Il via libera al decreto Bollette 2026 ha subito fatto tremare le utility italiane. A Piazza Affari, i titoli del settore energetico hanno registrato vendite consistenti, con perdite giornaliere superiori al 4% per Erg, Enel, A2a e Iren. Il motivo è chiaro: il decreto introduce misure fiscali e regolatorie che potrebbero comprimere margini e utili delle società produttrici e distributrici di energia, generando un impatto immediato sugli investitori.
Come si forma il prezzo dell’energia in Italia
Il prezzo dell’elettricità in Italia si forma attraverso il Pun – Prezzo unico nazionale – che rappresenta il costo medio dell’energia all’ingrosso. Tutti i produttori – dalle centrali a gas agli impianti idroelettrici, eolici e fotovoltaici – contribuiscono a soddisfare la domanda, ma il prezzo finale è determinato dall’ultima centrale necessaria per coprire la domanda, di solito una centrale a gas. Questo significa che anche l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili viene venduta al prezzo determinato dai costi del gas e deipermessi Ets di CO₂, obbligatori per le emissioni delle centrali fossili, garantendo margini elevati ai produttori green.
L’aumento dell’Irap: un peso aggiuntivo per le utility
Tra le novità fiscali più rilevanti c’è l’incremento del 2% dell’Irap – una misura simile a quella già applicata in passato alle banche – per le imprese del settore energetico per il 2026 e il 2027, con un gettito stimato in circa un miliardo di euro. Gli analisti stimano una diminuzione degli utili tra l’1,5% e il 2% per società come Enel, A2a, Iren, Hera e Acea, e tra il 3% e il 4% per aziende regolamentate come Terna, Snam e Italgas. Per Eni l’impatto dovrebbe essere minimo, pari o inferiore all’1% dell’utile per azione. Anche se non devastante, l’aumento dell’Irap riduce gli utili netti e pesa sul sentiment del mercato.
I costi Ets e l’impatto sui margini
Uno dei punti più delicati del decreto Bollette 2026 riguarda il sistema Ets, il mercato europeo dei permessi di emissione di CO₂. Attualmente, le aziende comprano quote per ogni tonnellata di CO₂ emessa, e questi costi sono inclusi nel prezzo dell’energia, influenzando i margini delle utility. Il decreto propone di escludere i costi Ets dal prezzo dell’energia, comprese le fonti rinnovabili, a partire dal 1° gennaio 2027, con l’obiettivo di rendere l’energia più conveniente e alleggerire le bollette.
Tuttavia, la misura richiede l’approvazione della Commissione europea, essendo potenzialmente classificata come aiuto di Stato. La procedura è complessa e può richiedere tempo, generando incertezza regolatoria: le aziende non possono ancora prevedere con precisione quanto costerà produrre energia, complicando la pianificazione di investimenti, margini e strategie industriali. Secondo le stime di Intermonte, il prezzo all’ingrosso potrebbe diminuire di 25-30 euro/MWh, vantaggio per i consumatori ma riduzione significativa dei profitti per Erg, Enel, A2a e Iren.
Altre misure
Il decreto prevede anche una riduzione del differenziale tra gas italiano (Psv) e quello europeo (Ttf), normalmente superiore di 2-5 euro al megawattora, tramite interventi sul costo di trasmissione e l’immissione sul mercato di gas stoccato nei depositi nazionali. Questa misura, sostenuta dal fatto che i depositi italiani sono oggi al 50% della capacità contro una media europea del 33%, punta a evitare accumuli di costi di trasporto e a stabilizzare i prezzi. Gli analisti stimano un impatto sui prezzi dell’elettricità tra 4 e 10 euro/MWh.
Viene inoltre promosso un disaccoppiamento tra prezzo dell’elettricità e prezzo del gas tramite i Power Purchase Agreement (Ppa), contratti a lungo termine che permettono ai produttori di fissare prezzi stabili per le imprese consumatrici. Le piccole e medie imprese possono aggregarsi per aumentare il loro potere negoziale e acquistare energia da fonti rinnovabili a prezzi inferiori. Per le utility, però, questa misura richiede di rivedere strategie commerciali e piani di produzione, con effetti indiretti sui margini.
Infine, il decreto introduce controlli anti-speculazione, limitando i prezzi al di sopra del costo marginale solo se giustificati dai costi reali di produzione, e riduce gli incentivi per gli impianti fotovoltaici dei vecchi regimi Conto Energia, con tagli tra 15% e 30% nel 2026 e 2027, compensabili solo con un prolungamento di pochi mesi. Queste misure colpiscono le aziende che finora hanno beneficiato di sostegni consistenti, riducendo nel breve periodo i ricavi.
Effetto sul mercato e reazioni
Il combinato di tasse più alte, compressione dei margini e incertezza regolatoria rappresenta un vero e proprio triplo colpo per le utility italiane. Gli investitori hanno reagito immediatamente con vendite a Piazza Affari, evidenziando il percepito rischio sugli utili futuri e la difficoltà di pianificare investimenti e strategie industriali. La situazione pone interrogativi anche sul futuro dell’energia in Europa: se altri Paesi seguissero l’esempio italiano, come potrebbe evolvere il mercato dell’energia e quale sarebbe l’impatto sulla competitività delle utility italiane rispetto ai concorrenti esteri?
