Il cambio di rotta del principe ereditario Mohammed bin Salman riguardo il futuro dell’Arabia Saudita sta raccogliendo maggiori consensi dai colossi finanziari di Wall Street e dai Big tech. Accortosi che il faraonico progetto di Neon iniziava a vacillare e continuando tuttavia a cercare un progetto alternativo alla sola pompa di petrolio, il principe si è spostatio sull’idea della creazione di un altrettanto faraonico hub per l’intelligenza artificiale, che faccia bella figura tra i titani già presenti nel settore, Stati Uniti e Cina.
Ad ascoltare il ministro dell’Energia dell’Arabia Saudita, il principe Abdulaziz Bin Salman Al Saud, intervenuto alla nona edizione della conferenza Future Investment Initiative (FII) a Riyadh nei giorni scorsi sono accorsi tutti: capi di Stato, consulenti e dirigenti del settore tecnologico, ma soprattutto i grandi nomi di Wall Street, da Citigroup a Barclays a Goldman Sachs, Blackstone Inc. e JPMorgan Chase che hanno mostrato di voler essere della partita.
Il nuovo sogno del principe saudita: diventare la “nuova Aramco digitale”
Nel 2017, alla prima edizione del vertice finanziario annuale dell’Arabia Saudita il principe ereditario Mohammed bin Salman era arrivato con ben altri progetti: presentare una città del prossimo secolo chiamata Neom: un piano da 500 miliardi di dollari che prevedeva una metropoli con più robot che esseri umani e pannelli solari sufficienti a riempire la Grande Muraglia cinese. Ma anche i sogni dei principi a volte si infrangono sulle difficoltà della realtà.
Tuttavia in cima ai progetti è rimasta l’intenzione di smarcare l’economia dell’Arabia Saudita dalla dipendenza dal petrolio. Così, nell’edizione di quest’anno, il tono è completamente cambiato: meno petrolio e meno robot, ma più calcolo, data center e intelligenza artificiale in generale. Così sul Mar Rosso, un data center da cinque miliardi di dollari fornirà potenza di elaborazione agli sviluppatori europei, mentre sulla costa orientale, un complesso gemello servirà Asia e Africa. L’obiettivo è diventare la “nuova Aramco digitale”.
Il progetto è in mano a Humain, la società fondata a maggio dal principe ereditario Mohammed bin Salman e controllata dal Public Investment Fund (Pif), il fondo sovrano da oltre 1000 miliardi di dollari. “Vogliamo essere per l’intelligenza artificiale ciò che Aramco è stata per l’energia”, ha detto il suo amministratore delegato Tareq Amin durante il panel From Oil to Compute. L’obiettivo è titanico: gestire entro il 2034 il 6% della potenza di calcolo mondiale, contro lo 0,8% attuale. Humain intende installare 18.000 chip nel 2026, prima fase di un piano che porterà a 400.000 unità entro il 2030. In parallelo, il Public Investment Fund e Aramco hanno annunciato la firma di un’intesa preliminare per l’acquisizione da parte della compagnia petrolifera di una quota minoritaria di Humain, mentre il fondo sovrano manterrà il controllo della maggioranza.
Il percorso non è tutto in discesa. L’espansione dei data center richiederà un aumento del 40% della capacità elettrica nazionale nei prossimi dieci anni, con impatti ambientali e logistici ancora incerti. Il governo promette energia rinnovabile e idrogeno, ma la dipendenza dal gas rimane elevata. Si rileva inoltre una mancanza di competenze, in particolare di programmatori e ricercatori. Riyadh tenta di colmare il divario con visti accelerati, borse di studio internazionali e la creazione di “data embassies” per attrarre aziende straniere sotto giurisdizione neutra.
I colossi di Wall Street scendono in campo al fianco del principe
Ma il nuovo progetto pare convincere la comunità internazionale. Proprio nel corso della FII, Humain ha presentato un pacchetto di partnership con Nvidia, AMD, Qualcomm e Groq e tutti questi gruppi hanno già avviato le pratiche per ottenere le licenze d’esportazione verso Riyadh. Già lo scorso maggio Amazon Web Services aveva annunciato un accordo da 5 miliardi di dollari per infrastrutture cloud con Humain ed Elon Musk aveva discusso con l’azienda saudita la possibilità di utilizzare i futuri data center per addestrare i modelli di xAI.
