La prima misurazione ufficiale dell’economia dello spazio in Italia, realizzata da Istat insieme all’Agenzia spaziale italiana, ridisegna il perimetro di un comparto che nel 2021 ha prodotto 8 miliardi di euro, impiegando oltre 23mila addetti e generando 2 miliardi di valore aggiunto, pari allo 0,1% del Pil. Numeri ancora contenuti, ma accompagnati da una produttività nettamente superiore alla media nazionale: 84,8mila euro per addetto, circa il 65% in più rispetto al resto dell’economia.
La misurazione, sviluppata secondo le linee guida internazionali di Esa ed Eurostat, diventerà triennale. La prossima diffusione dei dati è prevista nel 2027, con riferimento all’anno 2024.
La catena del valore: dove si crea ricchezza
La struttura della space economy si articola in upstream, downstream e space-derived. È l’upstream, cuore tecnologico della filiera, a concentrare i valori più significativi: 4,1 miliardi di produzione, 1,3 miliardi di valore aggiunto e oltre 14mila addetti. Si tratta della componente più aperta ai mercati esteri, con 1,8 miliardi di esportazioni e 1,2 miliardi di importazioni, un grado di internazionalizzazione del 77% superiore a quello del resto dell’economia.
Il downstream contribuisce con quasi un miliardo di valore aggiunto e 12,6mila occupati, sostenuto in particolare da software, telecomunicazioni e trasmissione dati, a dimostrazione di quanto lo spazio sia ormai una infrastruttura abilitante per il digitale.
Manifattura ad alta tecnologia e mercati globali
Nel settore manifatturiero si concentra il 76% dell’attività upstream. I comparti degli altri mezzi di trasporto, dell’elettronica e dei macchinari generano oltre il 90% del valore aggiunto industriale legato allo spazio e muovono 1,4 miliardi di esportazioni. Le imprese upstream esportano verso una media di 11,6 Paesi e offrono una gamma più ampia di prodotti rispetto alle altre imprese italiane, un segno della loro specializzazione tecnologica e dell’attrattività internazionale dei prodotti space-related.
La propensione agli investimenti materiali delle imprese upstream è in linea con la media nazionale, ma la distanza diventa evidente sul fronte della ricerca: oltre il 6% del valore della produzione deriva da attività di R&S, mentre gli investimenti in ricerca rappresentano l’11,9% del valore aggiunto, quasi il doppio rispetto alle altre imprese. È in questa capacità di innovazione continua che il settore costruisce il proprio vantaggio competitivo.
Una geografia asimmetrica, grandi imprese e gruppi multinazionali al timone
La distribuzione territoriale del comparto è fortemente polarizzata. Quasi il 90% dell’attività si colloca tra Centro e Nord-Ovest, con Lazio, Lombardia e Piemonte in posizione di leadership. Il Lazio guida per valore aggiunto e occupazione, mentre Lombardia e Piemonte consolidano la dimensione manifatturiera e tecnologica della filiera. Risulta invece marginale la presenza nel Mezzogiorno.
Il settore è dominato da grandi imprese, responsabili di quasi l’80% del valore aggiunto e di oltre 17mila posti di lavoro. I gruppi multinazionali generano il 90% del valore aggiunto totale e attivano la quasi totalità dei flussi commerciali con l’estero, con 2 miliardi di esportazioni e 1,5 miliardi di importazioni. La space economy italiana è dunque fortemente integrata nelle catene globali del valore.
Mercato del lavoro ad alta specializzazione
Il lavoro nello spazio mostra caratteristiche peculiari. Nell’upstream le retribuzioni medie raggiungono i 41,1mila euro annui, il 55% in più rispetto alla media nazionale. La forza lavoro è altamente qualificata: oltre un terzo dei dipendenti possiede un titolo di studio terziario, contro il 16,2% del resto dell’economia. Anche la stabilità contrattuale è maggiore, con un ricorso marginale ai contratti a termine pari al 3,7%, rispetto al 16,6% del sistema produttivo complessivo.
“Oggi occorre saper cogliere e far comprendere, in maniera il più ampia possibile, le interdipendenze che lo spazio ha e produce in favore di numerosi altri settori industriali e produttivi” ha commentato il presidente dell’Asi, Teodoro Valente. Valente aggiunge che “l’intesa che presentiamo non rappresenta un mero esercizio statistico, ma un pilastro essenziale per rendere disponibili dati oggettivi utili a supportare le politiche governative e strategiche essenziali per determinare la competitività del Paese, al fine di saper affrontare le sfide che il mercato globale richiede“.
L’Istat ribadisce l’importanza del nuovo conto tematico. “Il proficuo ed efficace confronto tra i ricercatori e tecnici dell’Istat e gli esperti tematici dell’ASI ha consentito di affrontare e superare sfide complesse in termini di classificazione e misurazione, che bilanciano il rigore dei conti nazionali con la rilevanza informativa delle nuove misurazioni prodotte” ha dichiarato il presidente di Istat Francesco Maria Chelli.