Cambiare continuamente legge elettorale e per di più a un anno dalle elezioni è il segno di un’inguaribile patologia del sistema politico. E’ stato detto e ridetto. Ed è inutile interrogarsi troppo sulle ragioni che hanno spinto Giorgia Meloni e il centrodestra a rompere gli indugi. Paura di perdere un referendum che sembrava vinto a mani basse? Può darsi, ma tant’è. Il centrodestra non tornerà indietro e cercherà di accelerare l’approvazione della nuova legge elettorale. Una legge che così com’è è visibilmente sbilanciata. Per almeno due ragioni: in primo luogo perché il premio di maggioranza è troppo alto e la soglia dalla quale il premio scatterebbe è troppo bassa. Ma su questo ci penserà la Corte Costituzionale a dettare le regole del gioco. L’altra debolezza della legge elettorale è la mancanza del voto di preferenza che potrebbe ridurre il potere delle segreterie di partito e ridare voce ai cittadini. Due difetti gravi della legge elettorale. Ma rifiutare il confronto e negarsi al dialogo, come ha giustamente ricordato sul Foglio l’ex presidente dei senatori Pd, Luigi Zanda, sarebbe un clamoroso autogol per il Pd e per tutto il campo largo. Un ragionamento analogo ha fatto anche il leader di Italia Viva ed premier, Matteo Renzi.
Opporsi a una legge sbilanciata è sacrosanto ma l’obiettivo del centrosinistra non può essere solo quello di manifestare il proprio dissenso ma provare a cambiare almeno in parte il testo della riforma, sfruttando le contraddizioni che affiorano nello stesso centrodestra. Non è semplice ma rinunciare vuol dire perdere in partenza.
