Gli ultimi dati sull’inflazione hanno rappresentato un bagno di realtà per gli investitori che ora temono un’ondata di strette monetarie: ciò si è tradotto in un deciso aumento dei rendimenti dei titoli di Stato globali, che hanno raggiunto anche livelli critici.
Ciò che gli analisti di tutto il mondo avevano previsto alla luce delle tensioni lungo lo Stretto di Hormuz che impediscono il pieno approvvigionamento energetico mondiale, si è materializzato in dati sui prezzi alla produzione e al consumo in netto rialzo a causa dell’impennata del petrolio. E di fronte a un simile surriscaldamnto inflattivo le banche centrali non posso che rispondere con tassi più alti più rapidamente del previsto, mentre le crescenti prove dei danni economici provocati dalla guerra mostrano che si arriverà a un rallentamento della crescita. Secondo i dati di Lseg, il mercato dei tassi di interesse mostra che solo quattro delle 24 banche centrali più influenti al mondo hanno concrete possibilità di tagliare i tassi quest’anno, mentre la stragrande maggioranza è propensa ad aumentarli.
Ma ci sono anche altri problemi, oltre all’inflazione. Gli analisti sottolineano che occorre mettere al centro dell’attenzione anche l’aumento dei deficit, perchè è probabile che nei prossimi mesi vengano annunciate diverse misure di sostegno per compensare il rincaro energetico.
L’insieme di tutto ciò rappresenta un cocktail perfetto per innescare vendite di titoli di stato, con il conseguente rialzo dei rendimenti. Quelli sulla scadenza a due anni, i più sensibili alle variazioni delle aspettative di inflazione e tassi di interesse, sono quelli che più sono cresciti questa settimana. Ma anche i rendimenti delle obbligazioni a più lunga scadenza hanno iniziato a crescere, riflettendo la preoccupazione degli investitori per l’impatto a lungo termine di uno shock dei prezzi. Gli analisti prevedono che si assisterà a un’accentuazione della tendenza all‘irripidimento delle curve dei rendimenti dei titoli di Stato, con i rendimenti dei titoli più a lunga scadenza che aumentano più rapidamente rispetto a quelli a breve scadenza.
“L’aumento dei rendimenti obbligazionari globali è alquanto preoccupante”, ha detto a Reuters Prashant Newnaha, senior Asia-Pacific rates strategist presso TD Securities a Singapore. “Un prezzo del petrolio prolungato e persistentemente elevato potrebbe essere il colpo di grazia per le obbligazioni.” Il prezzo del petrolio viaggia oltre i 107 dollari il barile, mentre prima della guerra in Iran si aggirava sotto i 70 dollari. In un anno il prezzo è cresciuto del 70%.
I rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi hanno raggiunto il livello più alto da circa un anno, in quanto gli operatori prevedono che la Federal Reserve potrebbe dover aumentare i tassi per contenere le pressioni inflazionistiche derivanti dagli shock energetici causati dalla guerra con l’Iran. Anche i titoli di stato dell’eurozona, inclusi quelli tedeschi, italiani e francesi, sono finiti nel mirino, oltre a quelli britannici, mentre i rendimenti dei titoli di stato giapponesi hanno raggiunto livelli record.
Usa: il mercato ora sconta un aumento dei tassi anche da parte della Fed. Nonostante l’arrivo di Warsh
Gli investitori già da giorni hanno manifestato un calo dell’interesse per i titoli di stato, proprio mentre l’inflazione si sta surriscaldando. I prezzi al consumo e alla produzione pubblicati questa settimana hanno mostrato livelli anche superiori alle attese dei più pessimisti analisti. I mercati monetari indicano che gli operatori stimano ora una probabilità del 60% che la Fed aumenti i tassi quest’anno. Invece, prima della guerra, erano scontati dal mercato almeno due tagli dei tassi.
Sarà dura per il Kevin Warsh, chiamato da Trump alla guida della Fed dopo lo scadere del mandato di Jerome Powell, difendere una necessaria linea “da falco” dagli attacchi del presidente Usa che lo aveva scelto proprio per spingerlo a tagliarli. Inoltre, secondo gli analisti, i piani di Warsh, di ridurre la “presenza” della banca centrale statunitense sui mercati finanziari potrebbero essere limitati proprio a causa dell’aumento del debito federale e della perdita di attrattiva dei titoli del Tesoro statunitensi.
Questa settimana le deboli aste di titoli del Tesoro statunitensi sono state un ulteriore segnale d’allarme con il titolo trentennale che ha chiuso al 5% per la prima volta dal 2007, il famigerato anno della crisi di Lehman e stamane i rendimenti hanno toccato il 5,061%, il massimo degli ultimi 10 mesi. Il rendimento dei titoli a dieci anni si è attestato intorno al 4,53% in rialzo di 7,3 punti base, rispetto al giorno precedente, il massimo da un anno. Nemmeno la parte a breve termine è al sicuro, con il rendimento biennale che ha raggiunto il 4,055%, anch’esso un picco da giugno scorso
Per il Giappone si temono anche aumenti del budget pubblico
Si sono registrati segnali di debolezza anche sul mercato obbligazionario giapponese, appesantito da una parte da un incremento a sorpresa dei prezzi alla produzione, che ha esercitato pressione sulla Banca del Giappone affinché alzi i tassi di interesse, dall’altra anche dai timori di un aumento del budget statale.
Il rendimento del titolo trentennale ha raggiunto il livello più alto dal suo debutto nel 1999, mentre anche i rendimenti dei titoli a 20 e 40 anni hanno toccato i massimi da decenni, riflettendo anche le notizie secondo cui il governo starebbe valutando misure supplementari di mitigazione del caro vita, secondo l’agenzia di stampa Kyodo News. La ministra delle Finanze giapponese Satsuki Katayama ha ribadito che il governo non ha bisogno di elaborare un bilancio supplementare per il momento, aggiungendo che il recente aumento dei rendimenti dei titoli di Stato giapponesi fa parte di una tendenza globale più ampia. “I rendimenti obbligazionari sono in aumento in tutti i principali mercati”, ha dichiarato Katayama ai giornalisti questa notte. “Questi sviluppi interagiscono tra loro, creando una sorta di effetto cumulativo”, ha detto, aggiungendo che la situazione è sotto controllo: “Abbiamo 1.000 miliardi di yen (6,3 miliardi di dollari) in fondi di riserva per il bilancio dell’anno fiscale 2026. Non abbiamo ancora utilizzato questi fondi”.
In Europa si aggiunge l’influenza del crollo dei titoli di stato britannici
Nel Vecchio Continente, alle preoccupazioni che percorrono tutti gli altri mercati, si aggiungono le tensioni politiche nel Regno Unito.
I rendimenti dei titoli di Stato britannici hanno subito forti oscillazioni questa settimana, raggiungendo i massimi da decenni, mentre cresce la pressione sul Primo Ministro Keir Starmer affinché si dimetta a causa delle pesanti perdite subite dal suo partito laburista alle elezioni locali e mentre emergono nuovi sfidanti. I rendimenti dei titoli di Stato britannici hanno registrato un’impennata su tutta la curva. Quelli dei titoli di Stato decennali di riferimento, che questa settimana sono aumentati di quasi 20 punti base, oggi hanno guadagnato altri 12 punti base, attestandosi al 5,11%.
I titoli di Stato italiani a 10 anni hanno visto i rendimenti salire di 7,4 punti base a circa il 3,86%, portando l’incremento settimanale a quasi 14 punti base, mentre i rendimenti del Bund tedesco di riferimento sono aumentati di quasi 6 punti base a circa il 3,11%.
