Mesi di altolà dei tecnici. Poi le verifiche sul campo. E ora il verdetto: la Commissione europea conferma il blocco dei finanziamenti ai dispositivi telematici che governano gli impianti fotovoltaici che portano il marchio di fornitori considerati ad alto rischio per la sicurezza. Quali? Quanti? Dove? Con un velo di curiosa equidistanza, anzi multi-distanza, i governanti di Bruxelles hanno stilato una lista che comprende un nutrito gruppo di paesi tra i quali Russia, Corea del Nord, Iran e, prima fra tutti ma in realtà l’unica che rischia di essere duramente colpita, la Cina. Sono i suoi produttori, Huawei in testa, a dominare il mercato mondiale, con una quota “ufficiale” dell’80% del mercato mondiale degli inverter solari, gli apparecchi connessi a tutto. Connessi a noi, alla rete elettrica, all’installatore e, indissolubilmente anche al produttore che mantiene un filo diretto con la motivazione che occorre sorvegliare puntualmente il buon funzionamento dell’apparecchio e aggiornarne il software.
Un cavallo di Troia per gli hacker
Ecco, il nodo sta proprio qui. Nel granitico controllo incrociato “esterno”, con tanto di assoluta capacità di manovra sull’impianto fotovoltaico, grande o piccolo che sia. Da ciò si intuisce da una parte l’inquietante nodo del problema, dall’altro la difficoltà, o forse l’impossibilità, di trovare una soluzione anti-pirati.
Per loro stessa natura gli inverter hanno e devono alcune prestazioni irrinunciabili. Trasformano la corrente continua prodotta dai pannelli fotovoltaici in corrente alternata. Che viene usata, nella stragrande maggioranza dei casi, solo in parte per alimentare le utenze locali (ad esempio della nostra abitazione) mentre tutto il resto viene messo nella rete pubblica sulla base di un sistema tecnico-economico di “scambio”. Di qui il problema, concreto e incontestabile. Che riguarda in realtà non solo di impianti fotovoltaici ma qualunque dispositivo telematico in qualche modo connesso alle reti critiche. Ad esempio quelle di ricarica delle auto elettriche.
Chi ha in qualche modo il controllo del nostro impianto ha nei fatti a disposizione un poderoso cavalo di Troia per deviare la sua corsa di bit, magari fraudolenta, dal nostro impianto non solo alla nostra rete domestica di pc e magari di dischi rigidi con i nostri archivi: quanti di noi hanno la premura di isolare il collegamento Internet dei pc da quello di dispositivi di casa con un accesso Wi-Fi differenziato creando una “rete ospiti”?
Male per la nostra privacy, ma malissimo se pensiamo alla vera insidia ora nel mirino della Commissione Ue: la possibilità, con poche e semplici manovre, di usare la nostra rete e il collegamento del nostro inverte fotovoltaico alla rete elettrica pubblica per entrare in quest’ultima, minando potenzialmente la sicurezza delle infrastrutture critiche.
Contromosse? Sfida quasi impossibile
Esempi di possibili rischi? Gli esperti ci spiegano che non è affatto escluso la possibilità che si possono creare giganteschi blackout modificando semplicemente i parametri della tensione dell’elettricità scambiata oppure i limiti di quantità dei kilowattora conferibili o prelevabili dalla rete pubblica, o più semplicemente i parametri economici dei conteggi per mandare in tilt intero sistema che governa le bollette.
Il problema era stranoto. FIRSTonline ne aveva già illustrato i contorni. Urgono contromosse. Ci prova la commissione Ue, come fa sapere ora la portavoce Siobhan McGarry. Che annuncia l’arrivo di linee guida innanzitutto per limitare l’uso dei fondi pubblici europei dedicati agli incentivi sulle apparecchiature fotovoltaiche e in particolare sugli inverter realizzati dai paesi considerati a rischio. Poi si arriverà magari ad un vero e proprio divieto generalizzato a comprare installare chissà quali apparecchiature.
Peccato che il monopolio cinese di questi dispositivi, in particolare di Huawei, sia pressoché totale. Va infatti considerato che la quota ufficiale dell’80% attribuita al “made in China” va in realtà ritoccata verso l’altro, se consideriamo che molti marchi occidentali che tentano un’affannata concorrenza con i marchi cinesi ospitino in realtà in maniera massiccia componentistica fornita da loro. E in molti casi gli apparati di apparenza occidentale non sono altro che dispositivi cinesi semplicemente rimarcati. Limitarne la diffusione? Davvero difficile: a rigor di logica bisognerebbe intervenire anche sugli impianti già installati e in funzione. Impedirla del tutto? Oggettivamente impossibile. A meno di non ricostruire un’industria occidentale che abbiamo lentamente smantellato per affidare tutto a quel Made in China che ora ci fa tanta paura.
