La crisi in Medio Oriente entra direttamente nelle fabbriche di Toyota. Il gruppo giapponese si prepara a ridurre la produzione destinata ai mercati esteri di circa 83.000 veicoli entro novembre, più del doppio rispetto ai tagli indicati in precedenza, quando la contrazione era stimata in 38.000 unità. A pesare è soprattutto il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per la logistica internazionale, che sta rallentando i flussi commerciali e aggravando le tensioni sui mercati energetici.
La revisione dei piani produttivi riguarda in particolare i veicoli destinati al Medio Oriente e all’Asia. Toyota ha già informato i principali fornitori di componenti del nuovo programma, segnale che l’aggiustamento non è più una semplice ipotesi di scenario ma una misura operativa già entrata nella macchina industriale del gruppo.
Rav4 e modelli a benzina nel mirino dei tagli
I tagli colpiranno soprattutto i modelli a benzina destinati ai mercati mediorientali e asiatici. Tra i veicoli interessati figurano i suv Rav4 prodotti in Cina e la serie IMV, destinata ai Paesi emergenti. Toyota aveva già ridotto a marzo e aprile la produzione in Giappone di veicoli destinati al Medio Oriente, ma il peggioramento dello scenario regionale ha spinto il gruppo a intervenire in modo più ampio.
Anche il mercato domestico sarà coinvolto. Tra giugno e settembre Toyota prevede una riduzione di circa 1.500 veicoli rispetto al piano definito ad aprile, con un rallentamento dell’assemblaggio di Probox e Corolla Touring a causa della domanda più debole. In parallelo, il gruppo punta invece ad aumentare produzione ed esportazioni di Prius ibride e altri veicoli elettrificati, cercando di riequilibrare l’offerta verso modelli più coerenti con la nuova fase del mercato.
Conti sotto pressione: impatto da 3,6 miliardi di euro
La crisi non pesa soltanto sulla produzione. Toyota stima che il conflitto in Medio Oriente possa erodere il margine operativo per 670 miliardi di yen, pari a circa 3,6 miliardi di euro. Il gruppo punta ancora a collocare 10 milioni di vetture a marchio Toyota e Lexus entro la fine del 2026, ma il quadro finanziario si è fatto più fragile.
L’utile netto consolidato è atteso a 3.000 miliardi di yen, circa 16,2 miliardi di euro, in calo del 22% rispetto all’esercizio precedente. Una previsione che potrebbe essere ulteriormente rivista al ribasso se le condizioni nel Golfo Persico e il mercato del petrolio dovessero deteriorarsi oltre le attese. Il responsabile finanziario Takanori Azuma ha già avvertito che un ulteriore peggioramento del quadro mediorientale e dei prezzi del greggio potrebbe costringere Toyota a rimettere mano alle stime.
Medio Oriente dimezzato, Tsutsumi rallenta
Prima dello scoppio del conflitto, Toyota esportava verso il Medio Oriente tra 500.000 e 600.000 veicoli l’anno. Ora, secondo Azuma, quasi la metà di quei volumi rischia di essere compromessa. È una frattura pesante per un gruppo che nell’esercizio fiscale 2025 aveva registrato una produzione estera pari a 6,65 milioni di unità. E sul piano industriale, Toyota prevede anche la sospensione della seconda linea dello stabilimento di Tsutsumi, nella prefettura di Aichi, dove viene assemblata tra gli altri modelli la Camry.