Condividi

Banner FIRSTonline

Salari in Italia, aumenti insufficienti: stipendi crescono ma il potere d’acquisto cala ancora. Rapporto Inps e allarme Panetta

Rapporto Inps sui salari: tra 2014 e 2024 retribuzioni in aumento ma sotto l’inflazione. Divari tra pubblico e privato, gender pay gap e potere d’acquisto in calo. Allarme anche del Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta

Salari in Italia, aumenti insufficienti: stipendi crescono ma il potere d’acquisto cala ancora. Rapporto Inps e allarme Panetta

In dieci anni gli stipendi sono saliti, ma non abbastanza da proteggere il potere d’acquisto. È questa la fotografia che emerge dall’”Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati“, elaborata dal Coordinamento generale statistico attuariale e dalla Direzione centrale studi e ricerche dell’Inps. Tra il 2014 e il 2024 le retribuzioni medie dei lavoratori privati (esclusi i domestici) sono cresciute del 14,7%, mentre quelle dei dipendenti pubblici si sono fermate all’11,7%, entrambe con un ritmo inferiore all’inflazione accumulata nel periodo. Un allarme viene anche dal Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che, dati alla mano, ha dimostrato che un laureato in Germania guadagna l’80% di un laureato in Italia.

Nel 2024 la retribuzione annuale media si è attestata a 24.486 euro nel settore privato e a 35.350 euro nel pubblico. Numeri che raccontano una crescita nominale, ma che diventano più problematici se confrontati con la dinamica dei prezzi, soprattutto dopo la fiammata inflazionistica del biennio 2022-2023.

Il divario tra salari e inflazione: la zavorra dei rinnovi contrattuali

Il rapporto mette in evidenza un disallineamento strutturale: tra il 2019 e il 2024 l’inflazione cumulata ha raggiunto il 17,4%, mentre le retribuzioni contrattuali sono aumentate solo dell’8,3%, con un gap superiore a nove punti. Una distanza che non è frutto di un singolo fattore, ma di una combinazione di elementi: la lentezza dei rinnovi contrattuali, con tempi medi di attesa superiori ai due anni, e l’eccezionale crescita dei prezzi registrata nel post-pandemia.

Il problema, sottolinea l’analisi, non nasce negli ultimi anni ma affonda le radici in una dinamica salariale debole che precede l’orizzonte temporale esaminato. La crescita nominale non è mai riuscita a compensare in modo tempestivo l’erosione inflazionistica.

Privato e pubblico: due mondi diversi, una stessa stagnazione

Nel settore privato la retribuzione media annua è passata da 21.345 euro nel 2014 a 24.486 euro nel 2024, con una crescita complessiva del 14,7% e un’accelerazione negli anni più recenti, quando il tasso medio annuo tra il 2021 e il 2024 ha raggiunto il 3,7%. L’aumento dell’occupazione è stato sostenuto soprattutto dal lavoro a tempo indeterminato, con i dipendenti saliti da 14 a 17,7 milioni.

Nel pubblico l’incremento è stato più contenuto: da 31.646 a 35.350 euro nello stesso periodo, pari a un +11,7% complessivo e a un tasso medio annuo dell’1,1%. Anche qui pesano le differenze interne tra comparti, con la scuola che resta l’unico settore sotto la soglia dei 30 mila euro annui, anche a causa della discontinuità dei rapporti di lavoro.

Il gender pay gap resiste, nonostante qualche recupero

Nel settore privato la forbice di genere resta ampia. “Si conferma la forbice tra le retribuzioni in base al genere”: nel 2024 la retribuzione media annua delle donne è stata di 19.833 euro, circa il 70% di quella maschile, che sfiora i 28 mila euro. È vero che dal 2014 le retribuzioni femminili sono cresciute di più (+17,5% contro il +13,5% degli uomini), ma il divario resta significativo ed è solo in parte spiegato dal minor numero di giornate retribuite.

Nel pubblico le donne rappresentano il 61% degli occupati, ma la loro retribuzione media è comunque inferiore: circa il 77% di quella degli uomini. Un segnale che il problema non è circoscritto a un solo segmento del mercato del lavoro.

Il ruolo di fisco, contributi e occupazione

Il quadro cambia se si guarda alle retribuzioni nette. Gli interventi fiscali e contributivi hanno consentito soprattutto ai redditi più bassi un recupero maggiore rispetto all’inflazione, fino a raggiungere, al livello mediano, un recupero quasi completo. Anche l’aumento dell’occupazione ha giocato un ruolo di ammortizzatore: tra il 2020 e il 2023 l’Italia ha registrato oltre un milione di posti di lavoro in più, attenuando l’impatto dell’inflazione per le famiglie più povere.

Nonostante un’inflazione più alta, il reddito da lavoro dipendente delle famiglie nel quintile più basso di consumo è aumentato in termini reali dell’8,5%, mentre per le famiglie più ricche è diminuito del 4%. I nuovi ingressi nel mercato del lavoro dopo il Covid sono stati soprattutto giovani, con basso livello di istruzione e più spesso residenti nel Mezzogiorno.

Un problema strutturale che guarda al futuro

A sintetizzare il senso del rapporto è Roberto Ghiselli, presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps: in Italia “da molti anni esiste un problema salariale“, con dinamiche “molto più basse” rispetto al contesto europeo e una conseguente “perdita di potere d’acquisto”. Le misure fiscali e contributive “hanno attutito questo effett2o”, ma “non c’è stato un recupero pieno e tanto meno un incremento del potere d’acquisto”.

Le cause chiamano in causa l’economia reale, la produttività e la bassa innovazione tecnologica, ma anche il modello delle relazioni sindacali, che “va in parte anche ripensato”.

Commenta