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Prezzi dei farmaci, perché la strategia di Trump può costare cara all’Europa

Trump usa dazi e mercato Usa per forzare l’aumento dei prezzi dei farmaci in Europa. Il rischio: cure più care, carenze e un ricatto strutturale sui sistemi sanitari Ue

Prezzi dei farmaci, perché la strategia di Trump può costare cara all’Europa

Se l’Europa vuole continuare ad avere accesso ai farmaci innovativi, dovrà pagarli di più. In caso contrario, il rischio è quello di ritardi nelle forniture, carenze di medicinali e stop selettivi alle vendite. È questo il messaggio che arriva da Washington, con l’Unione europea finita sotto pressione dopo le mosse di Donald Trump. Il presidente americano ha trasformato il prezzo delle cure in una leva geopolitica, utilizzando la minaccia dei dazi e il peso del mercato statunitense per imporre un riequilibrio forzato dei listini tra le due sponde dell’Atlantico.

Una strategia che colpisce direttamente i sistemi sanitari pubblici europei e che, come spiegato da Federico Fubini sul Corriere della Sera, serve soprattutto a scaricare all’estero le distorsioni interne del modello sanitario americano.

La “nazione più favorita” e il cortocircuito europeo

Il perno della manovra è la clausola della “nazione più favorita”. Le case farmaceutiche sono chiamate a vendere negli Stati Uniti i farmaci sotto brevetto al prezzo più basso praticato nei Paesi avanzati comparabili, molti dei quali europei. In questo quadro l’Italia assume un ruolo chiave: come altri Stati dell’Unione, riesce spesso a negoziare listini particolarmente contenuti per medicinali innovativi, dagli antitumorali agli antidiabetici, diventando così un riferimento diretto anche per il mercato americano.

Da qui nasce il cortocircuito. Se i prezzi negli Stati Uniti vengono ridotti per allinearsi a quelli europei, i margini persi devono essere recuperati altrove. E l’Europa diventa il candidato naturale. In un confronto tra un mercato statunitense che vale circa 660 miliardi di dollari l’anno e uno europeo che si ferma a circa la metà, il potere contrattuale pende nettamente da una sola parte.

Prezzi più alti o scaffali vuoti

Il pressing della Casa Bianca ha già prodotto effetti. Dopo gli accordi siglati a fine 2025 tra l’amministrazione Trump e un gruppo di grandi multinazionali del settore, negli Stati Uniti i prezzi di alcuni farmaci salvavita sono destinati a ridursi drasticamente, mentre in Europa la tendenza è opposta. La logica è quella del “prendere o lasciare”: o i Paesi Ue accettano aumenti di prezzo, oppure rischiano di non essere più riforniti di determinate terapie, così da non diventare un parametro di riferimento per il mercato americano.

Non è un’ipotesi teorica, ma una possibilità esplicitata dagli stessi vertici aziendali parlando con gli analisti finanziari.

Il prezzo politico della salute

In questo quadro si inserisce anche il passaggio improvvisato del discorso di Trump a Davos, quando il presidente ha accennato a una presunta telefonata con Emmanuel Macron, poi smentita dall’Eliseo. Al di là dei toni caricaturali, l’episodio ha funzionato da avvertimento politico. Gli alleati devono farsi carico di una quota maggiore dei costi della salute, altrimenti scatteranno ritorsioni commerciali.

Il punto, però, non è l’Europa che “sfrutta” l’America. Il vero nodo sta in un sistema sanitario statunitense frammentato, dominato da interessi privati e privo di negoziazioni centralizzate sui prezzi. Invece di riformarlo, Trump ne esporta le contraddizioni.

Se l’Unione europea non rafforzerà una vera sovranità comune nella ricerca e nella produzione di farmaci strategici, questo ricatto resterà strutturale. E a pagarlo, ancora una volta, rischiano di essere i pazienti.

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