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Iran, raid Usa sull’isola petrolifera di Kharg. Trump: “Regime sconfitto vuole accordo che non accetterò”

Escalation tra Usa e Iran: raid sull’isola petrolifera di Kharg, attacco all’ambasciata americana a Baghdad, missili su Israele e stop al petrolio a Fujairah negli Emirati

Iran, raid Usa sull’isola petrolifera di Kharg. Trump: “Regime sconfitto vuole accordo che non accetterò”

Nuova escalation ordinata da Donald Trump contro l’Iran e questa volta il bersaglio è l’isola iraniana di Kharg, uno dei punti più sensibili dell’intero sistema energetico di Teheran. Da qui passa infatti la grande maggioranza delle esportazioni di greggio del Paese: i terminal petroliferi dell’isola rappresentano il principale snodo da cui il petrolio iraniano viene caricato sulle petroliere dirette verso i mercati internazionali. Per questo Kharg è considerata una delle infrastrutture più preziose dell’economia iraniana e un obiettivo dal forte valore strategico.

Il raid è stato annunciato dallo stesso presidente degli Stati Uniti: “Pochi istanti fa, su mio ordine, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha eseguito uno dei più potenti raid aerei nella storia del Medio Oriente, annientando totalmente ogni obiettivo militare nel fiore all’occhiello dell’Iran: l’isola di Kharg”.

Secondo fonti locali citate dall’agenzia iraniana Fars, almeno quindici esplosioni hanno colpito diversi obiettivi militari sull’isola, tra cui una postazione di difesa aerea, una base navale, la torre di controllo dell’aeroporto e un hangar per elicotteri di una compagnia petrolifera offshore. Le autorità iraniane sostengono però che le infrastrutture petrolifere non abbiano subito danni.

Attacchi e tensioni anche nel nord dell’Iran

Nelle stesse ore sono state segnalate esplosioni anche in altre aree del Paese. Secondo Iran International attacchi sono stati registrati nelle città nordoccidentali di Tabriz e Urmia, mentre a Teheran sono tornati a suonare gli allarmi antiaerei.

A Tabriz, dove in precedenza l’esercito israeliano aveva diffuso un avviso di evacuazione, sarebbero state colpite infrastrutture militari e un’unità industriale. La città ospita anche un complesso missilistico sotterraneo. Esplosioni sono state riportate anche a Urmia.

Nel frattempo, sul fronte interno, la polizia iraniana ha annunciato l’arresto di 54 sostenitori di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià che dall’esilio si è proposto come guida di una possibile transizione politica nel Paese. Secondo l’agenzia statale Fars, citata dal Times of Israel, gli arrestati avrebbero pianificato rivolte. Altri 11 membri della cosiddetta “fazione monarchica” sarebbero stati neutralizzati durante le operazioni e due persone fermate con l’accusa di spionaggio per conto di Israele e degli Stati Uniti.

Colpita ambasciata Usa a Baghdad, nuovi missili su Israele

Le basi militare americane nel Medio Oriente restano il principale obiettivo dell’Iran e dei suoi alleati. In Iraq, a Baghdad, una serie di esplosioni ha colpito il complesso dell’ambasciata statunitense nel cuore della capitale. Un missile ha centrato l’eliporto all’interno del compound diplomatico, provocando una colonna di fumo visibile in tutta l’area. Successivamente un drone ha colpito nuovamente la struttura.

L’azione è stata rivendicata da gruppi armati sostenuti da Teheran riuniti sotto l’ombrello della Resistenza Islamica in Iraq. Si tratta del secondo attacco contro la sede diplomatica americana dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Le stesse milizie hanno rivendicato negli ultimi giorni una serie di attacchi con droni e razzi contro basi statunitensi nella regione.

Teheran ha inoltre annunciato il lancio di trenta missili balistici contro Israele, sostenendo che tutti abbiano colpito gli obiettivi prefissati e danneggiato sistemi aerospaziali israeliani.

L’operazione, secondo i Pasdaran, fa parte della quarantottesima ondata di attacchi lanciata dall’inizio della risposta militare all’offensiva avviata a fine febbraio da Stati Uniti e Israele. Missili e droni hanno preso di mira obiettivi nel nord di Israele e basi americane nella regione.

Emirati: stop alle operazioni a Fujairah

La guerra sta iniziando a coinvolgere direttamente anche il sistema energetico del Golfo. Negli Emirati Arabi Uniti alcune operazioni di carico di petrolio nel porto di Fujairah sono state sospese dopo un attacco con droni, secondo quanto riportato da fonti citate da Bloomberg.

Fujairah è uno dei principali hub petroliferi della regione e rappresenta uno snodo fondamentale per il trasporto del greggio che consente di bypassare lo Stretto di Hormuz.

Le forze armate iraniane hanno avvertito che i porti emiratini potrebbero diventare bersagli legittimi se continueranno a essere utilizzati dalle forze statunitensi. In un comunicato il comando interforze iraniano ha affermato che Teheran si riserva il diritto di colpire basi e infrastrutture militari americane presenti nei porti degli Emirati, invitando i civili ad allontanarsi dalle aree portuali.

Continua il braccio di ferro sullo Stretto di Hormuz

Lo scontro resta strettamente legato anche allo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Trump ha avvertito che Washington è pronta ad alzare ulteriormente la pressione militare se l’Iran tenterà di ostacolare la navigazione. “Ho scelto di non spazzare via le infrastrutture petrolifere sull’isola di Kharg. Se l’Iran o altri dovessero interferire nel passaggio libero e sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, riconsidererò subito quanto deciso”.

Il presidente americano ha inoltre annunciato che la Marina degli Stati Uniti inizierà a scortare le petroliere in transito nello stretto, “presto, molto presto”.

Intanto, secondo il Wall Street Journal, Trump sarebbe stato avvertito dai vertici militari statunitensi del rischio che l’Iran potesse reagire proprio con la chiusura dello stretto. Nonostante ciò, avrebbe deciso di procedere comunque con l’attacco, convinto che Teheran avrebbe ceduto prima di arrivare a uno scontro diretto.

La diplomazia, intanto, prova a muoversi. Secondo fonti regionali citate da Haaretz, Egitto, Oman e Turchia stanno tentando di avviare una mediazione con Teheran. I contatti coinvolgerebbero il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale Ali Larijani, mentre gli stessi mediatori sarebbero in dialogo anche con funzionari statunitensi.

Trump però continua a mantenere una posizione estremamente dura, “i media delle fake news odiano riportare quanto bene l’esercito degli Stati Uniti si sia comportato contro l’Iran, totalmente sconfitto e vuole un accordo, ma non un accordo che io accetterei!“. Il presidente americano ha ribadito anche la linea inflessibile sul programma nucleare di Teheran: “l’Iran non avrà mai un’arma nucleare, né avrà la capacità di minacciare gli Stati Uniti d’America, il Medio Oriente o, del resto, il mondo”.

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