Il blocco dello Stretto di Hormuz scuote il mercato energetico globale, ma Saudi Aramco trasforma la crisi in una prova di forza industriale. Nel primo trimestre 2026 l’utile netto rettificato del colosso saudita è salito a 33,6 miliardi di dollari, pari a circa 126 miliardi di riyal, con un incremento del 26% rispetto ai 26,6 miliardi registrati nello stesso periodo del 2025. Il dato supera anche le attese degli analisti, ferme a 31,2 miliardi.
A spingere i conti sono stati il rally del greggio, l’aumento dei volumi venduti e la capacità di Riyad di deviare parte delle esportazioni lontano dal Golfo Persico, facendo leva sulle rotte alternative verso il Mar Rosso. Il confronto con il trimestre precedente rende ancora più evidente l’accelerazione: rispetto ai 25,1 miliardi di dollari del quarto trimestre 2025, il progresso è stato del 34%.
La fiammata dei prezzi di petrolio e prodotti raffinati, alimentata dalla guerra nel Golfo Persico e dalle difficoltà di navigazione attraverso Hormuz, ha quindi dato ulteriore slancio alla redditività della compagnia.
In arrivo un dividendo da 21,9 miliardi
Il consiglio di amministrazione ha approvato un dividendo base da 21,9 miliardi di dollari per il primo trimestre, in aumento del 3,5% su base annua. Una cedola cruciale per l’Arabia Saudita, che controlla direttamente quasi l’81,5% della società, mentre un ulteriore 16% fa capo al Fondo di investimento pubblico saudita. Le entrate di Aramco restano quindi decisive per finanziare la spesa interna e sostenere i conti pubblici del Regno.
Hormuz bloccato, ma Riyad trova la via d’uscita
Dietro la solidità dei conti c’è anche la capacità operativa di aggirare una strozzatura strategica come Hormuz. Con lo stretto bloccato a causa della guerra, Aramco ha fatto leva sulla East-West Pipeline, l’oleodotto che collega le aree produttive orientali dell’Arabia Saudita ai porti sul Mar Rosso. La condotta ha raggiunto la piena capacità di 7 milioni di barili al giorno, diventando un’infrastruttura essenziale per mantenere aperto il flusso delle esportazioni.
La compagnia aveva già aumentato le vendite prima dell’esplosione del conflitto e, con l’aggravarsi della situazione militare, ha dirottato una parte delle spedizioni verso Yanbu, porto saudita affacciato sul Mar Rosso. Una rotta alternativa, non priva di rischi, ma sufficiente a ridurre l’impatto del blocco sul business della major.
I dati di monitoraggio delle petroliere indicano che da Yanbu sono stati esportati in media circa 3,6 milioni di barili al giorno a marzo, saliti a poco meno di 4 milioni ad aprile. Si tratta di volumi inferiori ai livelli precedenti alla guerra, quando a gennaio e febbraio le esportazioni erano vicine ai 7 milioni di barili al giorno, ma comunque abbastanza consistenti da sostenere i risultati trimestrali della società.
La resilienza costa: cassa in calo e debito in aumento
La situazione non è però priva di ombre. Il flusso di cassa operativo si è attestato a 30,7 miliardi di dollari, in lieve calo rispetto ai 31,7 miliardi del primo trimestre 2025. Anche il free cash flow è sceso, passando da 19,2 a 18,6 miliardi di dollari, appesantito da un aumento del capitale circolante pari a 15,8 miliardi.
Nel periodo, Saudi Aramco ha effettuato investimenti in conto capitale per 12,1 miliardi di dollari, mentre il rapporto di indebitamento è salito al 4,8%, contro il 3,8% registrato a fine 2025. Numeri che restano sotto controllo, ma che segnalano quanto la crisi stia imponendo costi crescenti anche ai gruppi meglio posizionati.
Il presidente e amministratore delegato Amin H. Nasser ha rivendicato la tenuta della compagnia, parlando di “forte resilienza e flessibilità operativa in un contesto geopolitico complesso”. Secondo il manager, la East-West Pipeline si è rivelata “un’arteria di approvvigionamento fondamentale”, capace di mitigare l’impatto dello shock energetico globale e di dare sollievo ai clienti penalizzati dalle restrizioni alla navigazione nello Stretto di Hormuz.
Nasser avverte: il mercato può restare instabile fino al 2027
Il balzo degli utili non cancella le preoccupazioni sullo scenario. Nasser ha sottolineato che il blocco di Hormuz ha mostrato ancora una volta il ruolo vitale di petrolio e gas per la sicurezza energetica globale.
Secondo il numero uno di Aramco, anche una riapertura immediata dello Stretto non basterebbe a riportare rapidamente equilibrio. “Se anche i flussi commerciali riprendessero immediatamente o già oggi attraverso lo Stretto di Hormuz, ci vorrebbero alcuni mesi prima che il mercato petrolifero ritrovi il proprio equilibrio”, ha spiegato Nasser. Lo scenario peggiorerebbe se le limitazioni al commercio e al trasporto marittimo dovessero durare ancora per settimane: in quel caso, il ritorno alla normalità potrebbe slittare al 2027.
