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Crisi Iran-Usa-Israele: blocco dello Stretto di Hormuz spinge petrolio e gas verso rialzi e bollette record

Il conflitto Iran-Usa-Israele e la chiusura dello Stretto di Hormuz spingono il Brent verso quota 100 dollari e il gas europeo oltre 32 euro al megawattora, con impatti su bollette, commercio globale e inflazione. Ecco perché

Crisi Iran-Usa-Israele: blocco dello Stretto di Hormuz spinge petrolio e gas verso rialzi e bollette record

La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti ha raggiunto un nuovo livello di allarme: lo Stretto di Hormuz, arteria marittima strategica nel Golfo Persico, è ufficialmente chiuso dalle autorità iraniane. I Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) hanno annunciato via radio: “A nessuna nave è consentito passare per lo Stretto”, avvertendo che chiunque trasgredisca verrà abbattuto.

Ogni giorno, normalmente, transitano 20-25 milioni di barili di petrolio (pari al 21-26% del mercato globale) e circa il 20% della produzione mondiale di gas naturale liquefatto, fondamentale per l’Europa. Il blocco coinvolge le esportazioni di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Iraq, Bahrein e Iran, con tre quarti dei flussi diretti verso Cina, India, Giappone e Corea del Sud. L’Iran possiede 208,6 miliardi di barili, pari all’11,8% delle riserve globali, ed è il quarto produttore Opec, mentre la Cina, in particolare, riceve circa la metà del suo greggio tramite questo corridoio.

Secondo dati recenti di Marine Traffic, oltre 150 petroliere, tra navi cargo di petrolio e gnl, hanno gettato l’ancora nelle acque aperte del Golfo, oltre lo Stretto, mentre altre decine restano ferme dall’altra parte. Diversi operatori marittimi hanno già sospeso i transiti, segnalando l’impossibilità di navigare in sicurezza.

Questa chiusura effettiva rappresenta il “cigno nero” dell’energia globale: non più minaccia, ma realtà, con conseguenze immediate sui mercati, sui trasporti internazionali e sulle catene di approvvigionamento globali. E tra poche ore, alla riapertura dei mercati, si misurerà il primo impatto finanziario.

Petrolio globale: il Brent verso 100 dollari e scenari di emergenza

Il Brent ha già reagito: venerdì scorso ha chiuso a 72,81 dollari al barile, in crescita rispetto alla settimana precedente. Con lo Stretto chiuso, gli analisti stimano un rialzo fino a 80-100 dollari, con previsioni estreme che arrivano a 200 dollari. Secondo Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, lo scenario più drammatico resta improbabile grazie alla sovrapproduzione globale, superiore a 5 milioni di barili al giorno, e agli oleodotti alternativi di Arabia Saudita (verso il Mar Rosso) e Emirati (verso il Golfo di Oman), anche se non possono sostituire completamente Hormuz.

Gli Stati Uniti, con una produzione di circa 13,5 milioni di barili al giorno, hanno lanciato l’operazione “Furia Epica” in un contesto di prezzi relativamente bassi e ampia offerta interna, puntando sull’obiettivo strategico di energy dominance. Washington dispone di riserve strategiche consistenti, anche se al momento non è previsto un utilizzo massiccio per calmierare i prezzi. La chiusura di Hormuz aumenta comunque i rischi di shock sui listini internazionali.

Gas naturale europeo: il rischio inflazione e le bollette italiane

Il gas naturale europeo è estremamente vulnerabile. Tutto il gnl qatariota, circa 100 miliardi di metri cubi all’anno, passa per Hormuz. Con le esportazioni russe tagliate di circa 150 miliardi di metri cubi dal 2022, l’Europa dipende dal Qatar, mentre l’Italia e altri Paesi non hanno scorte sufficienti. Il prezzo del gas Ttf ha già raggiunto 32 euro per megawattora, circa 6 euro in più rispetto a dicembre 2025, e la chiusura dello stretto può far crescere ulteriormente i costi di elettricità e bollette.

Gli effetti sul Brent e sul gas naturale avrebbero impatti diretti anche su trasporti, industria e logistica globale.

Trasporti e commercio globale: effetti immediati

La chiusura dello stretto non riguarda solo energia. Compagnie marittime e aeree hanno sospeso i transiti, creando effetti a catena verso Asia e Oceania. Si stima che il 12-15% del commercio mondiale debba essere ripianificato, con tempi di transito più lunghi di 10-14 giorni, generando pressioni inflazionistiche tra lo 0,3% e lo 0,7% sull’inflazione core europea nei prossimi sei mesi.

Italia e Germania, principali importatori di energia, sono tra i più esposti. Anche i mercati finanziari e le criptovalute hanno subito perdite a causa dell’incertezza geopolitica.

Opec+: aumento della produzione per calmierare i prezzi

Domenica, l’Opec+ ha deciso un aumento della produzione ad aprile di 206 mila barili al giorno, superiore ai 137 mila ipotizzati in precedenza ma che rappresenta meno dello 0,2% della domanda globale, “per sostenere la stabilità del mercato e monitorare attentamente le condizioni”. Tuttavia, come sottolinea Helima Croft di Rbc Capital Markets, “la capacità inutilizzata è limitata e concentrata solo in Arabia Saudita”, e con lo stretto chiuso gran parte delle esportazioni del Golfo resterebbe bloccata.

Pipeline alternative, come quella saudita verso il Mar Rosso e quella emiratina verso Fujairah, consentono solo 2,6 milioni di barili al giorno, insufficiente a sostituire Hormuz.

Come sottolinea Tabarelli, bloccare le esportazioni a lungo sarebbe uno spreco economico insostenibile, soprattutto per un Paese già sotto embargo. Storicamente, ogni tentativo di chiusura di Hormuz è stato neutralizzato dalle forze americane e dagli alleati regionali.

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