Nessun sistema elettorale è perfetto in quanto non esiste un meccanismo in grado di centrare in maniera ottimale il massimo di rappresentatività del volere dei cittadini, fondamento della democrazia, con il massimo di governabilità e cioè con la necessità di gestire la cosa pubblica per un tempo adeguato ad effettuare le politiche indicate dalla maggioranza. Ogni sistema nasce in relazione al contesto politico e culturale che lo esprime ed in genere resiste vari anni, anche se mostra spesso i difetti dell’età avanzata. Solo in Italia negli ultimi decenni si è cambiato sistema ogni sette-otto anni sia per ovviare ai difetti del sistema precedente, ma soprattutto perché chi stava al governo cercava un meccanismo che gli assicurasse la permanenza al potere. Obiettivo quest’ultimo che non è mai riuscito: in genere i promotori del cambio della legge elettorale hanno poi clamorosamente perso nelle urne.
La riforma proposta dal governo Meloni e i dubbi sul nuovo modello
Ora ci troviamo di fronte ad una nuova proposta avanzata dal governo Meloni per sostituire il Rosatellum oggi in vigore, al fine di assicurare tramite un robusto premio di maggioranza alla coalizione capace di superare il 42% dei voti, la possibilità di avere i voti parlamentari per garantire una stabilità di governo per l’intera legislatura. La proposta non sembra ben articolata: presenta notevoli difetti sia tecnici che sotto il profilo della costituzionalità. La polemica si è accesa sulle preferenze che sono solo uno degli aspetti del problema, e forse neppure il più importante. Ora un ampio studio promosso dalla fondazione Astrid, presieduta da Franco Bassanini, al quale hanno partecipato oltre trenta studiosi di discipline giuridiche e politiche, coordinati da Enzo Cheli, Stefano Passigli e Cesare Pinelli, mette in luce le criticità della proposta del Governo ed indica con chiarezza le possibili alternative che sarebbero più convenienti per dar luogo ad una politica capace di fare uscire il Paese dalle secche nelle quali si trova.
Il fallimento del maggioritario: più alternanza, ma poca stabilità
Si parte dalla constatazione che i sistemi maggioritari, almeno in Italia, così come i premi di maggioranza, hanno sovente l’effetto di creare artificiose maggioranze parlamentari, che difettano sia di rappresentatività sia, soprattutto, di coesione politica, così da dar vita a governi deboli e incapaci di prendere decisioni efficaci. E questo è proprio quello che è avvenuto in Italia dopo l’introduzione del maggioritario. Spesso le coalizioni sia di destra che di sinistra, formatesi per vincere le elezioni, hanno poi mostrato divergenze tali da far cadere i governi o, nel migliore dei casi, da paralizzarne l’azione. Il risultato di questi tre decenni è stato un arretramento complessivo del Paese rispetto ai suoi partner commerciali. Basta vedere l’ultimo studio reso noto dall’Ufficio parlamentare di bilancio che dimostra come l’Italia sia l’unico Paese dove i redditi negli ultimi trent’anni sono calati in media dell’1,6% mentre nel resto dell’Europa si oscilla tra un +48% del Regno Unito e un +13% della Spagna. Nessuno ha fatto male come noi. E non è solo questione di crisi internazionali perché quella dei subprime e quella del Covid le hanno avute tutti.
Dalla fine della Prima Repubblica all’alternanza senza vera governabilità
Trent’anni fa, crollata la Dc ed eliminato il fattore K per il Pci, abbiamo pensato che era giunto il momento di introdurre la possibilità di una effettiva alternanza alla guida del Paese. Le due coalizioni, una liberal-conservatrice ed una liberal-progressista, avrebbero assicurato – si sperava – un governo stabile e una ordinata alternanza alla guida del Paese. L’alternanza c’è stata, ma la stabilità no. Anzi i governi sono sempre apparsi in balia delle loro ali estreme responsabili, alla fine, della loro caduta. Berlusconi è stato sgambettato dalla Lega due volte nel 1994 e nel 2011, perché Bossi si è rifiutato di approvare politiche di risanamento dei conti pubblici che avrebbero consentito una ripresa della crescita. Nel complesso la Lega è il partito che ha fatto gravi danni all’Italia seguito, e poi superato, qualche anno dopo dal 5 Stelle. A sinistra Prodi è stato fatto cadere prima da Bertinotti e poi dalle contraddizioni di una coalizione così affollata dove il più piccolo partito disponeva di un potere di veto.
