La riforma del Servizio sanitario nazionale sul territorio procede con il freno tirato. A certificarlo è l’ultimo monitoraggio della Fondazione Gimbe sull’attuazione della Missione Salute del Pnrr, che fotografa una situazione ancora molto distante dai traguardi fissati. A fine 2025, infatti, solo 66 Case della Comunità su 1.715 programmate, pari al 3,9%, risultano pienamente funzionanti. Ancora più ampio il numero delle strutture che non hanno nemmeno attivato i servizi previsti: 649, cioè il 37,8% del totale. In 781 casi, il 45,5%, è stato avviato almeno un servizio, ma soltanto per 285 strutture risultano attivi tutti i servizi obbligatori.
Il quadro non migliora guardando agli Ospedali di Comunità. Su 594 programmati, soltanto 163, pari al 27,4%, hanno attivato almeno un servizio, per un totale di oltre 2.900 posti letto. Ma nessuno, sottolinea Gimbe, può dirsi davvero pienamente operativo. “Sugli Ospedali di Comunità siamo ancora più indietro: non solo le strutture procedono a rilento, ma nessuna Regione è riuscita ad attivare tutti i servizi previsti dal DM 77. In queste condizioni, renderli pienamente funzionanti entro il 30 giugno appare una missione impossibile”, osserva il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta.
Il conto alla rovescia del Pnrr e i tre rischi indicati da Gimbe
Il nodo, secondo Gimbe, non è più soltanto la lentezza dell’attuazione, ma il rischio concreto che il cronoprogramma si trasformi in un boomerang. Il tempo stringe e la distanza tra obiettivi formali e risultati effettivi resta ampia. “A tre mesi dalla scadenza Governo e Regioni, oltre ad accelerare, devono prendere seriamente atto dei rischi che accompagnano la rendicontazione finale del Pnrr, che al momento non prevede alcuno slittamento temporale”, avverte Cartabellotta.
Il primo pericolo è di natura finanziaria: “Il primo rischio, da evitare ad ogni costo, è di non raggiungere i target europei e dover restituire il contributo a fondo perduto”. Ma per Gimbe c’è anche un secondo livello di criticità, forse meno immediato ma altrettanto pesante: “Il secondo è centrare il target nazionale grazie ai risultati di alcune Regioni, senza ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali, che rischiano anzi di ampliarsi”. Il terzo rischio, infine, è quello più politico e più vicino ai cittadini: “Il terzo, il più grave, è di completare l’incasso delle rate senza produrre benefici concreti per i cittadini”.
A rendere ancora più evidente il divario è la forte eterogeneità territoriale, che accompagna l’intero percorso della riforma. Secondo Cartabellotta, a pesare sono “i ritardi strutturali, l’attivazione parziale dei servizi e la carenza di personale sanitario, in particolare infermieristico; per le Case di comunità anche il ritardo nel coinvolgimento dei medici di famiglia, figura chiave”.
Cot promosse, ma il resto della rete non decolla
Nel panorama della sanità territoriale c’è però almeno un capitolo che mostra segnali più confortanti. Si tratta delle Centrali operative territoriali, le Cot, che rappresentano l’unico tassello già ampiamente in linea con gli obiettivi. Al 31 dicembre 2025, su 657 strutture programmate, 625 risultano pienamente funzionanti. Il target europeo di 480 è stato dunque già raggiunto e superato.
È un risultato che contrasta nettamente con i ritardi accumulati da Case e Ospedali di Comunità e che evidenzia, per differenza, quanto il disallineamento riguardi soprattutto la piena messa a terra dei modelli assistenziali più complessi. Il problema, in sostanza, non è solo aprire strutture o dichiarare servizi attivi, ma renderli davvero operativi con personale, integrazione organizzativa e continuità assistenziale.
Fascicolo sanitario elettronico, la rivoluzione digitale è ancora incompleta
Anche sul fronte della digitalizzazione, il bilancio resta fragile. Il Fascicolo sanitario elettronico 2.0, pilastro della trasformazione digitale del Ssn e destinatario di un investimento da 1,38 miliardi del Pnrr, non è ancora arrivato a un livello di completezza adeguato. Al 30 settembre 2025 nessuna Regione, secondo i dati richiamati da Gimbe, rende disponibili tutte le 20 tipologie di documenti previste. La situazione varia sensibilmente da territorio a territorio: si passa dai 17 documenti dell’Emilia-Romagna agli 11 della Puglia.
A frenare l’efficacia del sistema è anche il basso livello di adesione dei cittadini. Solo il 44% ha espresso il consenso alla consultazione del Fascicolo da parte di medici e operatori del Ssn. Anche qui il divario territoriale è marcato: si va dal 2% di Abruzzo e Campania al 92% dell’Emilia-Romagna, mentre nel Mezzogiorno soltanto la Puglia supera la media nazionale, raggiungendo il 75%.
Per Cartabellotta il problema non è soltanto tecnico. “Se nemmeno la metà dei cittadini consente l’accesso al proprio Fse – avverte Cartabellotta – non siamo di fronte a un problema tecnico, ma a un fallimento culturale e organizzativo. Colmare divari così ampi richiede alla politica interventi immediati: nel Mezzogiorno pesano analfabetismo digitale, scarsa fiducia sulla sicurezza dei dati e una limitata percezione dell’utilità del Fse”.
La scadenza per l’adeguamento delle strutture sanitarie pubbliche e private al modello standard di trasmissione dei dati è arrivata proprio oggi, 31 marzo 2026. Ma la fotografia scattata da Gimbe racconta un’infrastruttura ancora incompleta e disomogenea. “Proprio oggi scade il termine per l’adeguamento delle strutture sanitarie pubbliche e private al modello standard di trasmissione dei dati per alimentare il Fse. Un passaggio cruciale, ma ancora incompleto e molto disomogeneo tra le Regioni”, conclude Cartabellotta.
E il rischio, in assenza di una reale interoperabilità, è che il Fascicolo resti uno strumento formalmente esistente ma incapace di tradursi in un vantaggio concreto per l’assistenza sanitaria.
