La riunione dei riformisti del Pd svoltasi nei giorni scorsi a Milano non è stata importante soltanto sul piano politico perché ha rotto – sia pure con prudenza – il monopolio gruppettaro della segreteria del partito, ma ha avuto pure un significativo risvolto sul versante sindacale. In quell’occasione, infatti, un’area (adesso le correnti si chiamano così) del principale partito della sinistra ha ‘’sdoganato’’ la Cisl, invitando e dando la parola alla sua segretaria generale Daniela Fumarola.
In sostanza, la Confederazione di via Po ha ottenuto un riconoscimento che la riammette in quello che una volta era definito l’arco costituzionale, da cui era stata estromessa per essersi dissociata dalla Cgil di Maurizio Landini nella prassi degli scioperi generali che da anni coincidono con le foglie morte d’autunno, sono divenuti cioè una ricorrenza stagionale.
Il solco tra Cisl e Cigil si sta facendo sempre più ampio
Nel 2025 la Cisl non ha avuto dubbi nel confermare le differenti valutazioni rispetto alla Cgil. L’anno era iniziato con l’eco della mancata partecipazione allo sciopero generale di Cgil e Uil durante la sessione di bilancio ed era proseguito con una netta presa di distanza sui cinque referendum proposti dalla Confederazione di Landini e sostenuti dallo stesso Pd che aveva scelto persino di astenersi sulla legge della partecipazione in gran dispetto verso la ex sorella ritenuta troppo filogovernativa, con l’aggravante della tolleranza nei confronti dello stigma delle radici equivoche delle forze della maggioranza.
Poi, quando è scoppiata la solidarietà a colpi di scioperi generali (ben tre in una settimana) con la navigazione della ‘’flotilla’’ è emerso a tutto tondo che ormai la Cgil si era messa a correre su di un terreno politico/partitico dove non poteva essere seguita dalla Cisl.
Le critiche alla Cisl del passato
La linea della Cisl è molto criticata anche nel suo mondo tradizionale, in particolare dall’ex segretario generale Savino Pezzotta che – ha dichiarato – di porsi come ex dirigente e tuttora iscritto alla Cisl da diverso tempo e con tormento la domanda: “Dove sta andando la Cisl?” Lo stesso Pezzotta, in un articolo scritto insieme ad Adriano Serafino, un’altra delle ‘’vecchie glorie’’ cisline ha reso pubbliche le sue riserve: ‘’Molti di noi sono rimasti sorpresi, a volte basiti, nel vedere il progressivo avvicinamento della Cisl ai contenuti e all’operato del governo di Giorgia Meloni. Troppe volte abbiamo considerato questo spostamento come una semplice scelta verticista dei gruppi dirigenti, ma questa lettura non racconta e non spiega l’intera storia delle cause’’.
In altri casi le accuse sono state ancora più esplicite, soprattutto quando Luigi Sbarra ha accettato di far parte del governo Meloni come sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle politiche del Mezzogiorno. ‘’Ai regimi – è stato scritto – non piacciono i sindacati indipendenti. Cioè quelli che rappresentano i lavoratori e non gli interessi politici. Le destre italiane, oggi, hanno un nemico più nemico di tutti. Si chiama Maurizio Landini e contro di lui ogni mezzo è buono. Le campagne giornalistiche, gli attacchi politici, il blocco dei contratti, il muro contro muro. Per combattere un sindacato conflittuale ci sono molti strumenti. Uno di questi è fagocitare un altro sindacato che accetti di sottomettersi al potere e poi dia battaglia contro i sindacati dei lavoratori. Ha fatto così il governo Meloni. Si è conquistato il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra, lo ha usato contro Landini, lo ha scagliato contro il salario minimo e contro il referendum per l’abolizione del Jobs Act’’. In sostanza, nel dibattito politico/sindacale, lo stesso che è preponderante nei talk show, le posizioni e le opinioni non sono giuste o sbagliate in sé, ma se sono o meno le stesse di Maurizio Landini, anche quando vengono smentite dai fatti.
