è un bene primario per i cittadini e per le imprese

Bolletta elettrica, perché in Italia è così cara e perché da noi l’energia costa molto di più che negli altri Paesi europei

I cittadini e le imprese italiane pagano l’energia elettrica a un prezzo più alto dei Paesi europei. Nel 2025 il prezzo medio in Spagna è 35 Euro/Mwh, in Francia 43, in Germania 78, in Italia 105. Oggi il Prezzo Unitario Nazionale (PUN) in Italia rimane intorno ai 105-115 Euro/Mwh. Durante la crisi del gas provocata dall’invasione dell’Ucraina nel 2022, il PUN pagato dai consumatori in Italia salì a un valore medio di 304 Euro/Mwh, con punte di 800 Euro/Mwh, a fronte di valori incomparabilmente  più bassi dei Paesi dell’Unione Europea (dati GME).

Perché in Italia l’energia elettrica costa di più

C’è da chiedersi perché, dal momento che la domanda di energia elettrica in Italia è coperta per il 41,2% da fonti rinnovabili (2024, dati Terna). Ed è noto che, una volta installati gli impianti, le rinnovabili hanno un costo di produzione molto basso, vicino allo zero, talvolta persino negativo nelle regioni più esposte al sole e al vento, più ricche di rinnovabili come il Mezzogiorno e le isole (0,10Euro/Mwh nel 2024, dati GME)

Perché dunque il prezzo unitario, fissato di ora in ora sulla borsa elettrica che compone larga parte delle nostre bollette in tutta Italia, è così alto anche rispetto all’Europa?  

Il prezzo del gas è uno dei colpevoli. Il gas è certamente essenziale nella transizione, ma come fu per il petrolio, il suo prezzo è soggetto alla dipendenza geopolitica, ai costi di trasporto e, per il gas liquido naturale (GNL) al costo di rigassificazione. A ciò si aggiunge il meccanismo con il quale si fissa il prezzo dell’energia elettrica per tutto il Paese. Questo aspetto richiede un attimo di attenzione. 

Il sistema, per lo più condiviso in Europa, è quello della borsa elettrica, il mercato dove si incontrano domanda e offerta di energia elettrica e dove si forma il prezzo all’ingrosso. Nella borsa elettrica (GME) il costo dell’ultimo impianto immesso in rete – il prezzo marginale – fa il prezzo per tutti, come è noto. Quando l’offerta di rinnovabili non copre l’intera domanda si tratterà spesso di un impianto termoelettrico, da fonte fossile, tra quelli messi a disposizione dal sistema. Cosa saggia, per garantire la sicurezza energetica. Il costo di produzione di quell’impianto fissa il prezzo che ricevono tutti i produttori. Per il 70% delle ore in Italia questo è il prezzo del gas. È  evidente che ciò genera una rendita per chi produce a minore costo, ma si pensò che questo extra-profitto, definito “rendita inframarginale”, avrebbe incentivato lo sviluppo della produzione di energia da rinnovabili. E lo ha fatto, portando l’offerta da impianti di fonti rinnovabili ai valori attuali.

Certo, si dirà, le fonti rinnovabili sono soggette alle bizzarrie delle condizioni atmosferiche, le cui previsioni diventano meno certe al crescere della presenza di CO2 nell’atmosfera e del suo impatto sul clima. È evidente che la sicurezza energetica richiede che si garantisca la continuità dell’offerta. Lo si fa con la produzione di energia da fonti fossili – il gas è il naturale complemento  per la transizione energetica – e con altri strumenti regolatori come la messa a disposizione remunerata di impianti termoelettrici per colmare i possibili “buchi di offerta” delle rinnovabili nei giorni di maltempo, di alta domanda, o nei periodi di scarse piogge che rallentano l’uso della produzione idroelettrica. È il cosiddetto “mercato della capacità”, introdotto in Italia nel 2018 e attivato nel 2019, come in altri 7 Paesi europei.

Ma gli extra-profitti sono perseguiti in modi leciti e meno leciti. Basterà trattenere l’offerta da fonti rinnovabili perché sia sempre necessario l’impianto a gas che fa il prezzo per tutti. E cittadini e imprese, in un mercato liberalizzato, si troveranno a pagare rendite non dovute ai produttori di energia e ad avere costi dell’energia elevatissimi, che minano la competitività delle imprese e riducono impropriamente il reddito disponibile dei cittadini.

L’indagine Arera e le conclusioni

Questo fatto sembra emergere dall’indagine pubblicata da Arera nel giugno 2025 che spiega con la chiarezza dei numeri la situazione del 2023-2024 e che forse aiuta anche a spiegare perché nel cosiddetto “mercato libero” siamo tutti tempestati da telefonate dei grandi produttori che ci invitano ad aderire a nuovi contratti “piu’ convenienti”. 

E il Governo? Elargisce ricorrentemente “bonus” di qualche mese, qualche euro di sostegno ai consumatori di energia, invece di imboccare strategie di investimento di lungo periodo, di sbloccare le autorizzazioni per l’autoproduzione e l’autoconsumo nelle comunità energetiche rinnovabili (in Germania si contano a qualche migliaia – circa 3000 –, in Italia poco più di 200, certo non per assenza di iniziativa locale).

Ci sono vie d’uscita a breve? Certamente sì. Monitorare il comportamento dei produttori sulla borsa elettrica è una via, come aumentare il peso delle rinnovabili scambiate in borsa. Infine, semplice ma potenzialmente efficace, si potrebbe seguire la via di stabilire prezzi zonali non solo per i produttori, come è oggi, ma anche per i consumatori – cittadini e imprese – dove le rinnovabili, più economiche, fanno il prezzo. Senza intaccare i meccanismi della borsa elettrica che richiederebbe un percorso lungo e condiviso dall’UE,  si toglierebbero così le punte più inique e speculative del costo dell’energia per i consumatori.

L’energia è un bene primario. Uno  Stato che consente extra-profitti senza proteggere i propri cittadini dalla speculazione su un bene primario, limitandosi a elargire piccole somme di compensazione per brevi periodi, non è uno Stato giusto. E certamente non adempie ai propri doveri essenziali.

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