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“Per Meloni la luna di miele è finita prima del referendum. Il centrosinistra ha vinto ma deve dimostrare di saper governare”: parla Tabacci

Intervista a BRUNO TABACCI, parlamentare di lungo corso e Presidente del Centro Democratico, dopo la sconfitta del Sì al referendum Giustizia: “Le tardive dimissioni di membri del Governo non sarebbero mai state date senza la vittoria del No, Meloni raccoglie ciò che ha seminato”. Sulla nuova legge elettorale: “Voglio vedere chi pensa di fare da sponda a un obbrobrio istituzionale di questa natura”. Il centrosinistra? “Riparta dai Rapporti Draghi e Letta e dimostri di saper governare”

“Per Meloni la luna di miele è finita prima del referendum. Il centrosinistra ha vinto ma deve dimostrare di saper governare”: parla Tabacci

Incassato il No al referendum sulla Giustizia, sono state ore “buie” e di delicate riflessioni a Palazzo Chigi. Giorgia Meloni ha infatti assunto ad interim la guida del ministero del Turismo a seguito delle dimissioni forzate di Daniela Santanchè (giunte dopo il repulisti di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi).

Valutazioni ben più ampie, tuttavia, riguardano le prospettive del Governo. Perché la débâcle elettorale sulla riforma ha avuto un effetto dirompente per la maggioranza, facendo emergere fibrillazioni non solo dentro Forza Italia (Stefania Craxi nuova capogruppo al Senato ha preso il posto di uno “sfiduciato” Maurizio Gasparri) ma anche in seno a un partito fin qui monolitico come quello della premier: Fratelli d’Italia. Cosa accadrà? E come penseranno di muoversi ora le forze di opposizione per capitalizzare il risultato in vista delle Politiche 2027?

“Le tardive dimissioni di membri del governo hanno scoperto il gioco pesante imposto con questo referendum: non sarebbero mai state date senza la vittoria del No. La presidente Meloni raccoglie i frutti della sua seminagione”, dice a FIRSTonline Bruno Tabacci, presidente del Centro Democratico che aderisce alla coalizione del centrosinistra, parlamentare di lungo corso e fine esperto di questioni politiche. Nell’intervista che segue, un’analisi del voto referendario e delle possibili conseguenze sia a destra sia a sinistra dopo la sconfitta del Sì.

Onorevole Tabacci, lei ha votato convintamente No. Ma, sinceramente, se l’aspettava un risultato così sul referendum e immaginava un’affluenza tanto alta?

“Sicuramente ero convinto che il No prevalesse in occasione del referendum costituzionale, come peraltro era già avvenuto al tempo del governo Renzi quando la pretesa del plebiscito a favore del capo del governo andava ben oltre il merito delle modifiche proposte. L’affluenza (e la sua composizione) invece ha superato perfino le mie speranze e induce a guardare al futuro del nostro Paese con rinnovata fiducia. Ci sono le basi, specie tra i giovani, per una svolta positiva”.

Quali sono stati, secondo lei, i fattori determinanti nella sconfitta del Sì?

“La sconfitta è del governo Meloni che ha voluto forzare la mano destabilizzando l’equilibrio dei poteri fissato dalla Costituzione con l’imposizione al Parlamento di un testo blindato e immodificabile che aveva l’aria di una resa dei conti finale con la magistratura più che il perseguimento di una giustizia più giusta per i cittadini. L’obiettivo non era certo quello di ridurre l’insostenibile durata dei processi, sia civili sia penali, ma di affermare il principio della superiorità del potere del Governo insofferente a qualsiasi controllo fosse esso giudiziario, giornalistico o anche semplicemente contabile”.

La sconfitta referendaria archivia la luna di miele tra Meloni e il Paese ma, dopo le prime dimissioni, che succederà ora nel centrodestra?