Non solo: anche i big finanziari di Wall Street hanno dimostrato di crederci. Ancor prima dell’inizio della conferenza finanziaria Citigroup ha inaugurato la sua nuova sede regionale a Riyadh, mentre Barclays Plc aveva annunciato il suo ritorno nel regno. Poi nel corso della Future Investment Initiative, David Solomon, amministratore delegato di Goldman Sachs Group, ha detto che la banca prevede di triplicare il personale locale, portandolo a circa 60 unità. Goldman sta già tenendo d’occhio il nascente mercato del credito privato del regno e prevede di ampliare le sue attività di gestione patrimoniale .”Riteniamo che i cambiamenti derivanti dagli investimenti che il regno sta facendo nelle infrastrutture e nell’economia locale rappresentino una grande opportunità per Goldman di collaborare con il regno”, ha detto Solomon. Inoltre il colosso del private equity Blackstone ha annunciato una partnership con Humain, per la costruzione del data center con un investimento iniziale di circa 3 miliardi di dollari e secondo Amin, l’iniziativa potrebbe ampliarsi includendo BlackRock, KKR e Digital Bridge.
L’Arabia Saudita e le sue entità collegate allo Stato sono anche tra i maggiori emittenti di debito al mondo, offrendo opportunità di business redditizie per i colossi del credito. E mentre l’attenzione di Riyadh si è spostata sullo sviluppo interno, il suo fondo sovrano continua a sostenere accordi internazionali su larga scala. Ad esempio, JPMorgan Chase & Co. ha sottoscritto un finanziamento da 20 miliardi di dollari per aiutare gli investitori, tra cui il Public Investment Fund , a privatizzare Electronic Arts Inc. in un’operazione da 55 miliardi di dollari. Le banche si sono contese una quota dei circa 500 milioni di dollari di commissioni legate al finanziamento.
Del resto il ministro dell’Investimento Khaled al-Falih ha sottolineato la svolta del Regno. “È tempo di ridurre la spesa pubblica e dare più spazio al settore privato“. Dopo anni di giga-progetti come Neom Riyadh si prepara alla fase due della Vision 2030, quella della redditività e del consolidamento. La strategia 2026-2030 del Public Investment Fund sarà annunciata “molto presto“, ha annunciato durante il meeting e si concentrerà su sei principali ecosistemi: viaggi e turismo, sviluppo urbano, produzione avanzata, industria e logistica, energia pulita e infrastrutture rinnovabili, e Neom, ma come ecosistema a sé stante.
I sauditi spalleggiati da Trump
I sauditi si sono presentati più forti, nonostante l’instabilità internazionale, anche grazie a un rapporto molto solido con l’amministrazione di Trump. Il legame con Washington è tornato a essere il pilastro della politica saudita dopo la visita di Donald Trump a Riyadh lo scorso maggio, la prima missione ufficiale del suo nuovo mandato, quando gli Stati Uniti hanno dato via libera preliminare alla vendita di chip Nvidia e Amd. Allo stesso tempo, Riyadh mantiene una postura calibrata verso la Cina, accogliendone gli investimenti ma evitando schieramenti netti.
Durante il forum, l’ad di Humain ha ribadito la fiducia in un imminente via libera da parte di Washington per la vendita di chip avanzati all’Arabia Saudita. “Abbiamo fornito garanzie dettagliate alle autorità statunitensi” ha spiegato, “compreso l’impegno a non acquistare mai componenti da Huawei”. Un riferimento non casuale: gli Stati Uniti mantengono un regime di restrizioni verso la tecnologia cinese e per ottenere le licenze di esportazione di chip, Humain ha dovuto dimostrare di poter operare in piena trasparenza e sicurezza. Così il manager saudita ha creato per il governo americano un “defense package”, un piano di sicurezza per garantire che l’infrastruttura del Paese non venga compromessa da influenze esterne.
