Il Giappone sceglie la stabilità, e lo fa senza esitazioni. E la scommessa politica di Sanae Takaichi paga fino in fondo. Le elezioni anticipate dell’8 febbraio consegnano alla premier una vittoria che va ben oltre la conferma politica: il Partito Liberal Democratico conquista 307 seggi su 465 nella Camera dei Rappresentanti, superando la soglia dei due terzi e firmando il miglior risultato dal 2017, oltre a uno dei più netti dell’intero dopoguerra giapponese. Una super-maggioranza che garantisce al partito di governo il controllo dell’agenda parlamentare e la possibilità di aggirare, se necessario, anche l’opposizione della Camera alta.
Il successo assume un peso ancora maggiore se confrontato con la legislatura uscente. Prima del voto, l’Ldp disponeva di 198 seggi, mentre il partner di coalizione Nippon Ishin ne contava 34, per un totale di 232. Oggi il quadro è completamente ribaltato: il solo Ldp supera quota 300, mentre l’opposizione complessiva scende a circa 86 seggi, contro i 218 precedenti. Un ridimensionamento che lascia la Dieta in una configurazione fortemente sbilanciata.
Il dato politico è accompagnato da un’affluenza del 56,2%, in aumento di 2,4 punti percentuali rispetto alle elezioni del 2024 e la più alta dal 2014. Un risultato tutt’altro che scontato, considerando le temperature rigide e le abbondanti nevicate che hanno caratterizzato questa inusuale tornata elettorale invernale, colpendo anche l’area metropolitana di Tokyo.
La scommessa vinta di Takaichi
Sciogliere la Camera a poco più di tre mesi dall’insediamento era stato giudicato da molti osservatori un azzardo. I numeri raccontano invece una mossa chirurgica. Forte di indici di gradimento ai massimi e di un profilo di leadership deciso, la lady di ferro ha trasformato l’avvio del mandato in un vero e proprio plebiscito. Le proiezioni dell’emittente pubblica NHK indicano una maggioranza tale da consentire all’Ldp di governare con ampia autonomia, ridimensionando il peso degli alleati e rafforzando in modo significativo la posizione personale della premier all’interno del partito.
Dal punto di vista istituzionale, il risultato consente di superare uno dei principali vincoli del sistema giapponese: anche in caso di bocciatura al Senato, molte leggi potranno essere ripresentate e approvate definitivamente dalla Camera bassa, riducendo drasticamente la capacità di interdizione dell’opposizione.
Un’opposizione travolta e un Parlamento sbilanciato
Il voto ridisegna il panorama politico in modo brutale. L’Alleanza Riformista Centrista, nata dall’unione tra Partito Democratico Costituzionale e Komeito, subisce un crollo verticale, perdendo oltre due terzi dei seggi rispetto alla legislatura uscente. L’obiettivo dichiarato di costruire un’alternativa credibile all’Ldp si infrange contro l’onda lunga del consenso per Takaichi, lasciando la Dieta in una configurazione che molti analisti definiscono “uno forte, molti deboli”.
Anche le altre forze di opposizione non riescono a intercettare in modo efficace il malcontento legato al costo della vita. Solo alcuni partiti minori registrano una crescita marginale, mentre il quadro complessivo restituisce un Parlamento dominato dal partito di governo come non accadeva da anni.
Economia sotto pressione: mercati, debito e yen
È sul terreno economico che la vittoria elettorale apre le questioni più delicate. In campagna elettorale Takaichi ha promesso una politica fiscale “responsabile e proattiva”, puntando a sostenere la crescita e ad attenuare l’impatto dell’inflazione sul potere d’acquisto delle famiglie. Tra i pilastri del programma figurano la sospensione temporanea dell’imposta sui consumi alimentari e un ampio piano di investimenti pubblici in difesa, infrastrutture, intelligenza artificiale e semiconduttori.
Promesse che hanno convinto gli elettori, ma che continuano a tenere i mercati in allerta. Il Giappone presenta il rapporto debito/Pil più elevato tra le economie avanzate, attorno al 230%, e circa un quarto della spesa pubblica è già assorbito dal servizio del debito. Nelle settimane precedenti al voto, i rendimenti dei titoli di Stato a 30 e 40 anni hanno toccato livelli record, con il JGB a 40 anni sopra il 4% per la prima volta dalla sua introduzione, innescando tensioni anche sul mercato del credito.
La Borsa di Tokyo resta vicino ai massimi storici, mentre lo yen continua a muoversi in area di debolezza, intorno a quota 156-157 contro il dollaro. La premier ha difeso una valuta più debole come leva a sostegno delle esportazioni e degli investimenti, ma gli investitori si interrogano su come verranno finanziati i nuovi stimoli senza compromettere la sostenibilità fiscale e senza entrare in rotta di collisione con la Bank of Japan sul fronte dei tassi di interesse.