“La luna di miele era già finita e aggravata dalle prospettive economiche e sociali fortemente condizionate in senso negativo dal sostegno acritico della presidenza Meloni alle politiche di Trump e il perseguimento di uno scetticismo nazionalistico vissuto in chiave anti-europea. Si propagandava il presunto ruolo dell’Italia a livello internazionale mentre il cittadino italiano doveva e deve fare i conti con una economia stagnante con costi dell’energia insostenibili, salari in calo e servizi essenziali proibitivi per i più deboli. La propaganda, anche la più furba e la più abile, non può reggere il peso di tali contraddizioni. Le tardive dimissioni di membri del governo hanno scoperto il gioco pesante imposto con questo referendum: non sarebbero mai state date senza la vittoria del No. La presidente Meloni raccoglie i frutti della sua seminagione”.

Pensa che Meloni cercherà la rivincita con una nuova legge elettorale? Si dice che dovrebbe servire a dare più stabilità al Governo ma questo non è in contraddizione con il record di longevità del Governo Meloni rispetto agli ultimi anni?

“Rivincita? Nessun presidente del Consiglio ha mai potuto disporre di un potere così esteso, specialmente nei confronti del Parlamento. E non le bastava. Avrebbe voluto anche il premierato. Come se la longevità del suo Governo fosse una componente decisiva della qualità espressa. Piuttosto suona come una inconscia ammissione di inadeguatezza”.

Nel merito, che cosa pensa del progetto di legge elettorale del Governo? Non le sembra che il quorum per far scattare il premio di maggioranza sia troppo basso e che l’assenza delle preferenze sia una lacuna?

“La nuova proposta di legge di riforma elettorale avanzata dal governo Meloni va in direzione opposta rispetto al desiderio degli elettori di essere protagonisti. Si cancellano i collegi uninominali, si prevede un premio di maggioranza alla minoranza su liste rigide senza preferenze. Il voto così costruito è in contrasto con il principio di uguaglianza fissato dalla Costituzione. Voglio vedere chi pensa di fare da sponda a un obbrobrio istituzionale di questa natura”.

Che cosa dovrebbe fare il centrosinistra per capitalizzare la vittoria nel referendum e farne il trampolino di lancio per le elezioni politiche del 2027?

“Il centrosinistra non può pensare di aver risolto i suoi problemi col risultato referendario. La mobilitazione del No è avvenuta a prescindere dal ruolo purtroppo assai contraddittorio delle sue componenti. Non basta pensare di vincere. Bisogna dimostrare di saper governare. E per questo ci vuole una politica seria, a cominciare dal livello internazionale e da quello europeo. La critica a Trump va esplicitata con un rilancio visibile dell’Europa. Draghi e Letta hanno dato in questi mesi un grande contributo in termini di proposte. Basterebbe ripartire con forza, con potenza e con determinazione da quei due Rapporti. Sono più di un programma di Governo. Solamente, ci vuole il coraggio di riconoscere la forza di un progetto europeista che, come dice Draghi, si realizza se punta a un federalismo pragmatico dalla dimensione europea. Molti dei giovani che sono andati a votare inaspettatamente non sono catturabili e si sentono sinceramente europeisti. Si possono confermare solo con una posizione limpida sull’Europa”.

È d’accordo con il ricorso a primarie aperte per la scelta del leader del centrosinistra? Ma, oltre a un leader o candidato premier, non servirebbe soprattutto un accordo di programma che riguardi la politica estera e le principali emergenze del Paese, dalla sicurezza alla sanità e dai salari al caro bollette?

“Le primarie aperte possono diventare una necessità. A patto che siano davvero aperte e si basino su di un accordo di programma condiviso, a cominciare dalla politica estera di sicurezza a cui si deve arrivare per lucida e trasparente convinzione politica e non per il cemento del futuro potere. Ne abbiamo avuto abbastanza di posizioni plurime sulla vicenda Ucraina che trasudavano il contrario di una convincente postura di Governo”.

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