La televisione non è scomparsa, ma ha cambiato pelle. Sempre meno spettatori si affidano ai palinsesti rigidi dei canali generalisti, sempre più persone scelgono lo streaming, con contenuti disponibili in qualsiasi momento e su qualunque dispositivo. È una trasformazione silenziosa ma profonda, che sta riscrivendo le abitudini di consumo, i modelli economici dell’audiovisivo e persino il linguaggio dei programmi. Eppure, in Italia, la televisione tradizionale (lineare) resta ancora il centro del sistema mediale nazionale, con una media di 3 ore e 17 minuti di consumo quotidiano.
Dal palinsesto all’algoritmo: quando la tv non detta più l’orario
Fino a pochi anni fa il palinsesto era una bussola quotidiana: l’orario del telegiornale, la prima serata del lunedì, il film del sabato. Oggi quella scansione del tempo appare anacronistica, soprattutto per le generazioni più giovani. Lo spettatore contemporaneo non vuole più aspettare: decide cosa guardare, quando e come. Smartphone, tablet, smart tv e computer hanno reso lo schermo onnipresente, svincolandolo dal salotto di casa e dall’orologio. Non a caso, all’inizio del 2025, in Italia si contavano oltre 20,7 milioni di televisori connessi a Internet, segno di una fruizione sempre più orientata all’on demand.
Streaming e binge watching: la nuova normalità dell’intrattenimento
Le piattaforme di streaming (Netflix, Amazon Prime, Disney+, Discovery, ecc.) hanno intercettato e accelerato questo cambiamento. Offrono cataloghi vastissimi, produzioni originali, stagioni complete rilasciate in un’unica soluzione. Il cosiddetto binge watching – la visione consecutiva di più episodi – è diventato un comportamento comune, in netta contrapposizione alla logica settimanale della tv tradizionale. Non è solo una questione di comodità: è una diversa idea di intrattenimento, più personalizzata e meno mediata. Per la prima volta, a livello globale e con riflessi evidenti anche in Italia, il tempo speso sulle piattaforme streaming ha superato quello della tv broadcast e via cavo messe insieme. Il contenuto batte il canale, l’esperienza batte la programmazione.
Anche l’informazione cambia formato (e ritmo)
Questo spostamento riguarda anche le notizie. Se il telegiornale resta un punto di riferimento per una parte di pubblico, soprattutto adulto, cresce il consumo di notizie on demand: clip brevi, approfondimenti tematici, podcast video. Il flusso lineare perde centralità a favore di contenuti modulari, condivisibili e facilmente accessibili sui social e sulle piattaforme digitali.
Per i broadcaster storici la sfida è duplice. Da un lato devono difendere un pubblico che invecchia, dall’altro sono costretti a reinventarsi per non perdere rilevanza. Nascono così piattaforme proprietarie, canali digitali, offerte ibride che uniscono diretta e on demand. Ma il passaggio non è indolore: i modelli pubblicitari tradizionali faticano ad adattarsi a un ecosistema frammentato, dove l’attenzione è una risorsa scarsa e contesa.
Meno tv vendute, ma sempre più grandi: il paradosso dello schermo gigante
Il declino dei palinsesti non significa però la fine della televisione come esperienza collettiva. Anzi, mentre complessivamente si vendono meno televisori, in otto anni le vendite di apparecchi con diagonale pari o superiore ai 70 pollici sono cresciute di quasi 30 volte. Il televisore resta al centro del soggiorno, ma con una funzione diversa rispetto al passato: non più altare domestico della visione obbligata, bensì grande schermo su cui scegliere cosa vedere. I prezzi sono crollati – anche grazie all’ingresso dei produttori cinesi – e oggi un 70 pollici costa mediamente circa 1.500 euro. Il televisore diventa così un oggetto d’arredo, quasi un quadro digitale: non più piccolo schermo funzionale, ma grande superficie pensata per valorizzare l’esperienza visiva.
La tv come evento: sport, show e grandi dirette
Eventi sportivi, grandi show e appuntamenti in diretta continuano infatti a catalizzare milioni di spettatori nello stesso momento: il campionato di calcio, il Tennis, il Giro d’Italia, il Tour de France, le Olimpiadi – con quelle invernali di Milano-Cortina ormai vicine – e i programmi più amati. In questi casi la tv non è più abitudine, ma appuntamento. Anche il cinema segue questa logica: con finestre di distribuzione sempre più brevi, molti film vengono visti a casa, ma preferibilmente su uno schermo gigante piuttosto che sul display di uno smartphone.
Dallo spettatore passivo allo spettatore sovrano
Il vero cambiamento è culturale prima ancora che tecnologico. Il pubblico non è più passivo: sceglie, interrompe, commenta, abbandona. La fedeltà a un canale lascia spazio alla fedeltà a un contenuto, a un genere, a una serie. Meno televisore acceso per abitudine, più streaming per scelta.
Il futuro dell’audiovisivo sembra quindi segnato da una convivenza asimmetrica: i palinsesti tradizionali continueranno a esistere, ma come una delle tante opzioni. Al centro non c’è più il canale, bensì lo spettatore. Ed è lui, con il telecomando – o meglio, con il touch screen – a decidere cosa merita davvero il suo tempo.
