Il mondo negli ultimi 200 anni ha vissuto almeno quattro grandi rivoluzioni industriali. Dall’introduzione delle macchine a vapore nel ‘700 fino agli anni ‘90 del secolo scorso quando c’è stata la grande rivoluzione del digitale e delle comunicazioni. Oggi siamo alla quarta rivoluzione industriale che apporta radicali cambiamenti rispetto al recente passato. Cambiamenti influenzati – se non sconvolti – dall’introduzione di tecnologie estremamente innovative che si traducono in prodotti e servizi plasmanti ogni aspetto della vita: dalle scelte individuali e collettive alle strategie di potere.
Cambiamenti che:
- accrescono produttività, efficienza e flessibilità delle soluzioni, riducono costi, migliorano la qualità, eliminano errori umani, integrano conoscenze creando nuove competenze;
- funzionano come “assistente ingombrante” che, simulando scenari e soluzioni alternative e impensabili per l’essere umano, possono manipolarne le scelte creando dipendenze;
- richiedono scelte rapide ed efficaci che possono spianare la strada a possibili derive autocratiche, per loro stessa natura più decisioniste rispetto alle liberal democrazie, a meno che queste non modernizzino radicalmente i propri sistemi di governo e di gestione.
Il confronto oneri/benefici connesso ai radicali mutamenti tecnologici in atto pone una serie di interrogativi.
Interrogativo 1
La quarta rivoluzione industriale archivia o meno le innovazioni generate dalla globalizzazione e dalla connessa spinta alla liberalizzazione del commercio?
La quarta rivoluzione industriale non archivia la globalizzazione, ma ne trasforma radicalmente i paradigmi, spostandoli da una logica basata sull’impiego di singole tecnologie ad un’altra fondata su flessibilità, inter-connettività e velocità di risposte. Raggiunge livelli in cui le macchine possono adottare decisioni autonome ed intelligenti, integrando le tecnologie proprie della terza rivoluzione.
Il Cloud computing, l’Internet delle cose (IoT), i Big Data (4.0) non esisterebbero senza l’elettronica, l’informatica e l’automazione sviluppate precedentemente.
Anche la connessa spinta alla liberalizzazione non si fermerà perché la produzione è frutto di catene di assemblaggio sparse in diversi Paesi per motivi di efficienza generando profitti e benessere diffuso. Anche una semplice matita, sosteneva Milton Friedman, è formata di componenti prodotti ove è più conveniente realizzarli per poi assemblarli nel Paese che la vende.
La tesi libero-scambista trova adesioni sia in sistemi autoritari sia nelle liberal-democrazie: dalla Cina che vanta un Pil in sensibile crescita (5%) all’Ue che, sia anche con maggiori difficoltà, registra pur sempre una crescita positiva (+1,6%), Germania (+1% Pil), Italia (+0,4% Pil).
Sul fronte opposto si collocano i sostenitori del neo-protezionismorispolverando una tesi desueta, ossia che la ricchezza derivi dalla massima produzione di beni e servizi a livello nazionale a tutela della propria autonomia e in difesa da forme di concorrenza sleale.
La tesi protezionistica ispira la politica recente degli Usa che però non sembra ne traggano consistenti benefici: il Pil è in rallentamento (+2,2% nel 2025 rispetto al +2,8% del 2024), il dollaro si è svalutato rispetto a euro del 13% (gen. 2025-gen. 2026), il debito pubblico è in sensibile crescita ( 38.500 miliardi di dollari ad inizio 2026) raggiungendo il 124% del Pil del ed un deficit del 6%, entrambi in crescita. Il tutto a fronte di un gettito da dazi pari a circa 200 mld $, in rallentamento.
Riteniamo, quindi, condivisibile la tesi che le tecnologie digitali rappresentino una continuità rispetto al recente passato e che il libero scambio ne favorisca la sua diffusione.
Interrogativo 2
Possiamo affermare che vada affermandosi una sorta di neo-sovranismo tecnologico?
Negli ultimi tempi la tecno-finanza va esercitando una sorta di un neo-sovranismo tecnologico che guida e talvolta condiziona le scelte pubbliche. Sovranismo che si avvale della capacità di movimentare ingenti flussi finanziari i quali inevitabilmente condizionano le scelte pubbliche.
La ricchezza finanziaria totale mobilitata, secondo fonti accreditate (Ubs, Credit Suisse), raggiunge i 360 trilioni di dollari superando il valore delle attività reali stimate in 280 trilioni e attestandosi a circa tre volte il Pil reale (124 trilioni $ secondo Fmi).
Gli Stati Uniti sono il Paese ove si concentrano le imprese high-tech e rappresentano anche il Paese che subisce di conseguenza i maggiori condizionamenti.
Riteniamo condivisibile la tesi che sia il neo-sovranismo tecnologico a dominare sempre più la scena politico e sociale, meno i governi.
Interrogativo 3
Quali le sfide per le liberal-democrazie e, in particolare, per l’Ue?
È importante permettere che anche le liberal-democrazie devono essere capaci di adottare scelte politiche e relative decisioni ispirate ad un neo-pragmatismo decisionista e che tale comportamento non possa limitarsi a mere indicazioni di principio. Metodo questo necessario in periodi di invasivi cambiamenti tecnologici altamente influenzanti la sfera politica. Certo, metodo non facile da praticare in vista di un rafforzamento dei nazionalismi; metodo, tuttavia, indispensabile per consentire alle liberal-democrazie un decisionismo analogo a quello insito nei regimi autoritari.
Rivolgendo l’attenzione all’Unione europea, riteniamo che le scelte su materie di rilievo strategico come la gestione dell’high-tech debbano ispirarsi ad un pragmatismo-decisionista che può realizzarsi solo estendendo la procedura di “cooperazione rafforzata” – prevista all’art. 20 del Trattato di Lisbona -consentendo di adottare decisioni a maggioranza qualificata.
Tra le misure strategiche da adottare segnaliamo:
- Sostegno ad investimenti high tech con emissione di debito comune in euro (peraltro agevolato dal rafforzamento dell’€ rispetto al $) per finanziare investimenti strategici in settori prioritari, quali l’innovazione digitale, le infrastrutture informatiche e l’intelligenza artificiale. Settori per i quali scontiamo una forte dipendenza dagli Usa tra 70 e l’80%. Il piano Draghi (2024) ne stima un fabbisogno in 750-800 miliardi di euro annui.
- Approvvigionamento e raffinazione di terre rare, oggi monopolio della Cina con esplorazione disponibilità in Paesi più dotati, in particolare in Africa.
- Semplificazione amministrativa specie in ambiti altamente innovativi privilegiando l’adozione -> pochi e selettivi regolamenti e riducendo il frequente ricorso a direttive.
- Inoltre, occorre proseguire la politica di diversificazione degli accordi commerciali con Paesi extra-Ue (valore attuale pari a circa 8mila miliardi di euro, già superiore a quello degli Stati Uniti e Cina insieme).
Riteniamo indispensabile e prioritaria la tesi che la crescita economica e sociale ed in particolare il sostegno all’innovazione in sede Ue – come di tutte le liberal-democrazie – debba ispirarsi a misure di “good governance”, ossia ad un neo-decisionismo pragmatico e che rinunciare a queste opportunità comporti non solo la perdita di opportunità strategiche ma anche l’accollarsi di oneri insostenibili nel prossimo futuro.