Sicurezza, alleanze e il nodo irrisolto dell’Articolo 9
La vittoria elettorale rafforza il profilo internazionale di Takaichi e proietta il Giappone in una fase di rinnovata assertività strategica. Sul fronte asiatico restano elevate le tensioni con Pechino, soprattutto dopo le dichiarazioni della premier sulla sicurezza di Taiwan e sul legame diretto tra la stabilità dell’isola e quella dell’arcipelago nipponico. In parallelo, l’asse con Washington appare destinato a consolidarsi ulteriormente. Dopo il voto, Takaichi ha ringraziato pubblicamente il presidente Donald Trump, sottolineando la solidità dell’alleanza bilaterale e annunciando una visita alla Casa Bianca in primavera, parlando di un rapporto dal “potenziale infinito”.
Il rafforzamento del fronte occidentale riporta al centro un tema che accompagna la politica giapponese da decenni: l’Articolo 9 della Costituzione del 1947, la clausola pacifista che sancisce la rinuncia alla guerra e il divieto di mantenere forze armate. Formalmente intatto, quel principio è stato progressivamente reinterpretato, consentendo già dal 1954 la nascita delle Forze di Autodifesa e, più recentemente, l’introduzione della legittima difesa collettiva. Senza modifiche costituzionali, Tokyo dispone oggi di uno degli apparati militari tecnologicamente più avanzati al mondo.
È il paradosso giapponese: una Costituzione pacifista applicata in modo sempre più elastico da uno Stato che aumenta spesa militare, capacità operative e cooperazione internazionale. Il Partito Liberal Democratico coltiva da anni l’obiettivo di una revisione formale dell’Articolo 9, ma non ha mai trovato le condizioni politiche e sociali per portarla a termine. Ora, con una super-maggioranza alla Camera bassa, il tema torna ciclicamente nel dibattito. Ma il punto centrale resta un altro. Dal punto di vista operativo, la sicurezza del Giappone non dipende più da una riforma costituzionale.
Tokyo sta già rafforzando la propria postura strategica attraverso la legislazione ordinaria e i documenti di difesa nazionale. L’obiettivo di portare la spesa militare al 2% del Pil, gli investimenti in capacità di contrattacco, tecnologie avanzate e difesa integrata, insieme al rafforzamento delle alleanze regionali e multilaterali, stanno ridefinendo il ruolo del Giappone nell’Indo-Pacifico. Tutto questo avviene senza toccare formalmente l’Articolo 9, che resta un simbolo identitario più che un vincolo operativo.
Il contesto geopolitico spinge in questa direzione. La pressione militare cinese su Taiwan e sulle isole contese, i test missilistici nordcoreani e la crescente assertività russa nel Pacifico rendono sempre più difficile una postura esclusivamente difensiva. In questo quadro, il Giappone si muove lungo una linea di equilibrio, rafforzare deterrenza e alleanze senza rompere apertamente il tabù pacifista che continua a dividere l’opinione pubblica.
La vera svolta, dunque, non è costituzionale ma strategica. Il Giappone di Takaichi sta cambiando pelle senza forzare i simboli fondativi del dopoguerra. L’Articolo 9 resta sullo sfondo, evocato più che modificato. Ma nella pratica, Tokyo ha già scelto: sicurezza attiva, alleanze solide e un ruolo sempre meno marginale nello scacchiere globale.
Meloni si complimenta: “Buon lavoro alla mia cara amica Sanae”
Dal fronte europeo sono arrivate le congratulazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha parlato di “profonda amicizia” e di un partenariato strategico destinato a rafforzarsi, sottolineando il rapporto di fiducia e collaborazione costruito negli ultimi anni tra Roma e Tokyo. Meloni ha ricordato la recente visita istituzionale in Giappone come un passaggio decisivo nel consolidamento dei rapporti bilaterali, ribadendo che l’Italia continuerà a camminare al fianco del Giappone per affrontare le sfide globali legate a crescita, sicurezza e stabilità.
Plausi sono giunti anche dagli Stati Uniti, dall’India e da Taiwan, a conferma del peso geopolitico del risultato elettorale e del ruolo centrale che Tokyo è destinata a giocare nei nuovi equilibri internazionali.
L’inizio dell’era Takaichi
Con una super-maggioranza senza precedenti recenti, Sanae Takaichi si prepara a essere riconfermata formalmente alla guida del governo il 18 febbraio. Ha già escluso un rimpasto, segnale di continuità e fiducia nella squadra attuale. Il Giappone le ha consegnato un potere politico raramente così concentrato. Ora la sfida è trasformarlo in crescita sostenibile, stabilità finanziaria e credibilità internazionale, evitando che la forza numerica si trasformi in un’illusione di invincibilità.