La Cisl dichiaratamente avversaria della destra
Poi c’è un dogma: la Cisl è sempre stata avversaria della destra, non solo quella fascista ma anche quella conservatrice e paternalista. Evidentemente i riformisti del Pd non hanno dato giudizi così netti e hanno avuto il merito di recuperare un dialogo con un importante sindacato messo all’indice dalla maggioranza del partito che ha scelto pregiudizialmente le politiche della Cgil. Un calcolo miope perché la base della Cisl era (e rimarrebbe se ce ne fossero le condizioni) più vicina al Pd rispetto alla base della Cgil (che non ha esitato nelle elezioni politiche a compiere ampi giri di valzer con la Lega prima e con il M5S poi).
Quanto al problema dei rapporti con l’esecutivo, un premier e un governo avveduti non possono mandare allo sbaraglio i loro interlocutori leali ed onesti e premiare i predoni senza scrupoli, che prendono in ostaggio i lavoratori per assecondare i propri disegni politici. Un governo deve tener conto del dissenso (anche quando è strumentale?), ma non ha il diritto di sprecare il consenso.
Tanto più che l’atteggiamento non pregiudiziale della Cisl verso il governo ne arricchisce la legittimazione, in un contesto politico e sociale in profonda trasformazione, dove diventa possibile recuperare quegli interstizi trascurati dagli avversari. Nella storia d’Italia (dove le grandi confederazioni sono state promosse dai partiti) ci fu un’epoca recente in cui tutte le sigle sindacali si sentivano rappresentate dal Pd, con quel parallelismo tipico del sindacalismo democratico di una sostanziale alleanza – in vari modi – con le forze progressiste. In sostanza, se durante la Prima Repubblica i lavoratori – divisi dalla politica e dalle ideologie – si sentivano uniti pur nel pluralismo sindacale, in tempi più recenti la situazione si è rovesciata: indotti a riconoscersi almeno a livello di militanti con lo schieramento progressista, i lavoratori sono stati divisi dall’appartenenza a diversi sindacati le cui politiche andavano a differenziarsi sempre più fino ad arrivare all’attuale incomunicabilità.
Per la Cisl la partecipazione non rappresenta un nuovo inizio, una cesura ma il consolidamento e l’ampliamento di una visione e di una pratica già presente nell’esperienza delle relazioni industriali. Il ‘’cammino della speranza’’ parte da lontano, dalla cosiddetta strategia dell’Eur alla fine degli anni ’70, ha trovato un approdo nella cosiddetta prima parte dei contratti dove venivano previste procedure periodiche di consultazione ed esame congiunto. È già questo un modello di partecipazione, a cui si è aggiunta – anni dopo – la svolta della contrattazione di prossimità, sostenuta dalla detassazione e decontribuzione dei premi di risultato e del welfare aziendale, rafforzati in caso di coinvolgimento paritetico dei lavoratori nell’organizzazione del lavoro: una linea che – sia pure con qualche battuta d’arresto ai tempi del governo giallo verde – è stata confermata nell’ultimo disegno di legge di bilancio e viene sostenuta come prioritaria dall’attuale governo.
Daniela Fumarola: rinnoviamo il nostro appello per una grande alleanza
Ed è a queste esperienze che si è richiamata Daniela Fumarola a Milano : “Da questa platea noi rinnoviamo il nostro appello per una grande alleanza, di un nuovo e moderno patto sociale su obiettivi condivisi, a partire dai temi della crescita, dei salari, produttività, investimenti, innovazione, formazione, nuove politiche industriali. Dopo il 2026 il Pnrr esaurirà i suoi effetti e noi abbiamo il dovere e la responsabilità di disegnare il futuro del lavoro e del nostro Paese”.
Oltre alla segretaria della Cisl era stato invitato Luca Stanzione, il segretario generale della Camera del Lavoro Metropolitana di Milano, noto come riformista in partibus infidelium perché non è facile esserlo, per giunta a capo di una grande struttura territoriale, nella Cgil di Landini. Dall’incontro dei riformisti – con il contributo dei due dirigenti sindacali – è emersa una visione prospettica ben diversa da quella funerea e disfattista che si trova nella predicazione della sinistra politica e sindacale, ormai perduta nell’incantesimo malefico di una ideologia catastrofista.