Non la chiamano marcia indietro, ma il risultato è lo stesso. La Germania vuole far saltare il banco del 2035. Sotto la pressione della crisi industriale più grave dagli anni Novanta, Berlino si prepara a chiedere a Bruxelles una revisione sostanziale dello stop ai motori endotermici. E accanto al cancelliere Friedrich Merz si schiera anche l’Italia, pronta a sostenere la battaglia per una transizione “flessibile” e “tecnologicamente aperta”.
La crisi che non fa più notizia
Porsche, Volkswagen, Audi, Mercedes, Bmw, nessuno si salva. I conti del settore auto tedesco raccontano un declino che ormai sembra strutturale. Vendite e utili in caduta libera, crollo delle quote in Cina, dal 22,6 al 16,7%, e dazi americani che si aggiungono a un quadro energetico ancora sfavorevole. In Borsa, i titoli dell’automotive continuano a zavorrare l’indice di Francoforte e a costringere le case madri a tagli di personale.
Per la prima volta, il governo tedesco ha ammesso che il modello industriale fondato sul motore a combustione non è stato sostituito da un’alternativa altrettanto solida. E che la corsa all’elettrico rischia di far saltare non solo i conti, ma anche centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Il vertice di Berlino: “L’elettrico resta la via maestra, ma non l’unica”
È in questo contesto che Merz ha convocato un vertice d’emergenza in Cancelleria, riunendo i vertici di Volkswagen, Porsche, Bmw, il sindacato IG Metall e la presidente dell’associazione dei costruttori Vda, Hildegard Müller. Il risultato? una linea comune, prudente ma netta. “Non ci sarà un taglio netto nel 2035”, ha dichiarato Merz in conferenza stampa, affiancato dal vicecancelliere socialdemocratico Lars Klingbeil. “Farò di tutto per raggiungere questo obiettivo”, ha aggiunto, ribadendo che “l’elettrico è la strada principale, ma abbiamo bisogno di tempo per testare altre tecnologie”.
Più esplicito il ceo di Volkswagen e Porsche, Oliver Blume: “il divieto totale dei motori a combustione nel 2035 è irrealistico”.
La ricetta di Berlino: flessibilità, ibridi e acciaio verde
Dalla Cancelleria è uscita una posizione che sa di compromesso politico ma anche di difesa industriale. La Germania presenterà a Bruxelles una proposta per mantenere il 2035 come “principio”, ma con un’eccezione sostanziale: consentire la produzione di auto ibride anche oltre quella data. In parallelo poi si lavorerà su biocarburanti, e-fuel e nuove forme di compensazione per chi utilizza materiali ecologici, come l’acciaio “verde” prodotto in Europa.
Un pacchetto di misure da oltre 3 miliardi di euro è già sul tavolo: prolungamento dell’esenzione fiscale per le auto elettriche fino al 2035, incentivi ai redditi medio-bassi e un piano infrastrutturale per la rete di ricarica e le stazioni a idrogeno. L’idea di Klingbeil è anche quella di introdurre un prelievo aggiuntivo su benzina e diesel per finanziare la transizione, ma i conservatori frenano temendo di aggravare una domanda già in crisi.
L’asse Berlino–Roma
Il fronte tedesco trova sponde importanti a sud delle Alpi. Roma e Berlino, due paesi chiave per la manifattura europea, hanno chiesto alla Commissione una revisione profonda del regolamento “Fit for 55”. L’obiettivo comune è quello di evitare sanzioni sproporzionate e ampliare il mix tecnologico, includendo anche biocarburanti (su cui l’Italia con Eni punta molto) e ibridi tra le soluzioni valide per la riduzione della Co2.
L’Italia, che come la Germania teme la concorrenza cinese e il rallentamento della domanda interna (ora che si intravedono anche segnali di ripresa di Stellantis) e si allinea dunque alla strategia di “realismo industriale” promossa da Merz.
Salvare l’auto tedesca (e non solo)
Merz ha come obiettivo quello di evitare che la transizione ecologica si trasformi in una desertificazione produttiva. L’industria automobilistica tedesca impiega oltre 750 mila persone e vale il 5% del PIL. E secondo le stime dello stesso Merz, nel 2035 l’elettrico coprirà appena il 50% del mercato. Per questo la parola d’ordine ora è “flessibilità”. Non per abbandonare l’elettrico, ma per non esserne travolti. Berlino non rinnega la svolta green, ma pretende di scriverla con i propri tempi e le proprie regole.
E a giudicare dal fronte che si sta ricompattando in Europa, la Germania non è sola nella sua “marcia (quasi) indietro”.