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Tour de France, a Parigi Cavendish fa il tris nel giorno del trionfo di Wiggins

Una Grande Boucle tutta inglese. Nibali buon terzo sul podio dei Campi Elisi. Deludente Evans. Ma rispetto ad altre edizioni è stata una corsa avara di emozioni, con attacchi con il contagocce, decisa dalle crono più che dalle montagne

Tour de France, a Parigi Cavendish fa il tris nel giorno del trionfo di Wiggins

Favoloso e inarrivabile. Mark Cavendish, bruciando Sagan e Goss, fa il tris sul traguardo di Parigi, nella cornice dei Campi Elisi, dove l’inno dell’Union Jack è risuonato per celebrare il trionfo inglese al Tour con Bradley Wiggins, quattro volte campione del mondo dell’inseguimento, che in questa stagione ha vinto tutte le corse a tappe cui ha partecipato. Il Tour corona una carriera che su strada ha ancora molto da dire anche se “Wiggo” ha ormai 32 anni. Ieri a Chartres, trionfatore nella crono, il pugno alzato per sfogare la tensione accumulata in tre settimane di corsa, oggi a Parigi la progressione finale per tirare la volata al compagno campione del mondo che in questo Tour gli aveva fatto da gregario portandogli anche le borracce: Wiggins – basette lunghe, emozionato come non mai alla premiazione dietro gli occhiali scuri – ha cercato in ogni modo di legittimare la sua maglia gialla fin troppo pronosticata alla vigilia e protetta a tutti i costi dal Team Sky fino a imbrigliare l’esuberante forza del compagno Christopher Froome, secondo nella classifica generale. E’ stato un Tour tutto sommato deludente, con Wiggins, sempre vigile, scarrozzato per le strade di Francia dalla sua squadra, una corsa ricca di chiodi del sabotatore sui Pirenei ma priva di quelle emozioni che la Grande Boucle di solito offre. Le uniche imprese – a parte le due superbe crono di Wiggins e le volate di Cavendish, Greipel e Sagan – sono venute da corridori fuori classifica, che hanno avuto il via libera dal Team Sky: così sono nati e maturati gli exploit, ammirevoli ma del tutto insignificanti per la lotta ai vertici, dei vari Vockler, Valverde, Luis Leon Sanchez. La spedizione italiana torna a casa senza vittorie di tappa ma con il terzo posto, più che meritato, di Vincenzo Nibali, che gli ha fruttato il gradino più basso di un podio tutto inglese. Nelle pagelle del Tour lo scalatore siciliano è l’unico italiano che stramerita la sufficienza.
I TRE DEL PODIO
Bradley Wiggins: una stagione da incorniciare. A 32 anni è il primo inglese in 109 anni a portare a Parigi la maglia gialla dopo aver vinto tutte le corse a tappe a cui ha preso parte: Parigi-Nizza, Tour de Romandie, Giro del Delfinato e adesso anche il Tour. Dicono che abbia corso e vinto la Grande Boucle come faceva Lance Armstrong grazie a una squadra formidabile, il Team Sky, che l’ha sempre protetto come faceva l’Us Postal con il superman texano (ora in odore di doping). Armstrong controllava sì la corsa ma ogni tanto attaccava creando il vuoto e facendo l’impresa che Wiggins si è ben guardato dal compiere accontentandosi di dominare i rivali nelle due cronometro, specialità in cui è davvero formidabile, mettendo a frutto la sua esperienza di pistard. Nelle gare contro il tempo solo Fabian Cancellara – uscito di scena dopo essere stato maglia gialla per sei giorni – può minacciare la supremazia dell’inglese dallo stile aerodinamico unico. Più che di Evans e Nibali, Wiggins ha subito gli attacchi del compagno-rivale Christopher Froome che in montagna si è sempre mostrato più forte di lui e che solo per ordini di scuderia è stato costretto a…frenare. Un’offesa alla sportività, un’umiliazione anche per Wiggins che forse avrebbe vinto lo stesso. Sarà interessante rivederlo al Tour dell’anno venturo quando ci sarà anche un certo Alberto Contador, che sta per rientrare alle corse dopo la lunga squalifica.
Christopher Froome: intruppato nel Team Sky, tutto concentrato sul progetto Wiggins, nessuno l’aveva preso in considerazione, questo inglese nato in Kenia, che tappa dopo tappa si è rivelato un diesel, capace di scatti brucianti in salita da lasciare sui pedali gli altri, anche il suo capitano Wiggins. La vittoria sul muro finale a La Planche des Belle Filles è stato il suo acuto migliore. Secondo a 3’21” dalla maglia gialla, Froome è stato inferiore a Wiggins solo nelle gare contro il tempo. Ma non di moltissimo. Se cambia squadra, come sembra, l’anno venturo Wiggins avrà un rivale scomodo in più.
Vincenzo Nibali: forse chiamarlo “Squalo” è eccessivo ma il capitano della Liquigas è stato l’unico uomo in classifica a provare qualche attacco. Grinta e determinazione non gli sono mai mancate. Anche se predilige la montagna non è un Gaul o un Bahamontes, né tantomeno un Pantani. Poco aiutato da un Basso sempre più sotto tono, Nibali ha dato tutto quello che poteva dare finché la salute l’ha retto. Ha ceduto solo qualcosa nella tappa di Peyragudes ma ha difeso il terzo posto meritando di salire sul podio a Parigi dopo aver allontanato del tutto Van den Broeck, il quarto in classifica, nella cronometro di Chartres. Difficile che riesca a vincere un Tour, più probabile che centri un Giro d’Italia.
