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Petrolio: gli Emirati Arabi dicono addio all’Opec, l’uscita già da maggio. Perché e a cosa puntano. E Trump: “Iran ci chiede di riaprire Hormuz”

Dopo 60 anni, gli Emirati Arabi hanno deciso di uscire dall’Opec, il gruppo dei Paesi produttori di petrolio, e dall’Opec+ (che include altri dieci Paesi fra cui la Russia) a partire dal 1° maggio. Le possibili ripercussioni sull’Italia

Petrolio: gli Emirati Arabi dicono addio all’Opec, l’uscita già da maggio. Perché e a cosa puntano. E Trump: “Iran ci chiede di riaprire Hormuz”

Gli Emirati Arabi hanno deciso di uscire dall’Opec, il gruppo dei Paesi produttori di petrolio, e dall’Opec+ (che include altri dieci Paesi fra cui la Russia) a partire dal 1° maggio. Una mossa che arriva dopo sei decenni di partecipazione all’organizzazione, pianificando così un riallineamento strategico nel quadro della guerra in Iran. Lo riporta Bloomberg citando l’agenzia di stampa emiratina Wam. L’uscita degli Emirati aiuterà il Paese a soddisfare la domanda in continua evoluzione, riporta l’agenzia, aggiungendo che il Paese aumenterà gradualmente la produzione. Un quadro che spinge la corsa del petrolio, con il Brent sopra i 110 dollari. Ma non è l’unica novità delle ultime ore perché il Presidente Donald Trump sostiene che “l’Iran ci chiede di riaprire lo Stretto di Hormuz” superando il blocco navale e rinviando il negoziato sul nucleare a una seconda fase. Ma Trump non ha ancora deciso cosa fare anche se la situazione sembra in movimento.

Opec, perché gli Emirati Arabi Uniti dicono addio

Tra i motivi che avrebbero spinto gli Emirati Arabi Uniti a tale scelta potrebbero esserci alcuni dissidi interni legati alla volontà degli Emirati di aumentare la produzione interna. Lo conferma la stessa nota diffusa dalla Wam nella quale, peraltro, si legge che “dopo l’uscita, gli Emirati Arabi Uniti continueranno ad agire in modo responsabile, immettendo sul mercato una produzione aggiuntiva in modo graduale e misurato, in linea con la domanda e le condizioni di mercato”.

Opec, gli scontri interni sulla produzione di petrolio

Passate fonti di mercato, risalenti al 2024 e al 2025, citavano il fatto che Adnoc (Abu Dhabi National Oil Company) volesse raggiungere un target di 5 milioni di barili al giorno già entro inizio 2026, anticipando un obiettivo fissato inizialmente al 2027 e incrementando la produzione di circa un milione di barili. Un orientamento che avrebbe creato frizioni con l’Opec+ già a partire dagli scorsi anni, in quanto l’organizzazione ha da tempo implementato limiti alla produzione per sostenere i prezzi. Un passato report di Bloomberg, infatti, citava rischi di scissione già intorno al 2021, con uno scontro interno in particolare con il leader de facto dell’Opec, l’Arabia Saudita, tra i maggiori sostenitori delle politiche di limitazione produttiva.

Opec, le stime di Unimpresa: i possibili effetti sull’Italia

L’uscita degli Emirati Arabi Uniti da Opec e Opec+ può tradursi, nel medio periodo, in un fattore favorevole per l’economia italiana. La maggiore libertà produttiva di Abu Dhabi – con un potenziale incremento fino a 700-900mila barili al giorno rispetto ai vincoli precedenti – introduce infatti un elemento di concorrenza nel mercato petrolifero, riducendo la capacità del cartello di sostenere artificialmente i prezzi. Per un Paese importatore netto come l’Italia, questo significa innanzitutto una possibile riduzione del costo dell’energia. Anche un calo contenuto del prezzo del greggio, nell’ordine di 5-10 dollari al barile, può generare risparmi rilevanti: fino a 5-7 miliardi di euro su base annua tra minori costi di importazione, riduzione della bolletta energetica e alleggerimento dei costi di produzione per le imprese.

Il calcolo è del Centro studi di Unimpresa, secondo cui l’impatto positivo si estenderebbe a tutta la filiera economica. Le imprese energivore e il settore dell’autotrasporto beneficerebbero di un calo diretto dei costi operativi, mentre le famiglie vedrebbero una riduzione dei prezzi alla pompa e, con qualche mese di ritardo, un effetto calmierante sull’inflazione. Questo contribuirebbe a rafforzare il potere d’acquisto e a sostenere i consumi interni. C’è poi un elemento strategico: un’Opec più debole implica un mercato meno concentrato e, quindi, meno esposto a decisioni politiche coordinate sui prezzi. Per l’Italia e per l’Europa, questo si traduce in una maggiore resilienza energetica, soprattutto in una fase segnata da tensioni geopolitiche elevate. Resta il rischio legato alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, da cui transita una quota rilevante delle forniture globali.

Opec: che cos’è

L’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) è un’organizzazione intergovernativa permanente, creata alla Conferenza di Baghdad del 10-14 settembre 1960 da Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela.

Ai cinque membri fondatori si sono poi aggiunti: Qatar (1961) che ha cessato la sua adesione nel gennaio 2019; Indonesia (1962) che è uscita nel gennaio 2009, l’ha riattivata nel gennaio 2016, ma ha deciso di sospenderla nuovamente nel novembre 2016; Libia (1962); Emirati Arabi Uniti (1967); Algeria (1969); Nigeria (1971); Ecuador (1973) che ha sospeso la sua adesione nel dicembre 1992, l’ha riattivata nell’ottobre 2007, ma ha deciso di ritirare la sua adesione a partire dal 1° gennaio 2020; Angola (2007) che ha ritirato la sua adesione a partire dal 1° gennaio 2024; Gabon (1975) che ha cessato la sua adesione nel gennaio 1995, ma vi è rientrato nel luglio 2016; Guinea Equatoriale (2017); Congo (2018). Con l’uscita degli Emirati Arabi Uniti il cartello è composto da 11 membri (Algeria, Congo, Guinea Equatoriale, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Arabia Saudita e Venezuela).

Nei primi cinque anni di esistenza, l’Opec ha avuto la sua sede a Ginevra, in Svizzera. Il 1 settembre 1965 la sede è stata trasferita a Vienna, in Austria. L’obiettivo dell’Opec è coordinare e unificare le politiche petrolifere tra i Paesi membri, al fine di garantire prezzi equi e stabili per i produttori di petrolio; un approvvigionamento efficiente, economico e regolare di petrolio per le nazioni consumatrici; e un equo ritorno sul capitale investito nel settore.

Opec: come funziona

L’Opec funziona come un cartello intergovernativo che coordina le politiche petrolifere dei suoi Stati membri per stabilizzare i prezzi del greggio sul mercato globale. Attraverso riunioni regolari, fissa quote di produzione per i membri, controllando circa l’80% delle riserve mondiali accertate. Gli stati membri Opec controllano circa il 79% delle riserve mondiali accertate di petrolio, circa il 35% di quelle di gas naturale e forniscono il 39% della produzione mondiale di petrolio e circa il 16% di quella di gas naturale. Nel novembre del 2016 nasce l’Opec Plus, l’organizzazione tra Opec e altri Paesi produttori capeggiati dalla Russia. Il nuovo organismo nasce per bilanciare meglio la produzione a seguito di un crollo dei prezzi per un eccesso di offerta.

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