È bastato un colloquio riservato, e soprattutto il suo racconto filtrato all’esterno, per accendere il grande risiko dei cieli americani. Al centro dei rumors c’è Scott Kirby, amministratore delegato di United Airlines, che secondo Reuters avrebbe ventilato a Donald Trump, durante un incontro alla Casa Bianca a fine febbraio, l’ipotesi di una fusione con American Airlines. Bloomberg aggiunge che la suggestione sarebbe stata illustrata anche ad alti funzionari dell’amministrazione. Per ora, però, tutto si ferma sulla soglia delle indiscrezioni. Non emerge alcuna conferma di contatti formali, né la prova che sia stato avviato un percorso concreto per valutare un’operazione.
Eppure tanto è bastato per scuotere il mercato e rimettere in circolo uno scenario capace di cambiare gli equilibri del trasporto aereo mondiale. Non si parlerebbe infatti di una semplice operazione straordinaria, ma di una fusione tra due colossi già centrali nello scacchiere globale. United e American, considerando anche il traffico internazionale, erano nel 2025 le prime due compagnie al mondo per capacità disponibile. Un’eventuale integrazione darebbe vita a un gruppo senza precedenti, con oltre un terzo del mercato domestico statunitense e una dimensione tale da portarlo immediatamente al vertice assoluto del settore.
United-American insieme? Per ora solo suggestione
Il passaggio chiave, secondo Reuters, risale al 25 febbraio, durante un incontro alla Casa Bianca sul futuro dell’aeroporto di Dulles. È lì che Kirby avrebbe sollevato il tema di una possibile integrazione con American. Il ragionamento sarebbe stato costruito attorno a un’idea precisa. Una compagnia combinata avrebbe più forza sui mercati internazionali e maggiore capacità di contendere traffico ai vettori esteri, in un contesto in cui l’amministrazione Trump continua a mostrare attenzione per gli squilibri commerciali globali.
L’argomento non è secondario. Kirby aveva già osservato in passato che una quota rilevante dei posti sui voli a lungo raggio da e verso gli Stati Uniti è in mano a compagnie straniere, pur con una base di passeggeri in larga parte americana. In questa lettura, l’eventuale fusione non sarebbe soltanto una gigantesca operazione di consolidamento interno, ma anche un tentativo di rafforzare la proiezione internazionale del trasporto aereo statunitense.
Resta però il confine, per ora netto, tra suggestione e realtà. United e American hanno rifiutato di commentare. Dalla Casa Bianca non sono arrivate risposte. E proprio l’assenza di conferme ufficiali contribuisce a mantenere l’intera vicenda nella zona grigia dei rumours, dove il potenziale industriale è enorme ma la sostanza negoziale resta tutta da dimostrare.
Dalla possibile fusione nascerebbe un colosso dei cieli
Se l’ipotesi prendesse corpo, nascerebbe una macchina impressionante. Le stime riportate dalle fonti parlano di un gruppo da oltre 100 miliardi di dollari di fatturato e di una flotta superiore ai 2.800 velivoli. Una scala che consentirebbe di superare Delta e di indossare senza esitazioni la corona della compagnia aerea più grande del pianeta.
Anche sul piano borsistico e finanziario l’operazione avrebbe una fisionomia precisa. United capitalizza attorno a 31 miliardi di dollari, contro circa 7,4 miliardi di American. Entrambe arrivano da un anno difficile in Borsa, con United in calo del 15% e American giù del 27%. Ma dietro la debolezza dei titoli si nascondono profili aziendali molto diversi. American è gravata da circa 25 miliardi di debito a lungo termine e continua a inseguire i rivali sul terreno della redditività. United, al contrario, si presenta con un tono più solido e pronta a trasformare gli shock di costo in occasioni.
È qui che il puzzle industriale diventa più leggibile. American è sotto pressione per migliorare performance e ritorni, mentre United appare nella posizione del consolidatore. Non a caso Kirby, già presidente di American tra il 2013 e il 2016, conosce bene dall’interno la compagnia che oggi potrebbe diventare il tassello di un’operazione storica. E non è un dettaglio marginale che proprio in una fase di rialzo dei costi, a partire dal carburante, il numero uno di United abbia più volte sostenuto che gli shock prolungati tendono ad allargare il divario tra i vettori forti e quelli più fragili.
Il muro dell’Antitrust
Se il fascino industriale dell’operazione è evidente, altrettanto evidente è l’ostacolo regolatorio. Ed è forse qui che i rumours rischiano di infrangersi. Il mercato aereo statunitense è già altamente concentrato. American, Delta, United e Southwest controllano la gran parte del traffico domestico, con quote attorno al 17% ciascuna secondo i dati del Dipartimento dei Trasporti citati da Reuters. Mettere insieme due di questi quattro giganti significherebbe comprimere ulteriormente la concorrenza in un settore già dominato da pochi player.
Le obiezioni, in questo quadro, sono facili da immaginare. Più concentrazione può voler dire meno scelta per i passeggeri, maggiore potere sui prezzi, più commissioni accessorie e una pressione competitiva ridotta sulle rotte dove i due gruppi oggi si confrontano. Non a caso, spiega Reuters, le probabilità di un via libera sarebbero molto limitate per la prevedibile opposizione di sindacati, compagnie rivali, parlamentari e aeroporti, oltre che per il nodo delle sovrapposizioni di rete e del possibile impatto occupazionale.
Anche sul piano politico si frena l’idea. Il segretario ai Trasporti Sean Duffy ha sì riconosciuto che nel comparto potrebbe esserci spazio per altro consolidamento, ma ha anche avvertito che qualsiasi operazione verrebbe esaminata da vicino per i suoi effetti sui consumatori. In altre parole, il punto non è soltanto la costruzione di un campione nazionale più forte all’estero. Il punto è quanto costerebbe ai viaggiatori americani, in termini di tariffe e di alternative disponibili, la nascita di un simile campione.
Per il trasporto aereo statunitense, però, il segnale resta forte. In una stagione di costi elevati, pressione sulla redditività e ricerca di nuove dimensioni competitive, il consolidamento torna a essere una tentazione concreta. E intanto il mercato scommette sullo scenario. I titoli volano, con United in rialzo del 2,92% nel premarket a 97,98 dollari e American Airlines in progresso del 10,15% a 10,36 euro sul listino di riferimento.
