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Savona o elezioni: il diktat di Salvini e il contropiede dei mercati

Con il braccio di ferro sulla nomina di Savona al Tesoro e con la voglia di nuove elezioni, il leader della Lega Salvini sembra convinto di dare scacco matto alla politica italiana ma non ha fatto i conti con quel convitato di pietra che sono i mercati e con la rabbia di risparmiatori e contribuenti beffati che finirebbe per ritorcersi contro di lui e contro i Cinque Stelle se continuassero le ambiguità sull’euro e sul debito pubblico – VIDEO.

Savona o elezioni: il diktat di Salvini e il contropiede dei mercati

Il forcing di Matteo Salvini sulla lista dei ministri spinge il premier incaricato Giuseppe Conte a sciogliere la riserva sulla formazione del nuovo governo Lega-Cinque Stelle e a salire al Quirinale per la resa dei conti ma rischia di gettare nel cul de sac la politica italiana, strapazzata da uno scontro istituzionale senza precedenti e dalla durissima reazione dei mercati. Da quando è stato presentato il contratto di programma per il nuovo governo i mercati hanno bruciato 200 miliardi di euro di risparmio italiano, con un costo medio di 2 mila euro per ogni abitante del nostro Bel Paese.

Ieri Salvini, con il placet di Luigi Di Maio, ha deciso di presentare al premier incaricato una sua lista di ministri per indurlo a sciogliere a superare lo stallo politico che dura da quasi tre mesi, ma la controversa nomina a ministro del Tesoro di Paolo Savona, un tempo allievo di Guido Carli e da qualche anno convertitosi all’arrembante euroscetticismo, resta il pomo della discordia. La Lega di Salvini non l’ha scelto per caso come sua bandiera e come candidato alla scrivania di Quintino Sella ma perchè è convinta che Savona sia determinato a guidare l’Italia contro la Germania e a creare le premesse per portare l’Italia fuori dall’euro e di conseguenza dall’Europa, che finirebbe essa stessa in frantumi.

IL BRACCIO DI FERRO SU SAVONA E LA VERA POSTA IN GIOCO

Sarebbe però ora di dire forte e chiaro agli italiani come stanno realmente le cose. Savona è certamente un brillante economista ma è politicamente inadatto a fare il ministro del Tesoro perchè l’Italia non ha mai scelto di abbandonare nè l’euro nè l’Europa, con buona pace di un partito come la Lega che rappresenta soltanto il 17% degli elettori. La questione, per chi voglia capire, è tutta qui ed molto semplice. E proprio per questo il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non cede ed è intenzionato a far valere tutte le sue prerogative costituzionali e a non concedere il lasciapassare a un ministro e a un governo che rischiano di far uscire l’Italia dall’euro e dall’Europa senza il consenso del popolo e di provocare una nuova e dirompente crisi sui mercati finanziari. Per ora è braccio di ferro. Salvini non molla (“Non accetteremo mai un ministro del Tesoro scelto dalla Germania”) ma non molla nemmeno il Quirinale, mentre il candidato premier, Giuseppe Conte, è già finito in fuorigioco e i Cinque Stelle, spiazzati dall’intransigenza e dalla spregiudicatezza tattica di Salvini, stanno dimostrando, una volta di più, tutta loro impotenza di fronte allo scontro Lega-Quirinale.

Il braccio di ferro su Savona svela in realtà una posta in gioco ben più alta: a chi spetti il vero potere di scelta del premier e dei ministri (se al Quirinale come rivendica Il Presidente della Repubblica, forte del dettato costituzionale, o se ai partiti, come vorrebbero Salvini e Di Maio) ma soprattutto quale debba essere la vera collocazione internazionale dell’Italia, se cioè dentro l’euro e l’Europa o lungo una deriva isolazionista che per un Paese ultraindebitato come il nostro rischia solo di essere fonte di sciagure maggiori di quelle vissute in anni recenti dalla Grecia.

 

I VERI CALCOLI DI SALVINI

E’ evidente che l’intransigenza di Salvini non è casuale ma ha un obiettivo tattico fin troppo trasparente: rompere il progetto di governo giallo-verde addossando tutte le colpe a Mattarella e all’Europa e chiedere le elezioni anticipate. Oggi la sua convinzione, alimentata dagli ultimi sondaggi che danno la Lega al 25%, è quella di poter trionfare nelle urne, lanciando l’Opa su Forza Italia e spiazzando gli alleati di Cinque Stelle, per poi trattare da posizioni di forza la formazione del nuovo governo.

E’ un calcolo spegiudicato che, al netto dei rischi che fa correre all’Italia e dei costi che impone ai risparmiatori, ha sicuramente un fondamento tattico ma anche molte incognite davanti a sè e che chiama in causa in prima battuta il Capo dello Stato ma in seconda battuta i Cinque Stelle e poi, sia pure più marginalmente, Silvio Berlusconi e il Pd.