PIU’ CHE PROMESSE
Peter Sagan: tre vittorie, tre secondi posti, maglia verde della classifica a punti, un’esplosività negli ultimi chilometri corsa che fanno ormai di questo slovacco di appema 22 anni, autentico acrobata in bici, una realtà del ciclismo di oggi e dei prossimi anni. Dovesse migliorare (di molto) sulle salite, sarebbe imbattibile. Ha tutto il tempo e la voglia per imparare.
Tejay Van Garderen: quasi sconosciuto, l’americano della Bmc è la bella rivelazione di questo Tour. Quasi sempre con i migliori, quinto in classifica a 11’04” da Wiggins è la meritata maglia bianca, simbolo del giovane meglio piazzato.
Pierre Roland: è con Thibaut Pinot, l’uomo nuovo del ciclismo francese che in questi anni ha avuto nell’istrionico e generoso Thomas Vockler, maglia a pois di migliore scalatore, l’unica ancora di salvezza. Vincitore l’anno scorso all’Alpe d’Huez, Rolland ha trionfato quest’anno nella tappa che saliva a La Toussuire. Nei prossimi anni ha tutte le carte per vincere il Tour rompendo il digiuno transalpino che dura dal 1985 (vittoria di Hinault).
SPRINTER DI RAZZA
Mark Cavendish: trionfa per la quarta volta consecutiva sugli Champs Elysées, Cannonball il re delle volate, anche se Greipel e Sagan hanno vinto tre tappe come lui. Ma in questo Tour il Team Sky, proteso a difendere la maglia gialla di Wiggins, l’ha lasciato praticamente solo senza un gregario che gli tirasse uno sprint. Non solo, spesso si è visto il campione del mondo a raccogliere borracce per distribuirle a Wiggins e compagni. Eccezionale. Dopo il perentorio sprint di oggi è sempre più il grande favorito per l’oro olimpico di Londra.
André Greipel: meno personaggio di Cavendish, ma capace di una potenza impressionante che ha portato il “Gorilla”, questo è il suo soprannome, a trionfare in tre tappe. Un’autentica dinamite nei polpacci esplosa negli arrivi di questo Tour.
Mattew Goss: ci ha provato più volte ma è rimasto a bocca secca. Per l’australiano un Tour più agro che dolce. Ma ha tutto per risorgere alla prossima occasione.
I GRANDI FLOP
Cadel Evans: dispiace metterlo in cima ai “falliti”, ma del trionfatore del Tour 2011 è rimasta la grande signorilità più che la pedalata: qualche attacco velleitario prima di un’ultima settimana da incubo. Indimenticabile il suo gesto con cui ha ringraziato il compagno Hincapie per averlo assistito nella disastrosa tappa di Bagnères-de-Luchon. A 35 anni compiuti difficile pensare che sia solo un Tour sfortunato, una parentesi in una carriera di successi. Ma il campione australiano ha una gran voglia di riprovarci.
Janez Brajkovic: deludente anche se nono in classiifca. Lavorasse nel mondo del cinema sarebbe stato al più un capo-comparse. Mai protagonista nei 3.500 km del Tour .
Frank Schleck: hanno forse ragione quelli che dicono senza il fratello Andy si perde. Dopo aver tradito tutte le attese, al Tour è stato a sua volta tradito da un diuretico: escluso per doping, quando ormai era fuori dei giochi per la maglia gialla.
Denis Menchov: si è visto ben poco del corridore che nel 2009 è stato capace di vincere anche un Giro d’Italia. Mai in corsa, il russo – due volte trionfatore anche alla Vuelta – pare aver imboccato ormai il viale del tramonto.
Ivan Basso: l’età pesa sempre più sulle gambe. Dopo un Giro dai risultati deludenti, è venuto al Tour con l’unico scopo di aiutare Nibali. Compito modesto per un campione come lui, peraltro svolto a sufficienza solo nelle ultime due tappe pirenaiche.
Michele Scarponi: nei suoi programmi c’era la vittoria nel Giro (fallita anche a livello di podio), non certo quella nell Tour. Male sempre a cronometro ma male anche in salita: per la maglia rosa a tavolino del 2011 un Tour più anonimo di così non si poteva immaginare.
SUPER JELLATI.
Robert Gesink: per Bernard Hinault era con Evans e Wiggins il terzo favorito per la vittoria finale del Tour. Ma una serie di cadute nella parte iniziale del Tour ha messo subito fuori classifica il corridore olandese che ha tentato di resistere alla jella. Ma ferite e lividi hanno trasformato ogni tappa in un calvario fino al ritiro.
Samuel Sanchez: con Alejandro Valverde era l’uomo classifica degli spagnoli. Ma non ha avuto il tempo di provare ad attaccare Wiggins sulle Alpi: è finito malconcio all’ospedale per una brutta caduta che gli ha precluso la partecipazione alle Olimpiadi.
Ryder Hesjedal: arrivato al Tour dopo l’inatteso successo al Giro, il canadese era aspettato in Francia per un un nuovo test. Non ha avuto il tempo di essere messo alla prova, coinvolto anche lui nel gigantesco groviglio di bici e feriti nella tappa di Metz.

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