Condividi

Giornata internazionale della donna, se questa è una festa: l’8 marzo sia impegno contro femminicidi e violenza di genere

Giornata dell’8 marzo: in Italia – dati Istat – 6,4 milioni di donne hanno subìto violenza fisica o sessuale. Per l’Eurostat ogni settimana 18 donne muoiono di femminicidio. E i sondaggi sui giovani maschi della Gen Z non promettono nulla di buono. Ecco perché questa non è una festa ma un obbligo morale

Giornata internazionale della donna, se questa è una festa: l’8 marzo sia impegno contro femminicidi e violenza di genere

“Sai che cos’è l’8 marzo, mamma?”, chiede la bambina alla donna che le sta di fronte. Dimmelo tu, le risponde lei. “È la festa della donna“, gorgheggia la fanciulla. Già, festa. La definizione di rito rievoca, per consuetudine oltre che per etimologia, giornate gioiose e felici. Ricorrenze da celebrare col sorriso negli occhi. Peccato, però, che di gioioso e felice nell’8 marzo continui a esserci davvero poco. Un dato su tutti – quello Eurostat – racconta, ad esempio, che in tutti i Paesi europei ogni settimana 18 donne muoiono di femminicidio. Di-ciot-to. Sarà anche per questo che la Commissione europea ha da poco presentato la strategia per la parità di genere 2026-2030: in tutta l’Ue, si legge in una nota dell’esecutivo, una donna su tre ha subìto violenza di genere nel corso della propria vita.

Ancora cifre. In Italia – secondo gli ultimi dati Istat – 6,4 milioni di donne hanno subìto, nel corso della propria vita, una forma di violenza fisica o sessuale (il 31,9% delle donne tra i 16 e i 75 anni). In particolare, il 26,5% delle donne ha patito violenza fisica o sessuale da parenti, amici, colleghi, conoscenti o sconosciuti. Benché il dato medio resti invariato, si registrano importanti aumenti delle violenze sofferte dalle giovanissime (16-24 anni) e dalle studentesse legati a violenza psicologica, digitale e relazionale.

Se questa è una festa.

Quel che occorre, dunque, è che l’8 marzo si trasformi davvero da evento ciclico a obbligo morale, prenda definitivamente un’altra piega e diventi – concretamente – un impegno capace di fare da traino a tutti gli altri giorni dell’anno, affinché questi numeri possano arrivare a raccontarci scenari differenti, vissuti non più umilianti, storie di libertà. Basterà un impegno? Che domande. In realtà, è sempre la Commissione Ue a dirci che “sebbene siano stati compiuti progressi, le stime dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere suggeriscono che, al ritmo attuale del cambiamento, ci vorranno 50 anni prima che l’Ue raggiunga la piena parità“.

Come non bastasse un orizzonte già così lungo, sono i risultati di un sondaggio condotto da Ipsos in collaborazione con il King’s College di Londra (in occasione della giornata odierna) a dipingere palcoscenici forse inaspettati. Eccoli. I giovani maschi della generazione Z – vale a dire i nati fra il 1997 e il 2012 – hanno idee stereotipate e “vecchie” sulle donne: 1 su 3 pensa che le mogli dovrebbero obbedire ai mariti e che in una coppia l’ultima parola spetti al coniuge maschio. Gli uomini della generazione Z, inoltre, sono due volte più propensi degli uomini della generazione del Baby Boom (nati tra 1946 e il 1964) ad avere opinioni tradizionali sul processo decisionale all’interno del matrimonio.

Numeri desolanti. Mentalità raccapriccianti che in prospettiva non promettono nulla di buono. E allora, che impegno sia.

Ma quando si assume un impegno, è bene conoscere lo stato dell’arte. E la domanda è: com’è messa l’Italia per quel che riguarda sostegno e risposte possibili nell’immediato? Secondo uno studio internazionale pubblicato su Lancet Global Health che analizza 8 Paesi – tra cui il nostro – il quadro legislativo legato alla violenza sulle donne appare articolato ma mostra un livello di riconoscimento e risposta alla violenza ancora limitato, frammentato e disomogeneo sul territorio nazionale. Questo causa un marcato gap tra il numero di donne che subiscono violenza e il numero di chi riesce a essere riconosciuta e presa in carico dai servizi pubblici, con molti casi che rimangono al di fuori del perimetro istituzionale.

Le stime suggeriscono che solo una parte delle donne che subiscono violenza entra effettivamente in contatto con i servizi pubblici. Sorprendentemente, una quota molto bassa di riconoscimento formale della violenza perpetrata dal partner avviene attraverso il settore sanitario, corrispondente a circa l’1,3%-5,6% del fabbisogno stimato nei quattro Paesi che riportano dati sanitari, tra cui l’Italia.

Secondo le elaborazioni del Global Burden of Disease 2021 utilizzate nello studio, la prevalenza della violenza fisica e/o sessuale perpetuata dal partner negli ultimi 12 mesi in Italia è stimata al 5,4% tra le donne di 15 anni o più. Inoltre, sebbene l’Italia disponga di un insieme di norme rilevanti – dalla legge 119/2013 al “Codice Rosso” del 2019, fino alla legge 53/2022 sul sistema statistico integrato e la più recente legge in materia di delitto di femminicidio 181/2025 – e di strumenti di pianificazione nazionale che delineano ruoli e responsabilità, la loro implementazione risulta irregolare, con forti differenze regionali nella disponibilità e continuità dei servizi, nella stabilità dei finanziamenti, nel funzionamento dei coordinamenti territoriali e nella capacità operativa dei settori coinvolti.

“Lo studio – sottolinea Benedetta Armocida, dell’Istituto superiore di sanità, che ha guidato il caso italiano insieme a Flavia Bustreo – richiama la necessità di un approccio realmente integrato, in cui sanità, giustizia, servizi sociali, forze dell’ordine, istruzione e lavoro operino attraverso percorsi chiari, coordinati e sostenuti da risorse adeguate. Il settore sanitario, in particolare, è indicato come un punto di contatto essenziale ancora oggi sottoutilizzato, mentre i centri antiviolenza rappresentano un presidio fondamentale”. Parole da trasformare in fatti.

“Sai che cos’è l’8 marzo, mamma?”. Un impegno innanzitutto, cara piccola donna.

Commenta