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Presidenza Confindustria: una scelta su quale ruolo gli industriali vogliono giocare nella crescita dell’Italia

Confindustria, giovedì 4 aprile i 182 componenti del Consiglio generale dovranno votare il nuovo presidente. Ma la sfida tra due candidati non ci sarà: il ritiro di Garrone spiana la strada a Orsini

Presidenza Confindustria: una scelta su quale ruolo gli industriali vogliono giocare nella crescita dell’Italia

Un fantasma turba i sonni dei 182 componenti del Consiglio generale di Confindustria che giovedì 4 aprile saranno chiamati a votare il nuovo presidente dell’associazione per i prossimi quattro anni. È quello di Antonio D’Amato che sovvertì tutti i pronostici favorevoli al dirigente Fiat Carlo Callieri, e nel 2000 venne incoronato presidente da una rivolta dei piccoli imprenditori contro quello che ritenevano lo strapotere della grande industria. Una rivoluzione grillina ante litteram. La sfida oggi è tra due candidati : Edoardo Garrone e Emanuele Orsini . Gli altri candidati o si sono ritirati dalla corsa come Alberto Marenghi, o sono stati esclusi dai Saggi per non aver raggiunto il quorum minimo di sostenitori previsto dallo Statuto, come Antonio Gozzi. Ma alla fine si è ritirato anche Garrone e perciò Orsini sarà il nuovo Presidente degli industriali

Confindustria, la battaglia e i cambiamenti epocali

Questa volta la battaglia è apparsa più dura rispetto alle volte precedenti. E la ragione non sta tanto nelle contrapposizioni personali tra i candidati o nelle rivalità e le antipatie tra le varie associazioni che compongono il vasto parterre degli associati a Confindustria. Il fatto è che questa volta le scelte sul presidente riguardano il ruolo che l’associazione delle imprese vuole giocare in una fase molto delicata dell’evoluzione dello scenario economico ed industriale internazionale e, di  conseguenza, italiano. I cambiamenti ai quali il nostro sistema è chiamato sono davvero epocali: la rivoluzione tecnologica con l’irrompere della Intelligenza artificiale, la sfida ambientale, le crepe nella globalizzazione indotte soprattutto dalle guerre che stanno circondando l’occidente da Est a Sud ad Ovest. L’Europa e l’Italia, in particolare, non sembrano attrezzati ad organizzare una strategia di risposta a tutti coloro che vogliono cambiare le regole del sistema piegandole a vantaggio dei nuovi arrivati, in primo luogo la Cina, e poi la Russia, per arrivare ai Brics passando per il mondo arabo-islamico. E dietro questa lotta che viene rappresentata come “lotta di liberazione“ dal colonialismo c’è in realtà la volontà della Cina e della Russia di scalzare l’egemonia americana e piazzarsi al suo posto con un chiaro intento di riequilibrare a loro favore la distribuzione della ricchezza.

Confindustria, portatrice di interessi generali del Paese

La Confindustria italiana nella sua storia non è mai stata una associazione sindacale in senso stretto. Non ha difeso solo gli interessi delle aziende esistenti, non ha fatto solo lobby, ma ha agito come soggetto portatore di interessi generali per favorire la sviluppo economico e civile dell’intero Paese. Il primo presidente dell’associazione nel Dopoguerra, Angelo Costa, disse con chiarezza, nel corso di una assemblea generale degli associati, che compito di Confindustria era essenzialmente quello di tutelare gli interessi degli imprenditori futuri, quelli che non erano ancora nati e quindi non erano iscritti all’associazione. In altre parole l’autorevolezza di Confindustria, la sua capacità di resistere agli attacchi del mondo politico, era collegata al fatto che gli industriali si sono fatti portatori della necessità di attrezzare il nostro sistema per avere un buon tasso di crescita e quindi alti livelli di occupazione.

L’associazione ha vinto alcune battaglie e ne ha perse molte altre. E tuttavia se l’Italia è ancora oggi un importante Paese industriale, qualche merito va riconosciuto anche all’associazione oltre, ovviamente, alle grandi capacità ed allo spirito di avventura dei nostri industriali.  

Oggi, come detto, ci troviamo ad una nuova svolta, paragonabile a quella del Dopoguerra. Sarà per questo che la battaglia per la presidenza ha coinvolto esponenti politici e del mondo economico che nulla hanno a che vedere con l’associazione. Banca Intesa si sta interessando da vicino alla campagna dei vari candidati. Il presidente della regione Liguria , Giovanni Toti, si è augurato che Confindustria abbia un presidente forte che sia in grado di far sentire la propria voce sia nei confronti del governo di Roma sia rispetto alla Commissione di Bruxelles. E questo non solo perché sarebbe bene anche per la solidità delle istituzioni democratiche che le associazioni intermedie, come quelle sindacali ma anche quelle della società civile, abbiano capacità di interloquire con il potere politico al fine di far scaturire dalla franca dialettica la soluzione migliore per tutti.

Confindustria, occorre un presidente autorevole: ecco perché

Infine ci vuole un presidente autorevole per poter riprendere con vigore la battaglia culturale in un Paese che comunque stenta ancora a riconoscere alle imprese industriali un ruolo di primo piano non sono nelle tecnologie, ma nel modificare la cultura dei territori nei quali operano. Il lavoro in fabbrica non è tra le prime aspirazioni dei giovani. Molti ancora cercano il posto nel settore pubblico, perché ritenuto esente da rischi. Le grandi imprese sono ancora oggi guardate con sospetto non solo dai cittadini, ma dall’intera classe politica, senza distinzioni tra destra e sinistra. Ed infatti oggi non abbiamo più grandi imprese con il quartier generale in Italia. Si vedono ancora studenti sfilare nelle strade contro il vassallaggio della scuola all’industria, cosa che non ha alcuna attinenza con la realtà. Da noi bisogna ancora combattere una battaglia per modificare la cultura media degli italiani, far capire che la valutazione sulla base del merito non è una fregatura e che anzi è molto più trasparente del vecchio metodo della raccomandazione. Bisogna insomma , fare una opera di modernizzazione culturale a favore del progresso e delle nuove tecnologie. Una operazione che deve riguardare non solo la massa dei cittadini, ma anche vasti settori della classe dirigente che esprimono contrarietà a qualsiasi cambiamento. E ciò avviene in parte perché godono di posizioni di rendita (spesso minime) e in parte per antipatia nei confronti del progresso e di avversione al rischio.

Un vasto programma, per il quale ci vuole una Confindustria forte, autorevole e coesa, facendo comunque rientrare le tanti grandi aziende che si sono allontanate nei ultimi anni.

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