IL BIVIO DI MATTARELLA

Salvo colpi di scena, Mattarella è oggi davanti a un bivio: cedere alla Lega sulla nomina di Savona o prepararsi a sciogliere di nuovo le Camere? Qual è il male minore? Se molla sulla scelta del ministro del Tesoro, la sua Presidenza ne risulterà vistosamente dimezzata e i pericoli che l’Italia correrà verranno addebitati anche a lui. Se resiste, guadagna tempo ma non è detto che lo scenario post-elettorale sia migliore. Si potrebbe ancora tentare la carta del governo del Presidente? Forse sì, ma solo per gestire in modo neutrale la prossima campagna elettorale, anche se talvolta la politica sa essere anche l’arte dell’impossibile.

Poi c’è il capitolo dei Cinque Stelle: subire l’egemonia di Salvini e accodarsi alla sua battaglia tutta anti-Quirinale e anti-Europa porta voti al movimento di Di Maio o glieli fa perdere? E’ uno scenario difficile da decifrare quello che hanno davanti a sè Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, che, senza un colpo d’ala, resteranno fatalmente prigionieri del gioco della Lega. E farsi mettere fuorigioco da un partner politico che ha poco più della metà dei voti dei Cinque Stelle sarebbe davvero un capolavoro di insipienza. Ma l’abilità politica, si sa, non è una merce che si può comperare la domenica mattina al mercato di Porta Portese. O ce l’hai o non ce l’hai. Non a caso il presidente grillino della Camera, Roberto Fico, fiutando la trappola, ha cercato ieri di smarcarsi: “Il nodo Savona lasciamo che lo risolvano Mattarella e Conte” senza ingerenze partitiche.

A dispetto delle apparenze e malgrado la crisi sembri scivolare su un piano inclinato che può far saltare tutto, i giochi non sono ancora chiusi. Non lo sono in questo Parlamento, ma lo sono ancor meno in un’eventuale nuova campagna elettorale, nella quale Silvio Berlusconi, pur sfibrato dall’età e dal logorio di una lunga e avventurosa carriera politica, si giocherà le ultime carte, nella speranza di recuperare consensi e di riscalare le gerarchie del centrodestra. Così come farà il Pd con una campagna aggressiva, anticipata ieri da Matteo Renzi, che mirerà a riconquistare voti al centro ma anche a sinistra, a spese dell’inconcludenza e del velleitarismo dei Cinque Stelle.

 

QUEL CONVITATO DI PIETRA CHE FA GIUSTIZIA DELLE ILLUSIONI

Sulla carta Matteo Salvini, con in tasca il voto del 17% soltanto degli elettori anche se con il vento in poppa nei sondaggi, sembrerebbe poter dare scacco matto alla politica italiana. Oggi e domani. Ma tra i sogni e la realtà di solito è la seconda che vince e il muscolare leader della Lega non sembra avere ancora compreso che la battaglia politica per la conquista del potere in Italia non si gioca solo nel triangolo Parlamento-Governo-Quirinale ma che c’è un convitato di pietra con cui, piaccia o non piaccia, bisogna fare i conti. Questo convitato di pietra, come già avvenne nell’estate del 2011, è costituito dai mercati finanziari che, in un Paese non solo superindebitato ma con un debito pubblico largamente in mano a investitori esteri, possono fare il bello e il cattivo tempo. Non perchè ci siano esoterici disegni complottari ma perchè i mercati devono decidere ogni giorno dove allocare al meglio una quantità enorme di capitali. Perchè allora stupirsi se gli investitori fuggono da chi minaccia di uscire dall’euro e di non onorare i debiti?  Nei giorni scorsi s’è già capito che l’Italia rischia ancora una volta di esser travolta, per sua colpa, da una tempesta perfetta che fa crollare le banche e la Borsa e che riporta l’allarme sullo spread e sui titoli di Stato.

Quando finalmente gli italiani capiranno che uscire dall’euro per tornare alla vecchia lira vorrebbe dire vedersi dimezzare in un solo week end il valore dei loro salari e delle loro pensioni, dei loro risparmi e dei loro patrimoni e rivivere l’incubo della corsa ai bancomat e agli sportelli delle banche della Grecia di Varoufakis, non basterà gridare al lupo e scagliarsi contro il Quirinale o contro l’Europa. A quel punto Matteo Salvini rischierebbe seriamente di essere inseguito con i forconi dagli italiani inferociti per la truffa subita e per la rapina  dei loro risparmi e dai loro redditi.

La Lega e i Cinque Stelle sono ancora in tempo a fermarsi sull’orlo del precipizio e ad evitare un autogol a dir poco storico, ma bisogna che aprano gli occhi, che mettano l’interesse nazionale davanti agli egoismi elettorali e che smontino prima che sia tardi l’incredibile castello di illusioni e false promesse con cui hanni finora costruito le loro effimere fortune. Solo se saranno in grado di farlo, per l’Italia finirà l’incubo del default che in questi giorni di maggio sta drammaticamente vivendo.

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