In sostanza le due coalizioni invece di muovere verso il centro, sono state sempre più ostaggio delle loro ali estreme come avviene ora per Meloni, che è pesantemente condizionata dalla Lega di Salvini al suo interno e dal gen. Vannacci all’esterno. A sinistra i riformisti del Pd sono scomparsi, mentre dominano i 5 Stelle di Conte e Avs.
Europa, politica estera e sicurezza: il nodo delle contraddizioni interne
Se si considera che uno dei problemi cruciali dei prossimi anni sarà la politica estera, i rapporti con l’Europa e la necessità di giocare un ruolo attivo nella riforma delle regole del gioco dell’economia mondiale, ci si può chiedere quale tipo di governabilità possono assicurare due coalizioni che portano all’interno divergenze non sanabili in politica estera. Da un lato Salvini e Vannacci sono sfacciatamente filo russi ed anti europei, mentre dall’altro i 5 Stelle sono contro il cosiddetto riarmo ed a favore di trattative con i russi per raggiungere una pace qualsiasi a spese degli ucraini. E così anche Fratoianni e Bonelli. E poi non parliamo di politica economica, di sicurezza o di riforme del funzionamento dello Stato e delle sue articolazioni locali. Tra l’altro, ricordiamolo per inciso, il ministro leghista Calderoli fu a suo tempo promotore di una legge elettorale che lui stesso chiamò “Porcellum” tanto era sballata. Ed ora ad un simile personaggio affidiamo una riforma delle Regioni nei confronti della quale il Porcellum sembrerà un piccolo incidente di percorso!
Premierato e preferenze: tutti i dubbi sulla riforma
La legge elettorale proposta dalla Meloni non si salverà nemmeno con l’introduzione di un emendamento sulle preferenze. Ci sono profili di incostituzionalità per quel che riguarda il livello del premio di maggioranza, per il premierato di fatto che intacca le prerogative del presidente della Repubblica, e per altri particolari non secondari. Ora sembra che ci sia un accordo nella maggioranza per l’introduzione delle preferenze (ma con il capolista bloccato), ma non è detto che il passaggio alla Camera non possa essere l’occasione per cambiare proprio impostazione. Ed infatti la proposta formulata da Astrid si basa su un proporzionale corretto da significative soglie di esclusione. In questo modo si può puntare a rivitalizzare i partiti e le istituzioni che oggi appaiono delegittimate dai cittadini che infatti non si recano al voto. Anche sotto il profilo della governabilità bisogna superare lo slogan efficace, ma fallace, che punta alla sicurezza del risultato la sera stessa delle elezioni. Slogan che poi non ha retto alla prova politica, mentre un governo duraturo ed efficace sarebbe possibile solo sulla base di un consenso politico che si forma in Parlamento tra forze che hanno avuto una buona investitura popolare e che trattano dettagliati programmi governativi come avviene in Germania e in altri Paesi.
La proposta Astrid: un proporzionale corretto per ricostruire il sistema politico
In Italia un proporzionale corretto con sbarramento al 5%, voto di preferenza senza inganni, o con collegi piccoli, consentirebbe di rivitalizzare forze politiche oggi marginalizzate dal cosiddetto voto utile come ad esempio il Centro (che poi non dovrebbe chiamarsi così perché in realtà si tratta di forze liberali ed effettivamente riformiste) in modo da arrivare al “taglio delle ali”, cioè allo scioglimento di coalizioni forzate che ingessano la politica governativa fino all’esplosione delle inevitabili divergenze tra partiti fortemente disomogenei. Ma a ben guardare un sistema del genere converrebbe anche ai partiti maggiori. Meloni e Schlein potrebbero correre liberamente senza il peso di partiti eterogenei, cioè senza la fatica di tenere insieme la gamba centrista ed europeista con le estreme anti europee. Chi otterrà più voti avrà la possibilità di ricevere l’incarico di formare un governo di coalizione dal capo dello Stato e quindi potrà tessere in Parlamento la propria tela.
Dopo tanti anni di furibonda guerra per bande il degrado delle nostre istituzioni e della nostra economia è assai profondo. Una regola elettorale chiara potrebbe riavvicinare i cittadini alla politica seria, inducendo un progressivo abbandono della demagogia inconcludente (ed anzi dannosa) che ha dominato negli ultimi decenni. Sarebbe un primo passo. Poi bisognerà metter mano al funzionamento del Parlamento, ai rapporti con le Regioni e in economia alla riduzione dei bonus concepiti come mance elettorali per inserire in tutti i settori della Pa e del privato serie valutazioni di merito a cui legare carriere e retribuzioni. È un vasto programma, ma da qualche parte dobbiamo pur cominciare!
