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Referendum, l’economia del SI’: il Made in Italy torna allo Stato

La riforma costituzionale, che sarà sottoposta al referendum del 4 dicembre, ridefinisce le competenze tra Stato e Regioni e affida al primo la potestà di promuovere il Made in Italy superando le frammentazioni, le inefficienze e gli enormi sprechi che hanno fin qui caratterizzato il sostegno al commercio estero del nostro Paese.

Referendum, l’economia del SI’: il Made in Italy torna allo Stato

La riforma costituzionale riporta il commercio estero nell’alveo delle competenze dello Stato assieme a tutte le altre funzioni che hanno riflessi sull’estero, dando così una maggiore logica  e coerenza sistemica a tutte le attività di politica estera e dei rapporti internazionali, e superando la frammentazione e la debolezza delle iniziative di promozione del commercio estero che da tempo erano state denunciate dal sistema produttivo italiano. La Riforma sancisce de facto, tra l’altro, un principio, ovvero che la potestà volta a promuovere nel mondo il Made in Italy è assegnata allo Stato.

Fino ad oggi le iniziative di promozione e supporto promozionale al commercio estero – partecipazioni fieristiche, missioni economiche, presentazioni di prodotto, mostre, attività pubblicitarie e di comunicazione, formazione, affiancamento, consulenza, voucher e agevolazioni per la partecipazione a fiere e missioni, agevolazioni creditizie e finanziarie per operare sui mercati, apertura di uffici di rappresentanza e desk operativi all’estero – facevano riferimento anche alle Regioni, ciascuna delle quali seguiva e adottava proprie politiche, strumenti e azioni. 



Riportare questa funzione nell’alveo della competenza esclusiva statale significa garantire la possibilità di fare una politica promozionale nazionale unitaria – anche rispetto a quei paesi con cui si concludono come Unione europea i trattati internazionali, nei cui mercati ci si deve ovviamente presentare come Italia, per non restare indietro rispetto agli altri Paesi membri della UE nello sfruttare i vantaggi delle intese commerciali.Ciò non significa che le Regioni non potranno avviare iniziative proprie, ma semplicemente che queste attività avverranno soltanto all’interno di iniziative statali condivise (es. stand all’interno di un padiglione italiano) o di un quadro di coordinamento definito a livello nazionale, così da garantire l’assenza di sovrapposizioni e la qualità delle azioni svolte in termini di efficienza ed efficacia, ma soprattutto la presentazione unitaria del Paese sui mercati esteri.

In questo modo sarà possibile superare delle debolezze strutturali del nostro sistema che hanno penalizzato le nostre aziende nei processi di internazionalizzazione e nella competizione globale.

I vantaggi conseguibili dal nuovo assetto sono molti. Innanzitutto sarà possibile avere una massa critica nelle iniziative all’estero: le attività promozionali sui mercati di sbocco impostate su base territoriale non potevano infatti assicurare una massa critica adeguata alla dimensione dei mercati internazionali e quindi sufficiente per garantire adeguati ritorni in termini di efficacia. Per non parlare del miglior coordinamento che sarà possibile fare con le altre attività di politica esterae degli enti italiani all’estero come ambasciate, consolati, camere di commercio ed istituti italiani di cultura.

Sarà inoltre possibile realizzare politiche settoriali molto più efficaci perché si potrà superare la vecchia logica che portava a segmentare gli interventi di promozione di ogni settore sulla base della collocazione sul territorio delle imprese interessate (che ha poco senso) a favore di un focus maggiore sulle specificità settoriali e i suoi mercati di sbocco, realizzando notevoli sinergie,evitando inutili duplicazioni delle iniziative, riducendo quindi i costi e aumentando l’efficaciadegli interventi. Per non parlare del migliore utilizzo dei fondi strutturali – fino ad oggi frammentati anch’essi in una miriade di iniziative di enti locali e svincolati da qualsiasi quadro di riferimento nazionale.

In sintesi la Riforma Costituzionale crea le condizioni per un miglioramento nelle politiche di promozione del commercio estero e dei processi di internazionalizzazione delle nostre imprese, consentendo una maggiore qualità ed efficacia della spesa su questo fronte. Non solo, ma porrà anche fine alla pratica piuttosto diffusa in molte regioni di utilizzare le iniziative all’estero come occasione di auto-promozione della classe dirigente politica e amministrativa locale, dei numerosi enti, viaggi, “missioni” e spese di rappresentanza all’estero e altre spese di dubbia utilità che fiorirono a seguito della Riforma Costituzionale del 2001. In quel periodo infatti numerose Regioni iniziarono a creare agenzie e società di promozione all’estero, a finanziare uffici di rappresentanza missioni in vari Paesi del mondo con scarsi ritorni per il sistema produttivo ma notevoli sprechi di soldi pubblici. Anche se con la crisi economica e finanziaria degli anni 2011-2013 molte di quelle iniziative regionali sono state ridimensionate, la nuova Costituzione aiuterà a completare una vera riorganizzazione del settore e a riqualificare meglio le relative voci di spesa. 

Estratto da “L’Economia del Sì”, a cura di Irene Tinagli. Scarica qui il documento integrale.

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